Autor: fpioli_admin

  • 🚌1962 – Quando il destino viaggiava nel bagagliaio

    La signora nascosta nel bagagliaio: oppure iniziò lì la migrazione clandestina?

    A volte ci si accorge molto più tardi che incontri apparentemente piccoli possono spingere la propria vita su una nuova direzione.

    Naturalmente, all’epoca non lo sapevo.

    Ero giovane, straniero, un lavoratore ospite in Baviera, pieno di speranza e altrettanto pieno di punti interrogativi.

    Così passava il tempo, e imparavo a orientarmi nel mio nuovo mondo – a volte con gli occhi aperti, a volte con la bocca aperta.

    In particolare, la mentalità bavarese all’inizio mi lasciava perplesso.

    Alle mie orecchie italiane, alcune espressioni suonavano meno come saluti e più come dichiarazioni di guerra. Ma più restavo, più capivo: i bavaresi in realtà non erano poi così diversi dai napoletani.

    All’esterno a volte duri come una crosta di pane vecchio, ma dentro morbidi, calorosi e pieni di umorismo. Questo paragone mi accompagna fino a oggi.

    E il dialetto? Ah, il dialetto era un capitolo a parte.

    Ma me la cavavo piuttosto bene – iniziando dal fatto che non capivo assolutamente nulla. Eppure non mi arresi.

    Ascoltavo, ripetevo coraggiosamente e probabilmente sfornavo parole che non erano chiaramente,  né italiani né bavaresi.

    Oggi posso dire con un certo orgoglio: parlo italiano, tedesco, un po’ di inglese – e quasi perfettamente bavarese, almeno dopo due bicchieri di birra.

    La mia grande frase d’ingresso era «Oachkatzlschwoaf», cioè «coda di scoiattolo». Chi riesce a pronunciare questa parola è già a metà strada per essere integrato in Baviera.

    Il mio bavarese era pieno di errori, ma anche pieno di buone intenzioni.

    E siccome le buone intenzioni a volte suonano più strane di qualsiasi battuta, facevo spesso ridere la gente.

    C’èra un Brano che si cantava nelle sale da Ballo per animare le Persone presenti che si cantava tutti insieme.

    «Su e giù, sempre di nuovo» naturalmente in italiano perde la battuta, mentre io capivo e cantavo : «Su Martina, sempre giù, l’abbiamo fatto ieri, lo facciamo pure oggi, eh?» Linguisticamente era una catastrofe, ma a livello atmosferico un completo successo. Per favore non fraintendete la frase. Grazie.

    Nel Café Harmony ho festeggiai il mio 19° compleanno.

    Già il nomedie quel Locale,  evocava musica, ballo e grandi emozioni – e in effetti quella sera si trasformò ancora una volta in una piccola giornata del destino.

    Lì conobbi Karin. Fu una relazione breve, ma intensa, da cui poi nacque un figlio.

    Ma procediamo con ordine.

    Fino ad allora non avevo avuto una ragazza, e la mia gioia nel conoscere Karin era quindi enorme.

    Mi dava coraggio, leggerezza ed extra motivazione, per non perdere di vista i miei obiettivi.

    Tuttavia, c’era ancora una Forza Maggiore contro, del quale anche il mio l’ottimismo giovanile non sempre riusciva a superare: sua Madre.

    Il padre di Karin cadde sul Campo di Guerra nella Seconda Guerra Mondiale.

    Sua madre doveva lavorare per garantire il sostentamento e lavorava anche Lei nell’ufficio del personale alla Rathgeber.

    Suppongo che desiderasse per sua figlia un futuro affidabile e prevedibile – e non proprio un giovane lavoratore ospite italiano, che pur avendo cuore, speranza e temperamento, non aveva ancora un posto sicuro in questo mondo.

    Questo spesso mi feriva e mi irritava.

    Soprattutto questo modo e venir inserito in una cornice umanitaria che non era la mia, la mancanza di connessione, in cui venivi collocato prima ancora di aver detto un semplice buongiorno.

    Molti anziani avevano vissuto un periodo difficile e incerto; la loro cautela non era senza motivo.

    Ma a volte dalla cautela nasceva la sfiducia, e dalla sfiducia un giudizio. Tutto ciò che non rientrava nell’ordine familiare veniva prima osservato con occhi critici.

    Noi, invece, eravamo giovani, innamorati, impacciati e convinti che con un po‘ di coraggio e un sorriso tutto si sarebbe sistemato. naturalmente non lo era.

    Quello che a noi cosiddetti «lavoratori ospiti»a quei tempi andavamo incontro all’epoca in termini di pregiudizi non è stato sempre facile da sopportare ed a volte di capire.

    Alcune parole erano dure, alcuni sguardi ancora più duri.

    Alla fine spesso restava solo la scelta: fare le valigie e tornare indietro o stringere i denti e andare avanti.

    Io ho scelto di andare avanti.

    Non sempre con eleganza, non sempre senza inciampare – sono andato avanti.                 E sono sopravvissuto.

    Poi arrivò il mio primo Natale solitario in Germania.

    Lo ammetto apertamente: la nostalgia dei miei nonni a Roma mi pesava sul cuore come un piccolo sasso nella scarpa – non pericoloso per la vita, ma percepibile a ogni passo. Alla vigilia di Natale andai a Monaco, ad assistere ad una Messa die Mezzanotte.

    Il 25, giormo di Natale ho dormito quasi tutto il giorno, mi sono alzato solo quando lo stomaco si lamentava.

     Si potrebbe dire: ho festeggiato il Natale in modalità di risparmio energetico.

    Il giorno di Santo Stefano la gioia tornò.

    Il Café Harmony riaprì le sue porte, la musica suonava, e all’improvviso il mondo non era più così pesante.

    Con Karin trascorsi una serata meravigliosa. Ad un certo punto mi chiese se volevo andare con lei in Alto Adige dal 29 dicembre 1962 al 1 gennaio 1963.

    Naturalmente accettai con tanto entusiasmo, come se mi fosse stato offerto un viaggio in paradiso – solo con il pullman e probabilmente con meno angeli, ma la Madre di Karin. 

    Il sabato mattina verso le 7 partimmo da Monaco-Moosach.

    Se la mia memoria non mi inganna, c’erano anche „i tre allegri Moosacher“. Già quel nome prometteva che la serata di Capodanno non si sarebbe conclusa nella calma e nella devozione.

    Loro erano responsabili per creare molta allegria ed Atmosfera festiva –  lo fecero con la sicurezza e professionalità di chi sa esattamente come far ballare euforicamente una sala

    Il viaggio proseguì sull’autostrada della Valle dell’Inn fino a Innsbruck e poi continuava sulla vecchia strada del Brennero verso l’Italia.

    All’epoca il Ponte d‘ Europa non era ancora completato; perciò il percorso attraverso le montagne aveva ancora qualcosa di avventuroso, come se non si stesse attraversando solo un confine, ma un piccolo pezzo di storia mondiale..

    A Matrei l’autista del bus chiese a tutti i passeggeri di metterwe a portata di mano Passaporti o Carte d‘ Identità.

     All’improvviso una Signora, si avvicinò pallidissima all‘ Autista e confessò di non avere né passaporto ne Carta d‘ Identità con sé.

     Per un momento ci fu silenzio nel Bus.

    La frontiera non era tanto lontana, i documenti mancavano, e l’atmosfera divenne per la Signora molto tesa.

     Ma l’autista restò sorprendentemente calmo.

    Le disse di calmarsi prima di tutto, che si sarebbe trovata una soluzione.

    In effetti: circa un chilometro prima del passo del Brennero si fermò all’ultimo parcheggio e chiese alla Signora di nascondersi nel bagagliaio del Bus.

    Una volta oltrepassata la frontiera, l’avrebbe subito fatta uscire per poter prendere di nuovo il suo posto.

    Inoltre le diede istruzioni precise per ogni evenienza. Non era più una guida turistica normale – era un’operetta con controllo doganale.

    Tutto andò bene .

    Ne Finanzieri, Carabinieri e Polizia, hanno scoperto il contrabando die una Signora, oggi si direbben una immigrata illegale..😉😉

    La Signora, alla prima occasione fuori dal Paese fu subito liberata e tornò alla luce del giorno.

    Per il viaggio di ritorno era previsto che si recasse alla polizia locale per denunciare la perdita del passaporto. Così poi ha potuto viaggiare di nuovo in modo del tutto ufficiale e senza problemi – questa volta al suo posto e non tra le valigie.

    A Bolzano arrivammo alla Stazione della funivia per San Genesio.

    Salimmo a gruppi.

    Arrivati alla stazione di scesa, a San Genesio, abbiamo attraversato un piccolo bosco per arrivare poi all’Hotel Schönblick – un vecchio e meraviglioso Hotel tutto in legno con un balcone tutto intorno e una vista che meritava davvero il nome Belvedere: Bolzano si stendeva sotto di noi, davanti a noi le Dolomiti e l’Alpe di Siusi, come se qualcuno avesse dato vita a una cartolina.

     Dopo che persone, valigie e strumenti erano finalmente arrivati all’Albergo, sani e salvi, siamo riusciti persino ad arrivare in tempo per il pranzo.

    Nel pomeriggio abbiamo fatto una gita in slitta trainata da cavalli verso diverse baite intorno al Salten, questa splendida alta pianura con i suoi pini nani e l’aria invernale limpida.

    Ovunque veniva offerto un piccolo brindisi, e così siamo tornati all’hotel di buon umore verso le 16:30.

     Solo io avevo improvvisamente un problema: al momento di pagare la mia parte per la gita,  mi sono accorto che il mio portafoglio era scomparso.

    Nella mia memoria lo vedevo ancora chiaramente all’ultima sosta – non nella mia tasca,  dove avrebbe dovuto essere, ma sul davanzale di una finestra.I

    Il cocchiere non ci ha pensato a lungo, chiese a Karin e me,  di risalire e siamo tornati indietro.

    E infatti: il portafoglio era ancora lì, come se avesse voluto solo dare un’occhiata veloce al paesaggio. Per gratitudine ho offerto al cocchiere un bicchierino di grappa.

    Così siamo tornati contenti e felici – io con il portafoglio, il cocchiere con la grappa e probabilmente Karin con la consapevolezza che la vita con me non è mai del tutto noiosa.

    Passammo un San Silvestro straordinario e pieno d‘ Allegria

    Ci fu servito un Menü festivo degno di una fine d’Anno

    Dopo Cena il Trio con il loro modo fare, animarono tutti i presenti a ballare cantare e divertirsi, facendo tremare la sala e a mezzanotte volarono molti tappi di Spumante.

     Per un momento tutto era leggero: la musica, le risate, il nuovo anno che ci aspettava. Non si pensava alle preoccupazioni, ai pregiudizi, alla nostalgia di casa.

    Si era semplicemente lì – giovani, vivi e pronti per quasi tutto ciò che sarebbe accaduto.

    Qualche minuto dopo scrivemmo l‘ Anno Domini 1963 Salute

  • 🕵️ 1962 – Moosach: tra riso soffiato e fotosegnalamento

    Dopo la serata danzante con la valchiria ad Allach, il 1° giugno 1962 si aprì un nuovo capitolo della mia vita.

    Non sapevo quanto sarebbe durato, ma una cosa era certa: avrei rispettato il mio contratto di lavoro, valido per un anno.

    Prima di tutto, però, dovevo fare attenzione al mio imminente obbligo di leva. Dovevo quindi informarmi presso il Consolato Generale d’Italia a Monaco di Baviera su come ottenere una temporanea esenzione dal servizio militare e per quanto tempo sarebbe stata valida.

    Le informazioni ricevute furono più che soddisfacenti: presentando un contratto di lavoro valido, avrei ottenuto un’esenzione della durata di dieci anni, a condizione che ogni mio soggiorno annuale in Italia non superasse i novanta giorni.

    Quello stesso sabato presi il contratto di lavoro e i miei documenti e andai al Consolato Generale d’Italia, nella Möhlstraße di Monaco di Baviera. Nel giro di un’ora tutto fu regolarizzato. Come si dice in Baviera: «Der Kas is bissn». La faccenda era sistemata.

    «Franco», pensai, «ora non c’è più nulla che possa impedirti di costruire il tuo futuro.»

    Sì, fu una lotta. Non perché dovessi conquistare qualcosa, ma perché avevo deciso di adattarmi alle abitudini tedesche, capire come funzionavano le persone, conoscere la loro mentalità e imparare a cavarmela. Soprattutto, imparare la lingua era una priorità assoluta.

    Quello dell’apprendimento della lingua divenne un capitolo a sé.

    Mi comprai un dizionario italiano-tedesco e cercai di farmi capire in azienda consultandolo continuamente. Raccoglievo però soprattutto risate. E la cosa che mi infastidiva di più era il modo in cui gli altri mi parlavano: un tedesco dimezzato, ridotto quasi sempre a un solo verbo all’infinito.

    Qualche settimana dopo scoprii che non ridevano della mia pronuncia, ma perché parlavo sempre in alto tedesco. A Monaco era quasi un peccato mortale: lì, come in tutta la Baviera, si parlava bavarese. Lezione imparata: da quel momento in poi avrei imparato il bavarese.

    Una delle battaglie più dure fu quella con il cibo. Quello che mi servivano come zuppa non sapevo neppure come definirlo. Si dice che si mangi prima con gli occhi; ebbene, per i miei occhi italiani quelle zuppe erano tutt’altro che commestibili. Così, per un certo periodo, i miei pranzi consistettero quasi esclusivamente in riso soffiato.

    Chi mi avvicinò un po’ alle abitudini gastronomiche tedesche fu Nino, il mio conoscente di Ancona. Una volta andammo in treno da Allach a Monaco e, alla Stazione Centrale, lui comprò una salsiccia bianca e la mangiò con gusto. All’epoca avevo continuamente fame, così pensai: «Non fare lo schizzinoso e prova anche tu.» Ne ordinai una con della senape piccante. Ragazzi, che dire? Era buona! E così, a poco a poco, cominciai ad abbandonare il mio riso da Puffo.

    Era una splendida estate del 1962. Passeggiavo spesso per Moosach e, in Allacher Straße, trovai un grazioso localino da ballo che divenne il mio ritrovo abituale.

    Durante una di quelle passeggiate trovai lungo il sentiero la cartella di uno scolaro. Non sapevo che cosa farne, perciò pensai di consegnarla semplicemente alla polizia.

    Arrivato alla stazione di polizia di Moosach, chiesi a un agente dove potessi consegnare la cartella. Mi guardò un po’ stupito e disse, in un tedesco che allora mi sembrò ancora più strano del mio: «Do bleiben, i kommen sofort wieder» («Rimani qui, torno subito»).

    Va bene. Aspettai qualche minuto; poi tornò e disse: «Du kommen mit» («Tu vieni con me»).

    Pensai: «Io con lui non ho mai avuto niente a che fare», ma lo seguii comunque. Lo stupore aumentò quando mi condusse in una stanza che sembrava un laboratorio chimico e mi sottoposero a un vero e proprio fotosegnalamento: fotografie e impronte digitali.

    A quel punto mi chiesi: «Franco, che cosa hai combinato stavolta? Non hai ucciso nessuno, non hai rubato nulla: perché tutta questa procedura?»

    Ancora oggi, per me, rimane un mistero.

    Nell’ottobre dello stesso anno, con l’aiuto di un interprete, mi iscrissi a una scuola guida. Un anno dopo mi consegnarono la patente: un altro successo e un altro passo verso la mia libertà.

  • 💃 1962 – Allach, il tradizionale ballo di maggio e una valchiria

    Il mio primo giorno festivo in Germania

    Il mio inizio in Germania non fu, per essere sincero, un trionfo. Tutt’altro. Ma non mi lasciai scoraggiare. Ero troppo curioso per farlo – e, a dire il vero, anche un po‘ testardo.

    Anche se Rathgeber a Moosach disponeva di un campo di baracche in legno, ci portarono ad Allach. Lì occupammo una grande stanza con cinque letti a castello, ovviamente tutti occupati fino all’ultimo posto. In sostanza era di nuovo un dormitorio, solo un po‘ più piccolo del Centro di Smistamento a Verona. Ma cosa importa – avevamo un letto, un tetto sopra la testa e già questo era quasi lusso.

    Mi ero appena abituato all’ambiente, ma la mia curiosità mi spinse fuor a vedere dove eroi.

    In effetti ebbi molta fortuna. Incontrai Nino, che conoscevo dal Collegio di Ancona. Viveva già da due anni in Germania e abitava in Privato con suo fratello.

    Il loro appartamento era un Garage trasformato in una camera, ma incredibilmente accogliente.

    Quel tipo di Camera sarebbe piaciuto pure a me, ma non potevo pretendere cose del genere, forse con il passar del tempo, riuscirò pure io trovare una camera in privato.

    Nino mi mostrò un po‘ Allach, mi spiegò pazientemente le prime particolarità della vita tedesca e poi andammo insieme in un locale a bere una cola, perchè Birra non la potevo annusare, mi faceva ribrezza.

    Così ebbi già i primi punti di riferimento su come cavarsela abbastanza bene nella vita anche senza conoscere la lingua. Verso le nove ci salutammo e promettemmo di rivederci presto.

    Tornato nel Lager, raccontai ai miei compagni di stanza della mia piccola esplorazione e andai a dormire.

    La mattina dopo non dovevo lavorare – in Baviera era festa. La mia prima festa in Germania, e non avevo nemmeno ancora capito davvero come si vivesse qui. Un inizio promettente.

    Ovviamente non rimasi a lungo nel Lager. Partii di nuovo per esplorare Allach. La zona mi piaceva moltissimo. Un piccolo ruscello, molta foresta e prati verdi – non ero abituato a cose del genere nella mia terra d’origine.

    Davanti a una locanda scoprii un manifesto per un „Maitanz“. All’epoca non sapevo proprio cosa significasse „Mai“, ma la parola „ballo“ mi saltò letteralmente all’occhio. Immediatamente scattarono in me tutte le campane d’allarme – ma non per preoccupazione, bensì per entusiasmo. Con fatica riuscivo anche a decifrare l’orario: dalle 17 alle 24. 

    Così sapevo dove avrei passato la serata.  

    A mezzogiorno andai nel locale dove la sera prima ero stato con Nino e ordinai un piatto di spaghetti.

    Erano deliziosi e rafforzarono ulteriormente la mia decisione. Dopodiché tornai al Lager,   mi riposai un po‘ e annunciai ai miei compagni di stanza, come se niente fosse, che quella sera sarei andato a ballare.

    Le risate furono frastonanti e dissero:

    „Non sai una parola di tedesco e vuoi andare a ballare?“

    I loro sguardi dicevano chiaramente:

    „Lui non ha tutte le rotelle al posto giusto.“

    Ma naturalmente ciò non mi fermò.

    Alle sedici in punto presi il mio miglior vestito dalla valigia, lo indossai e andai in direzione di quel Lokale dove si ballava.

    Il locale si chiamava „Zum Grünen Hahn“,  il „Gallo Verde“ e puntualmente alle dieciasette, un quartetto iniziò a suonare dal vivo.

    All’inizio osservai attentamente la scena. Volevo in fondo capire come si invitasse una ragazza a ballare in Germania.

    VRiscontrai che dopo tre Brani il quartetto facevano sempre una piccola pausa di ca. cinque minuti, nel frattempo i ragazzi andavao a chieder alle ragazze le invitavano cortesement a ballare, e tutto sembrava sorprendentemente ordinato. Non caotico come in Italia.

    Quasi come un manovra militare.

    Così decisi di aspettare ancora qualche giro e poi buttarmi nell’avventura il mio primo ballo in Germania. 

    Avevo già adocchiato una ragazza. Era seduta tutto il tempo al suo tavolo e nessuno la invitava. 

    Durante la pausa le lanciai qualche sguardo. Lei li ricambiò. Per me bastava come sistema di comunicazione internazionale. 

    Quando la musica ricominciò, andai da lei e cercai di spiegare con mani, piedi e un po‘ di fascino italiano che mi sarebbe piaciuto ballare con lei. 

    Apparentemente mi capì – o forse era semplicemente coraggiosa. 

    Comunque si alzò. 

    E mentre si alzava, diventava sempre più alta.

    Credo che fosse alta quasi due metri se non qualcosina in più , quindi mi superava molto, ma in quel momento non me ne interessavo, volevo solo ballare.   

    In breve: accanto a lei sembravo il suo fratellino in gita scolastica. 

    Mentre ballavamo, parlava senza sosta. Non so ancora oggi cosa dicesse. Il mio vocabolario tedesco all’epoca consisteva sostanzialmente in “Sì” e “No”. Così rispondevo in base all’espressione del viso e speravo nel meglio. 

    Sorprendentemente, questo metodo funzionava benissimo. 

    Abbiamo ballato insieme più volte, e questa esperienza mi sembrava incredibilmente liberatoria. Ancora oggi vedo questa scena davanti a me:

    Un piccolo italiano invita a ballare una valchiria tedesca – e entrambi si divertono, nonostante la barriera linguistica un Mondo. 

    In quel momento sapevo: 

    Ero arrivato. Il ghiaccio si era rotto. 

    Professionalmente non era ancora tutto a posto, ma umanamente avevo imboccato la strada giusta. 

    Perché le abitudini e le tradizioni di un paese straniero non si imparano dai libri. Bisogna avventurarsi – anche a rischio di sembrare un po’ ridicoli a volte. 

    Ero soddisfatto di me stesso. 

    E la cosa più sorprendente? 

    Era appena il mio primo giorno festivo in Germania.

  • 🚉 1962 – Monaco di Baviera, Stazione Centrale: Binario 11

    Da un manifesto affisso presso il Municipio di San Severino Marche venni a sapere che in Germania cercavano lavoratori.

    Corsi subito a casa e lo raccontai a mia madre. Lei accolse la notizia senza battere ciglio.

    Nessuna sorpresa, nessuna preoccupazione, nessuna gioia. Credo che la nostra lite di poche settimane prima avesse chiuso qualcosa dentro di lei, qualcosa che nemmeno questa notizia riuscì a riaprire. Forse, in fondo, era contenta che me ne andassi.

    Così presentai la mia domanda di emigrazione presso il locale Ufficio di collocamento. Da quel momento cominciò a girare una ruota che non si sarebbe più fermata.

    Nel giro di tre settimane avevo già sostenuto due visite mediche a Macerata, mi ero sottoposto a un’operazione per una vena varicosa che, durante la prima visita, era stata giudicata un impedimento e, infine, avevo in tasca un passaporto nuovissimo: il mio passaporto, che ai miei occhi segnava la fine della mia dipendenza da mia madre.

    Nel frattempo scoprii che, fino a quel momento, avevo firmato tutti i documenti come «Gianfranco». Mi spiegarono, con gentilezza ma anche con fermezza, che dal punto di vista giuridico non era corretto: all’anagrafe mi chiamavo semplicemente «Franco».

    Il malinteso risaliva alla mia nascita. In chiesa ero stato battezzato come Gianfranco Scalera. Mio padre aveva scelto quel nome per tranquillizzare i suoi genitori a Roma, ai quali non sapeva come spiegare la situazione. «Gian» era un richiamo a Giovanni, il mio amatissimo nonno; quanto a «Franco», ancora oggi non so a chi fosse venuto in mente.

    Quando scoprii tutto questo, l’unica cosa che mi dispiacque fu dover rinunciare, nei documenti ufficiali, a quel «Gian», scelto in onore di mio nonno, che porto ancora oggi con immenso affetto nel cuore. Purtroppo, il nonno non visse abbastanza per conoscere questo cambiamento.

    Nel registro dei battesimi del Duomo di Sant’Agostino, a San Severino Marche, quel nome esiste ancora.

    Così, dal maggio 1962, ero ufficialmente Franco.

    Il 24 maggio 1962 fu un giorno strano. Con due valigie in mano e diecimila lire in tasca lasciai casa nostra, scesi lungo via San Biagio, attraversai Piazza del Popolo e mi diressi verso la stazione.

    Prima, però, volli percorrere un’ultima volta il mio cammino preferito attraverso San Severino. Forse sembrerà patetico, ma per me, in quel momento, lasciare quel piccolo paese significava abbandonare il mondo intero.

    Camminai a passo pesante, ancora una volta sotto i portici della piazza, passando davanti al Teatro Feronia, quel luogo che aveva già guidato il mio destino: a volte in meglio, a volte in peggio.

    Pochi passi più avanti comprai le mie ultime sigarette a San Severino, proprio da quel vicino che voleva diventare sacerdote e che, anni prima, avevo convinto con successo a rubare l’uva. Anche questo faceva parte delle mie attività educative non proprio devote.

    Percorsi quella strada da solo. Il mio vicino di casa, il tabaccaio, fu l’unico ad augurarmi buona fortuna e buon viaggio.

    Già allora sentii che una lacrima stava per scendere. La trattenni. Oggi, mentre scrivo queste righe, la lascio semplicemente scorrere. Sì, ero solo e avevo la sensazione che il mondo e la mia famiglia si fossero dimenticati che esistevo ancora. Un sentimento indescrivibile.

    Un paio d’ore dopo, però, mi ritrovai seduto su un treno insieme a molti altri emigranti. Per me, quel treno aveva un solo nome: «Speranza».

    Verso le 18 arrivammo a Verona.

    Nel centro di smistamento per emigranti ci assegnarono dei posti per dormire in un’enorme sala. Dopodiché finimmo nelle mani dei medici, che ci sottoposero a un controllo accurato.

    Il 28 maggio ci chiamarono a gruppi per firmare i contratti di lavoro.

    All’inizio non trovai nulla di adatto. Poi, all’improvviso, qualcuno annunciò: «Per Monaco di Baviera si cercano saldatori elettrici».

    Quella era la mia occasione. Mi feci subito avanti.

    Dopotutto avevo frequentato per tre mesi, a Matelica, un corso per saldatore.

    Così ottenni un contratto di lavoro presso la ditta Rathgeber, a Monaco-Moosach. Per la prima volta dopo settimane sentii tornare dentro di me un po’ di calma.

    Il 29 maggio noi, circa tremila italiani pronti a emigrare, fummo fatti salire su un treno speciale e portati in Germania.

    Mercoledì 30 maggio 1962, verso le 7 del mattino, arrivammo a Monaco di Baviera, sul binario 13 della Stazione Centrale.

    E che cosa posso dire? Una delusione assoluta.

    Secondo i racconti di chi era tornato in Italia, la Germania era praticamente popolata soltanto da ragazze bionde e carine. Ma quando scesi dal treno non ne vidi nemmeno una.

    Per un breve istante pensai seriamente di rimediare all’errore e tornarmene a casa. Poi, però, pensai a mia madre. Quel pensiero mi riportò immediatamente alla realtà.

    Così mi dissi: «Va bene, non scoraggiarti. Avanti tutta!»

    Ci portarono nel bunker di fronte ai bagni degli uomini, presso il binario 13. Ci diedero banane e mele e registrarono ancora una volta i nostri dati personali.

    Poi venne a prenderci un interprete, che ci accompagnò a Monaco-Moosach, dove l’intera procedura ricominciò da capo.

    Dopodiché dovemmo sostenere una prova di saldatura.

    Non voglio abbellire le cose: la fallii completamente.

    Mi chiesero di eseguire una saldatura verticale su un angolo di 90 gradi, qualcosa che non avevo mai fatto fino a quel momento. Il risultato? Alcuni buchi molto convincenti nel metallo, ma decisamente poco adatti a garantirne la stabilità.

    Così, invece di una saldatrice, per il momento mi misero in mano una scopa.

    Quasi nello stesso momento, però, mi dissero che avrei dovuto frequentare un corso di saldatura e che, se lo avessi superato, sarei diventato saldatore. E così fu.

    Il mio inizio in Germania, dunque, non fu coronato d’alloro, bensì da una scopa.

    Ma avevo una direzione da seguire.

    E in quella direzione c’erano possibilità. Dovevo soltanto coglierle. E l’ho fatto.

  • 🕺 1962 – Il mio ultimo Carnevale a San Severino

    Dopo quel disastro estivo e il leggendario schiaffo ricevuto da mia madre proprio in mezzo alla pista da ballo, ero diventato molto più prudente.

    Cercavo di non farla arrabbiare di nuovo, perché fino a quel momento avevo già collezionato abbastanza umiliazioni pubbliche.

    Per questo preferivo tenere le mie conoscenze sentimentali il più lontano possibile da San Severino.

    Ormai avevo imparato che, con mia madre, non si poteva mai sapere.

    Prima di trasferirmi in Germania, frequentai un corso per saldatore elettrico presso il centro di addestramento dell’ENI a Matelica.

    L’obiettivo era quello di essere assunti successivamente dalla Saipem e andare a lavorare a Gela, in Sicilia.

    Per tre mesi viaggiai ogni giorno tra San Severino Marche e Matelica. Consegnavo diligentemente a casa il compenso che ricevevo, trattenendo soltanto il denaro necessario per le mie spese, come l’abbonamento ferroviario e poco altro.

    In quel periodo conobbi una ragazza della zona di Castelraimondo.

    Anche lei prendeva ogni giorno il treno per andare a lavorare a Matelica.

    Tra noi nacque così una storia.

    A quanto pare, all’inizio mia madre non se ne accorse. Tuttavia cominciò presto a insospettirsi, perché il sabato e la domenica ero raramente a casa e tornavo quasi sempre soltanto la sera per dormire.

    Probabilmente chiese informazioni a qualche conoscente oppure qualcuno sentì spontaneamente il dovere di riferirle che frequentavo una ragazza nei dintorni di Castelraimondo.

    La notizia non le piacque affatto.

    Un bel giorno apparve improvvisamente sul treno, mentre noi due sedevamo tranquilli e innamorati come due tortorelle.

    Quello che accadde subito dopo fece sembrare quasi innocente lo schiaffo sulla pista da ballo.

    Mia madre insultò la ragazza in modo talmente volgare e offensivo che, ancora oggi, ripensandoci, provo disagio.

    A quel punto persi anch’io la calma.

    Le risposi con parole molto dure, che sarebbe stato meglio non pronunciare. Erano frasi che riguardavano il suo rapporto con mio padre e che sicuramente le fecero male.

    Più tardi mi pentii profondamente della mia reazione.

    Ma in quel momento non riuscivo ad accettare che trattasse in quel modo una ragazza che non aveva fatto assolutamente nulla di male.

    Le mie ultime parole sul treno furono:

    «O la smetti, oppure me ne vado di casa una volta per tutte.»

    Funzionò.

    Tuttavia l’intera scena mi mise terribilmente in imbarazzo, soprattutto perché molti dei passeggeri ci conoscevano.

    Da episodi come quello avevo imparato una lezione importante.

    Da allora cercai di fare in modo che a San Severino si sapesse il meno possibile delle mie attività.

    Anche per godermi il mio ultimo Carnevale a San Severino, nel 1962, dovetti quindi ricorrere ancora una volta a uno dei miei piccoli stratagemmi.

    Dopo ogni partita casalinga della domenica avevo infatti un unico obiettivo:

    andare a ballare.

    La nostra casa si trovava nel centro storico di San Severino e aveva due ingressi: quello principale e un secondo accesso attraverso la cantina.

    Sapevo esattamente che mia madre e suo marito la domenica sera andavano a letto intorno alle otto e mezza.

    Prima lui e, circa dieci minuti dopo, lei.

    Prima di coricarsi, mia madre controllava sempre che tutte le porte fossero chiuse.

    Per raggiungere la sua camera doveva passare davanti alla mia e, ogni volta, dava un’occhiata al mio letto.

    Ma io, naturalmente, ero già profondamente addormentato. 😉

    Cinque minuti dopo, la luce si spegneva.

    Quando mi mettevo a letto ero completamente vestito, anche se senza scarpe.

    Dal punto di vista igienico, la soluzione era certamente discutibile, ma non avevo molte alternative.

    Poi aspettavo pazientemente che entrambi iniziassero il loro consueto concerto domenicale di russate. 😴

    Quello era il mio segnale di partenza.

    Mi alzavo, prendevo le scarpe e scendevo lentamente in cantina.

    Aprivo con cautela la porta, la richiudevo silenziosamente dall’esterno e poi prendevo il volo.

    Per quasi tutto il periodo di Carnevale, questo sistema funzionò alla perfezione.

    Poi arrivò l’ultima domenica di Carnevale.

    Come sempre aspettai l’inizio del concerto domenicale e poi sgattaiolai fuori per andare a ballare a Taccoli, una piccola frazione distante circa otto chilometri da San Severino.

    Il mio piano era perfetto.

    Sapevo che al massimo alle tre del mattino sarei tornato con l’autobus e che verso le tre e venti mi sarei infilato comodamente e civilmente nel letto.

    Ma quella volta il destino decise di non collaborare.

    L’autobus collettivo arrivò con quasi quarantacinque minuti di ritardo.

    Provai anche a fare l’autostop, ma senza successo.

    Così rientrai a San Severino soltanto verso le quattro del mattino.

    Ed è proprio lì che cominciò la mia sfortuna.

    Il marito di mia madre lavorava allora per il Comune come netturbino e il suo turno iniziava già alle quattro del mattino.

    Appena svoltai in Via San Biagio, vidi in lontananza le luci accese dentro casa.

    Probabilmente furono i cento metri più lunghi della mia vita.

    In cima alla scala mi aspettava una piccola figura con le mani sui fianchi.

    Già quella sola immagine non prometteva nulla di buono.

    Ma prima ancora che potesse aprire bocca, dissi automaticamente, con tono piuttosto irritato:

    «Per favore, lasciami stare. Sono stanco e adesso vado a dormire!»

    Le passai davanti senza aggiungere altro e mi infilai nel letto.

    Da quel momento, in casa regnò un silenzio assoluto per quaranta giorni.

    Soltanto mia zia Teresa riuscì, alla fine, a riportare la pace.

    A Pasqua terminò finalmente quello che io chiamavo il nostro personale «silenzio degli innocenti».

    Fu l’ultima grande lite con mia madre.

    Solo cinque settimane più tardi emigrai in Germania.

    Così si concluse un capitolo della mia vita.

    E non soltanto il mio ultimo Carnevale a San Severino.

  • ✋ 1961 – Lo schiaffo sulla pista da ballo

    Era una domenica meravigliosa, una di quelle tipiche delle estati italiane: sole a volontà, calcio nel pomeriggio, tribune piene e tifosi entusiasti.

    La ciliegina sulla torta fu una vittoria per 3-0, che ci assicurò la permanenza nel Campionato d’Eccellenza, che all’epoca si chiamava ancora Promozione.

    Dopo la partita e la doccia, andai con alcuni compagni nel nostro bar abituale.

    Lì bevvi, in modo decisamente poco italiano, non un caffè caldo, ma un bicchiere di latte freddo.

    Verso le cinque andai nell’ufficio della Settempeda per ritirare il premio partita. Alle cinque e mezza ero già di nuovo a casa.

    Consegnai diligentemente a mia madre le 5.000 lire ricevute e, in cambio, ottenni la mia paghetta settimanale: 1.000 lire.

    Già allora mi stupivo dell’eleganza con cui riusciva a ridistribuire il mio denaro a proprio favore.

    Ma si sa: le madri hanno una politica finanziaria tutta loro.

    Quel giorno non si sentiva molto bene, perciò la cena sarebbe stata pronta soltanto verso le otto.

    Decisi quindi di fare un salto in piazza.

    Mentre stavo uscendo, mia madre mi chiese di passare in farmacia e di comprarle una piccola confezione di aspirina, perché aveva mal di testa.

    Naturalmente le dissi di sì.

    Non immaginavo che proprio quel «naturalmente» mi sarebbe tornato dolorosamente a sfavore.

    Quando arrivai in piazza, la trovai stranamente vuota.

    Allora mi ricordai che, nel quartiere vicino alla mia vecchia scuola elementare, si trovava il bar della nostra vicina Antonietta e di suo fratello Peppe.

    Quella sera lì si ballava.

    Decisi quindi di andare a controllare la situazione, naturalmente soltanto a scopo puramente informativo.

    Che cosa posso dire?

    I miei amici c’erano.

    C’erano anche molte ragazze.

    E, a quel punto, ogni forma di buon senso fu ufficialmente messa fuori servizio.

    Era l’epoca di Brenda Lee, Paul Anka, Connie Francis, Ray Charles, Elvis Presley, Chuck Berry, Bill Haley, Adriano Celentano, Peppino di Capri e Domenico Modugno.

    Per noi giovani quella non era soltanto musica: era un modo di vivere.

    Gli anziani ci chiamavano scherzosamente «mezze forze», perché non riuscivano a comprendere quella musica e quel nuovo modo di divertirsi.

    Ma a noi non importava.

    Quella sera, trascinato dall’entusiasmo del ballo, dimenticai completamente tutto ciò che mi circondava.

    Ero felice, spensierato e convinto che una serata del genere, insieme agli amici, non sarebbe mai dovuta finire.

    A un certo punto si fece buio, ma io continuavo a ballare, sospeso nel mio personale paradiso della danza, completamente privo del senso del tempo e fiducioso che gli eventuali problemi si sarebbero risolti da soli.

    Nel mezzo della confusione sentii improvvisamente qualcuno toccarmi una spalla.

    All’inizio pensai a un errore.

    Ma un secondo colpetto, decisamente più energico, mi riportò bruscamente alla realtà.

    Mi voltai.

    Nello stesso istante mi arrivò un sonoro schiaffo, di quelli che soltanto una madre sa distribuire con tanta precisione.

    Davanti a me c’era mia madre.

    Un metro e cinquanta di energia concentrata, trasformata in furia e pura determinazione.

    Io allora ero già alto un metro e settantadue, quindi, per riuscire a colpirmi così bene, probabilmente dovette impegnarsi più di quanto facessi io sul campo da calcio.

    Furiosa mi chiese:

    «Sai che ore sono?»

    E naturalmente, in quel momento, sapevo soprattutto una cosa:

    aveva ragione.

    Non avevo comprato l’aspirina e non ero nemmeno tornato puntuale per la cena.

    Non mi restò quindi altro da fare che voltarmi brevemente verso la ragazza con cui stavo ballando e dirle, con grande educazione:

    «Aspetta un momento, torno subito.»

    Una frase la cui ottimistica audacia, ripensandoci oggi, continua ancora a sorprendermi.

    Il ritorno a casa, però, ebbe ben poco di romantico.

    Fu accompagnato da una predica ininterrotta che durò per tutto il tragitto.

    E la ragazza della pista da ballo non la rividi mai più.

    Spero soltanto che non sia rimasta lì ad aspettare fino a oggi il mio ritorno.

    Dubito che quello schiaffo pubblico abbia contribuito a migliorare il rapporto tra me e mia madre.

    Tuttavia, non le fui mai veramente arrabbiato e non le serbai rancore.

    A volte avrei soltanto desiderato che fosse un po’ più indulgente con me.

    Se in seguito ci sia riuscita, oggi non saprei dirlo.

    Ma lo schiaffo sulla pista da ballo, quello non l’ho mai dimenticato.

  • 🐕 1957 – Laika, l’influenza asiatica e l’appendicite

    🐕 1957 – Laika, l’influenza asiatica e l’appendicite

    Anche noi del collegio non fummo risparmiati dall’influenza asiatica. Era settembre del 1957 quando l’ondata influenzale ci raggiunse.

    All’inizio colpì soltanto pochi ragazzi, ma verso la fine del mese sembrava ormai essersi impadronita quasi dell’intero collegio, me compreso.

    Mi portarono all’ospedale di Ancona perché, a quanto pare, presentavo i sintomi tipici dell’influenza asiatica, ma senza febbre.

    Appena arrivato, però, fui subito trasferito: improvvisamente si parlava di Itterizzia, così finii nell‘ apposito Reparto.

    Scoprii che in medicina si può cambiare reparto in un batter d’occhio, senza avere nemmeno il tempo di disfare la valigia.

    Il giorno seguente fui visitato di nuovo e, guarda caso, scoprirono che che avevo Infiammazione acuta dell’appendice.

    Nel giro di mezz’ora mi ritrovai in sala operatoria.

    Dall’influenza asiatica all’itterezia, dall’itterizzia all’appendicite: a quanto pare, le diagnosi facevano salti ben più grandi di quelli che riuscivo a fare io a quell’età.

    Ricapitolando rapidamente:

     Ricoverato per sospetta influenza asiatica.
     Nuova diagnosi: itterizzia.
     Nuova diagnosi: Infiammazione acuta dell’appendice e operazione immediata.

    Che cosa potevo pensare, a quattordici anni, di quella piccola odissea medica?

    Sinceramente, nulla.

    All’epoca non capivo assolutamente nulla di medicina e, a essere del tutto onesto, da allora le mie conoscenze sono migliorate soltanto in misura modesta.

    Oggi riesco almeno a distinguere un raffreddore da uno strappo muscolare, ma la mia competenza professionale finisce più o meno lì.

    In quei giorni, quindi, non nutrivo particolari dubbi sull’arte medica italiana. Pensavo soltanto:

    «Sapranno sicuramente quel che fanno.» 

    Poco tempo dopo, mentre ero ancora convalescente, il mio pensiero andava spesso a Laika, la piccola cagnolina che viaggiava intorno alla Terra a bordo dello Sputnik 2.

    Speravo con tutto il cuore che non le accadesse qualcosa di simile a lei come era  successo a me con il ricovero: un viaggio verso l’ignoto, dall’esito incerto, accompagnato dalla speranza di tornare sana e salva.

    Purtroppo il destino non fu affatto clemente con Laika.

    Tramite la mia Odyssea ospedaliera, il lato positivo fu, usufruire die una lunga convalescenza, che trascorsi, a San Severino Marche.

    Questa fu la parte migliore della Medaglia.

    Durante la convalescenza facevo spesso lunghe passeggiate.

    Un giorno mi ritrovai nei pressi dello stadio di San Severino Marche, dove giocava la Settempeda. Guardando alcuni ragazzi allenarsi, capii che stavano svolgendo un provino di calcio.

    Raccolsi tutto il mio coraggio e mi avvicinai lentamente alla porta, che in quel momento era vuota e, chiesi ai presenti se potevo mettermi in porta, il ciò fu appreso con molto entsiasmo,  

    cosi come ero vestito, mi misi tra i pali, cominciai a giocare, entusiasmando i ragazzi con le mie parate.

    Poco dopo si avvicinò Renato, un centravanti,  allora molto conosciuto nelle Marche, che giocava nella Sambenedettese, in Serie B, la seconda divisione italiana.

    Mi chiese con quale squadra  e dove giocassi.

    Risposi semplicemente:

    «Ad Ancona, nella squadra del collegio.»

    In seguito mi parlò un Dirigente della S.S. Settempeda e mi chiese se volessi entrare nella squadra locale.

    Purtroppo dovetti rifiutare: avevo appena iniziato la scuola tecnica ad Ancona, che volevo assolutamente portare al termine.

    Fino al 1960, quindi, non potei giocare con la Settempeda di San Severino Marche.

    Ma fu proprio da quell’incontro casuale che, qualche anno più tardi, iniziò la mia breve ma intensa carriera calcistica.

    Arrivai perfino a un valore di mercato di cinque milioni di lire, che oggi corrisponderebbero a circa 32.500 Marchi di allora.

    Non male per uno che, poco tempo prima, era passato dall’influenza all’itterizia e poi all’appendicite, rischiando quasi di lasciarci le penne.

    Quando tornai a casa, però, dovetti prima ascoltare la predica di mia madre, perché i miei vestiti erano completamente sporchi.

    Inventai una piccola bugia d’emergenza e dissi di essere inciampato e caduto in una pozzanghera. Per fortuna, almeno la cicatrice dell’appendicite era rimasta illesa.

    Mia madre si accontentò della spiegazione e, per mia fortuna, non fece altre domande.

    Altrimenti avrei probabilmente dovuto spiegarle come si possa finire, per puro caso, in porta su un campo da calcio pochi giorni dopo un’operazione.

  • ⚽ 1961 – Nando, il centravanti con due scarpe sinistre

    ⚽ 1961 – Nando, il centravanti con due scarpe sinistre

    All’epoca giocavo nella S.S. Settempeda, allenata da mister Pin: un uomo che, probabilmente, ingoiava più disciplina a colazione di quanta noi tutti riuscissimo a metterne insieme in campo.

    All’inizio della stagione ero soltanto la seconda scelta, perché un giocatore arrivato dal Camerino mi aveva soffiato il posto da titolare. Ma, a dire il vero, non potevo lamentarmi.

    Gli allenamenti erano divertenti, la piccola indennità mensile arrivava puntuale e, quando venivo convocato, ricevevo anche il premio partita. Succedeva abbastanza spesso, anche se qualche volta restavo in panchina o facevo il guardalinee.

    In quella vita da riservista, però, non ero solo. C’erano anche altri ragazzi di San Severino, tra cui Nando.

    Fisicamente era un atleta modello: alto, robusto, agile e dotato di un fisico eccezionale. In breve, sembrava nato più per l’atletica leggera che per il calcio.

    Quanto al pallone… diciamo semplicemente che non gli mancava l’ottimismo.

    Ci allenavamo comunque come se la nostra vita dipendesse da quello. Tre volte alla settimana correvamo, sudavamo e soffrivamo.

    Anche noi riservisti aspettavamo, domenica dopo domenica, la nostra occasione. Per me arrivò già a gennaio; per Nando ci volle fino a maggio.

    Quando mister Pin annunciò che la domenica successiva, contro il Monte San Giusto, Nando sarebbe partito titolare, per lui fu subito chiaro: non era una semplice partita.

    Era la sua finale dei Mondiali, il suo momento personale da Pelé.

    La domenica mattina partimmo alle dieci. L’autobus aveva appena lasciato Piazza del Popolo quando qualcuno gridò all’improvviso:

    «Fermi! Devo tornare a casa: ho dimenticato le scarpe da calcio!»

    Naturalmente era Nando.

    Per fortuna abitava poco lontano, così l’autobus fece una rapida deviazione e si fermò davanti a casa sua.

    Pochi minuti dopo Nando era di nuovo a bordo e noi pensammo:

    «Peggio di così, oggi, non può andare.»

    Ma non avevamo fatto i conti con Nando.

    Poco prima della partita, nello spogliatoio, lanciò un urlo:

    «Ragazzi… ho portato due scarpe da calcio sinistre!»

    Per un istante calò un silenzio assoluto. Poi scoppiammo tutti a ridere.

    Ma la cosa più bella fu proprio la reazione di Nando. Superato il primo momento di disperazione, tornò a sorridere e disse:

    «Va bene, allora giocherò con due scarpe sinistre. Magari riuscirò almeno a confondere il portiere!»

    A quel punto ogni traccia di nervosismo scomparve.

    Ridemmo fino alle lacrime, non di lui, ma con lui. Perché Nando era proprio così.

    E poi il calcio, ancora una volta, scrisse una delle sue storie.

    Passammo davvero in vantaggio per 1-0.

    Il marcatore?

    Naturalmente Nando.

    Sì, proprio lui: Nando, l’uomo con le due scarpe da calcio sinistre.

    Ancora oggi non so con quale piede abbia segnato. E forse è meglio così: certi miracoli non devono essere osservati troppo da vicino.

    La partita finì 1-1. Purtroppo subimmo il gol del pareggio su calcio di rigore e non riuscimmo a vincere.

    Ma di quella giornata è rimasto qualcosa di molto più bello.

    Non il risultato.

    Non la classifica.

    Ma l’emozione di quel giorno, la fermata dell’autobus davanti a casa sua, quell’urlo nello spogliatoio e Nando, capace di rendere possibile l’impossibile con due scarpe da calcio sinistre.

    Quando ci penso oggi, mi viene ancora da ridere. Ma è una risata che nasce dal cuore e lo riempie di gioia: una di quelle risate che soltanto i ricordi del passato sanno regalare.

    E se lassù esiste davvero un Dio del calcio, quel giorno deve aver dato una piccola spinta al destino.

    Se Nando non fosse riuscito comunque a scendere in campo, il suo sogno mondiale sarebbe svanito e noi non avremmo mai vissuto uno degli aneddoti più allegri – e, in quel momento, più tragici – della nostra giovinezza.

  • ⚽1961 – Nando – der Mann mit den zwei linken Fußballschuhen

    Damals spielte ich bei der S.S. Settempeda unter Mister Pin – einem Mann, der vermutlich schon beim Frühstück mehr Disziplin ausstrahlte als wir alle zusammen auf dem Fußballplatz. Zu Beginn der Saison war ich nur zweite Wahl, denn ein eingekaufter Spieler aus Camerino hatte mir den Stammplatz weggeschnappt. Doch wirklich beklagen konnte ich mich nicht. Das Training machte Spaß, die monatliche Aufwandsentschädigung kam pünktlich, und wenn ich im Kader stand, gab es sogar die volle Spielprämie – selbst dann, wenn ich den größten Teil des Spiels aus nächster Nähe bestaunen durfte.

    Mit diesem Reservistendasein war ich allerdings nicht allein. Da gab es noch einige Jungs aus San Severino, unter anderem Nando. Rein äußerlich war er eine Wucht: groß, kräftig und sportlich gebaut. Kurz gesagt: Für die Leichtathletik geboren. Für Fußball… sagen wir es freundlich: mit bemerkenswertem Optimismus ausgestattet.

    Trainiert wurde trotzdem, als hinge unser Leben davon ab. Dreimal pro Woche wurde gelaufen, geschwitzt und gelitten. Auch wir Reservisten hofften Woche für Woche auf unsere Chance. Für mich kam sie bereits im Januar, bei Nando dauerte es bis Mai.

    Als Mister Pin am Samstagabend bekanntgab, dass Nando am Sonntag gegen Monte San Giusto im Kader stehen würde, war für ihn klar: Das war nicht einfach ein Spiel. Es war sein WM-Finale, sein persönlicher Maradona-Moment.

    Am Sonntagmorgen um zehn Uhr ging es los. Kaum hatte sich der Bus an der Piazza del Popolo in Bewegung gesetzt, brüllte plötzlich jemand:

    „Stopp! Ich muss nach Hause – ich habe meine Fußballschuhe vergessen!“

    Natürlich war das Nando.

    Zum Glück wohnte er nicht weit entfernt, also fuhr der Bus kurzerhand bis vor seine Haustür. Wenige Augenblicke später war er wieder an Bord, und wir dachten alle:

    Schlimmer kann es heute nicht mehr werden.

    Doch wir hatten die Rechnung ohne Nando gemacht.

    In der Kabine, kurz vor dem Spiel, stieß er plötzlich einen Schrei aus:

    „Jungs … ich habe zwei linke Fußballschuhe dabei!“

    Einen Augenblick lang herrschte absolute Stille.

    Dann brachen wir alle in Gelächter aus.

    Aber das Schönste war Nando selbst. Denn kaum hatte er den ersten Schock überwunden, grinste er schon wieder und sagte:

    „Na gut, dann spiele ich eben mit zwei linken Schuhen. Vielleicht täusche ich damit wenigstens den Torwart.“

    Und damit war jede Nervosität verschwunden.

    Wir lachten Tränen – nicht über ihn, sondern mit ihm. Denn genau so war Nando.

    Und dann schrieb der Fußball wieder einmal seine eigenen Geschichten.

    Wir gingen tatsächlich mit 1:0 in Führung.

    Torschütze?

    Natürlich Nando.

    Ja, genau der Nando.

    Der Mann mit den zwei linken Fußballschuhen.

    Bis heute weiß ich nicht, mit welchem Fuß er das Tor geschossen hat, und vielleicht ist es besser so. Manche Wunder sollte man nicht allzu genau hinterfragen.

    Am Ende stand es 1:1. Ich musste leider noch einen Elfmeter hinnehmen, und gewonnen haben wir nicht.

    Aber geblieben ist etwas viel Schöneres.

    Nicht das Ergebnis.

    Nicht die Tabelle.

    Sondern dieser eine Tag, diese Aufregung, dieser Busstopp vor seinem Haus, dieser Schrei in der Kabine – und Nando, wie er mit zwei linken Fußballschuhen das Unmögliche möglich machte.

    Wenn ich heute daran zurückdenke, muss ich immer noch lachen. Aber es ist dieses warme Lachen, das nur Erinnerungen schenken können.

    Und wenn irgendwo da oben ein Fußballgott für gute Anekdoten zuständig ist, dann hat er an diesem Tag ganz sicher seine Hände im Spiel gehabt – auch wenn Nando nur linke Schuhe anhatte.

  • 🪰 1989 – Das Surren der Fliegen – Karfreitag im Dom der Maschinen

    Historische IBM-System/360-Anlage – Symbolbild für die Großrechnerwelt.

    Es gibt Tage im Berufsleben, die verschwinden spurlos im grauen Einerlei von Dienstplänen und Schichtübergaben. Und dann gibt es jene Tage, die sich unauslöschlich einprägen – nicht, weil man sie sich ausgesucht hätte, sondern weil ein einziges Geräusch, eine kleine Unachtsamkeit oder ein falscher Schritt genügt, um sie für immer im Gedächtnis zu verankern. Dieser Karfreitag gehörte eindeutig zur zweiten Sorte.

    Unsere Nachtschicht war damals längst eingespielt wie ein Uhrwerk, das nur gelegentlich aufgezogen werden musste. Zu Beginn der Schicht betrug die eigentliche Arbeitszeit meist vier bis fünf Stunden, doch nicht selten reichte sie bis tief in den Samstag oder sogar in Feiertage hinein. In der Jobvorbereitungsgruppe hatten wir deshalb eine einfache und vernünftige Regel eingeführt: An solchen Tagen löste die Frühschicht die Kollegen der Nacht spätestens um 8:00 Uhr ab. Das System funktionierte erstaunlich gut.

    Es war Ostern 1989. In der Karwoche hatte ich Frühschicht und löste am Karfreitag um 6:00 Uhr Hans ab, meinen Trauzeugen. Schon bei der Übergabe sah man ihm die anstrengende Nacht an. Mehrere Datenbanken waren beschädigt worden und mussten dringend repariert werden. Den verbliebenen Rest dieser Arbeit übernahm ich und brachte ihn schließlich zu Ende.

    IBM-3090-Rechenzentrum – Symbolbild für die Großrechnerwelt der 1980er-Jahre

    Zum Glück musste an gesamtdeutschen Feiertagen die Online-Verfügbarkeit nicht bereits um Punkt sechs Uhr gewährleistet sein. Die gesamte Verwaltung – Autoauslieferung, Buchhaltung, Ersatzteilwesen, Export, Fertigerzeugnisse, Kfz-Briefe, Materialwirtschaft, Ordering, Technischer Informationsdienst und viele weitere Bereiche – musste erst gegen 11:30 Uhr vollständig onlinefähig sein. Im Ernstfall hätten wir selbstverständlich Prioritäten setzen können. Doch es war Karfreitag. Und an Karfreitagen scheint selbst ein Rechenzentrum einen Gang herunterzuschalten.

    Nachdem die Datenbanken wiederhergestellt waren, kehrte allmählich Ruhe ein. Die Maschinen arbeiteten wieder im gewohnten Rhythmus, als wäre nie etwas geschehen. Und wir gönnten uns sogar eine wohlverdiente Mittagspause. Wer mit Großrechnern gearbeitet hat, weiß: Eine ruhige Mittagspause nach einer solchen Nacht ist kein Luxus, sondern beinahe ein Geschenk des Himmels.

    Gegen 14:00 Uhr verabschiedete sich die Frühschicht aus dem Maschinensaal, den wir ehrfürchtig und gleichzeitig mit einem Augenzwinkern „den Dom“ nannten. Dort residierten Max, Moritz und die Witwe Bolte – drei IBM-360/85-Anlagen mit ihren Platteneinheiten, dem sogenannten „Kaninchenstall“, dazu sechsunddreißig oder vierzig Bandeinheiten, Lochkartenleser, mehrere Drucker und allerlei Peripheriegeräte. Es war ein eigenes Universum aus Metall, Kabeln, Wärme, Lichtsignalen und ständigem Rauschen. Hackerangriffe, wie sie die spätere IT-Welt kennenlernen sollte, existierten damals noch nicht. Damals konnte man den größten Schaden noch mit dem eigenen Fuß anrichten.

    Gegen 15:30 Uhr vervollständigte ich das Schichtprotokoll und machte meine Kontrollrunde. Ich überprüfte, ob noch etwas offen war und ob alle Projekte ihre finale Sicherung für den nächsten Online-Start erhalten hatten. Anschließend ging ich zu den Druckern und unterhielt mich mit dem Operator.

    Während unseres Gesprächs bewegte ich mich rückwärts in Richtung Ausgang – eine jener unbedachten Kleinigkeiten, die sich im Nachhinein als Auftakt zu einem Drama entpuppen. Ich übersah eine leicht verschobene Doppelbodenplatte, verlor das Gleichgewicht, riss instinktiv die Arme hoch und fiel rücklings zu Boden.

    Und weil das Leben gelegentlich einen ausgesprochen schwarzen Humor besitzt, traf ich beim Fallen ausgerechnet den roten Hauptschalter.

    Der Dom verstummte.

    Von einer Sekunde auf die andere war das vertraute Rauschen verschwunden. Kein Summen, kein Klackern, kein rhythmisches Arbeiten der Geräte. Nur Stille. Eine solche Stille, dass man tatsächlich das Surren einer einzigen Fliege hätte hören können.

    Der Operator, der alles beobachtet hatte, eilte sofort zu mir. Wahrscheinlich sah ich in diesem Augenblick nicht nur erschrocken, sondern bereits kreidebleich aus.

    „Alles in Ordnung?“

    Ich brachte lediglich ein leises, stotterndes „Ja, ja …“ hervor.

    Der IBM-Bereitschaftsdienst wurde verständigt, ebenso der Leiter des Rechenzentrums. Zum Glück hielt sich der Schaden in Grenzen. Lediglich eine 3380-Platte hatte ihren Geist aufgegeben und konnte dank der zuvor angefertigten Sicherungen wiederhergestellt werden.

    Gegen 18:00 Uhr war der Spuk vorbei. Der Dom atmete wieder. Die Technik lief, und ich konnte mit einem etwas flauen Magen nach Hause fahren.

    Am Osterdienstag folgte der unvermeidliche Rapport beim Stellvertreter des Bereichsleiters, einem ehemaligen Bundeswehroffizier. Zunächst verlief das Gespräch ruhig und sachlich. Dann stellte er die Frage, die offenbar schon die ganze Zeit im Raum gestanden hatte:

    „Herr Pioli, hatten Sie am Freitag etwas getrunken?“

    Da fuhr ich, zugegeben, ein wenig aus der Haut.

    „Erstens: Glauben Sie wirklich, dass ich es Ihnen jetzt sagen würde, wenn ich etwas getrunken hätte? Und zweitens: Dass ich mich an diesem Schaltpult wegen einer schlecht sitzenden Doppelbodenplatte verletzt habe, kommt Ihnen überhaupt nicht in den Sinn?“

    Nun geriet er seinerseits ins Stottern.

    „Nein, nein, Herr Pioli, so war das nicht gemeint …“

    Damit war die Angelegenheit beendet. Ich kehrte an meinen Arbeitsplatz zurück – aufrechter, als ich am Karfreitag gefallen war.

    Immerhin zog man Konsequenzen aus dem Vorfall. Die Bodenplatte wurde ordentlich justiert, und der rote Hauptschalter erhielt einen stabilen Schutzdeckel, der erst geöffnet werden musste, bevor man den Schalter überhaupt betätigen konnte. Die Anlage war danach besser geschützt – vermutlich auch vor mir.

    Den alten roten Schalter schenkte man mir später als Erinnerung. Heute liegt er oben auf dem Speicher. Ein kleines Stück Rechenzentrumsgeschichte und ein Denkmal meiner unfreiwilligen Großtat.

    Ausgeschaltet wird damit nichts mehr.

    Höchstens gelegentlich die Vorstellung, dass Technik immer nur von innen heraus versagt.