Autor: fpioli_admin

  • Olivenöl aus den Marken – Charakter in jedem Tropfen

    Olivenöl aus den Marken – Charakter in jedem Tropfen

    Zwischen Adriaküste und Apennin prägen Olivenhaine seit Jahrhunderten die Landschaft der Marken. Aus regionalen Sorten und sorgfältiger Verarbeitung entstehen native Olivenöle extra, die mit Frische, feiner Bitterkeit und einer angenehmen Schärfe überraschen. Sie sind nicht nur ein Bestandteil der Küche, sondern ein Stück Landschaft, Handwerk und gelebter Tradition.

    Tradition mit tiefen Wurzeln

    Der Olivenbaum begleitet die Menschen im Mittelmeerraum seit Jahrtausenden. Auch in den Marken prägt er Landschaft, Küche und Kultur. Seine knorrigen Stämme erzählen von Beständigkeit, während aus seinen Früchten ein Öl entsteht, das bis heute für Herkunft, Handwerk und Lebensart steht.

    Sorten mit regionalem Charakter

    Raggia, Ascolana Tenera, Mignola, Piantone di Mogliano und Rosciola gehören zu den charakteristischen Olivensorten der Marken. Sie verleihen den Ölen fruchtige Noten von grüner Olive, Kräutern und Mandel, begleitet von feiner Bitterkeit und einer angenehmen Schärfe.

    Blend oder Monocultivar?

    Ein Blend verbindet Öle verschiedener Olivensorten zu einer ausgewogenen Komposition. Die Eigenschaften der einzelnen Sorten ergänzen sich und ergeben ein harmonisches, vielseitiges Geschmacksbild.

    Ein Monocultivar wird dagegen ausschließlich aus einer einzigen Olivensorte gewonnen. Dadurch treten ihr eigener Charakter sowie der Einfluss von Boden, Klima und Erntejahr besonders deutlich hervor.

    Woran erkennt man gutes EVO?

    Ein hochwertiges natives Olivenöl extra wirkt frisch und lebendig. In Duft und Geschmack können sich Noten von grüner Olive, Kräutern, Mandel oder Artischocke zeigen. Eine feine Bitterkeit und eine leichte pfeffrige Schärfe sind dabei keine Fehler, sondern häufig Zeichen von Frische und wertvollen Inhaltsstoffen. Wirkt ein Öl dagegen flach, muffig oder ranzig, hat es seinen besten Zustand meist hinter sich.

    Kaufen und richtig aufbewahren

    Ein gutes EVO sollte eine klare Herkunft erkennen lassen und möglichst frisch sein. Dunkle Flaschen oder Dosen schützen es besser vor Licht. Nach dem Öffnen gehört es gut verschlossen an einen kühlen, dunklen Ort – fern von Wärmequellen und direkter Sonneneinstrahlung. So bleiben Duft, Geschmack und Qualität länger erhalten.

    Ein Stück Landschaft auf dem Teller

    Olivenöl aus den Marken ist weit mehr als ein Küchenfett. In jedem Tropfen begegnen sich Landschaft, regionale Sorten und handwerkliche Erfahrung. Wer ein gutes EVO kostet, schmeckt deshalb nicht nur Fruchtigkeit, Bitterkeit und feine Schärfe, sondern auch ein Stück jener Region, in der der Olivenbaum seit Jahrhunderten zu Hause ist.

  • Auf Natur- und Wanderwegen durch die Marken

    Auf Natur- und Wanderwegen durch die Marken

    Kleine Bewohner der Marken

    Eidechsen, Gecko, Schmetterling und Weinbergschnecke – kleine Begegnungen am Wegesrand.

  • Meer, Strände und Dolce far niente

    Meer, Strände und Dolce far niente

  • Zwischen Bergen, Hügeln und Meer

    Zwischen Bergen, Hügeln und Meer

  • Spirituelle Orte

    Spirituelle Orte

  • Burgen, Türme und Festungen der Marken

    Burgen, Türme und Festungen der Marken

    Rocca Roveresca in Senigallia – eine der eindrucksvollsten Festungsanlagen der Marken

    Die Burg von Acquaviva Picena – Detailansicht

  • 🩳 1958 – Il pantaloncino di nylon scomparso in Piazza del Popolo

    🩳 1958 – Il pantaloncino di nylon scomparso in Piazza del Popolo

    Giancarlo

    Quando vivevo in collegio ad Ancona, mio fratello Giancarlo si era trasferito nei Paesi Bassi per lavoro.

    A San Severino c’erano poche possibilità di trovare un’occupazione, almeno una che permettesse di vivere dignitosamente. Come molti altri, non era partito per spirito d’avventura, ma per pura necessità.

    Nonostante la distanza, tornava regolarmente a casa.

    Dopo una delle sue vacanze, lasciò a San Severino alcune cose personali, tra cui un paio di pantaloncini di nylon comprati in Olanda.

    Il fascino del Nylon

    Per quale motivo proprio quei pantaloncini mi affascinassero tanto, ancora oggi non saprei spiegarlo con precisione.

    Forse era il materiale, forse il profumo, forse il piacere di possedere qualcosa di straordinario o, semplicemente, l’idea di avere qualcosa che nessun altro possedeva e che, per di più, proveniva dall’estero.

    Pensate che aveva lasciato perfino un fucile ad aria compressa. Dalla finestra della nostra camera prendevamo di mira la campana della Pinturetta e, ogni volta che la colpivamo, si sentiva il suo bel rintocco.

    Eppure il fucile non mi interessava affatto.

    I pantaloncini, invece, mi piacevano talmente tanto che, naturalmente, li indossai subito.

    Gli avvisi di una Madre

    Mia madre mi aveva avvertito con quella severità che le era tipica:

    «Non rovinare quei pantaloncini, perché appartengono a tuo fratello!»

    Ma quelle parole mi entrarono da un orecchio e mi uscirono dall’altro.

    Nella mia mente mi vedevo già uscire con gli amici indossando il mio nuovo trofeo.

    Dopotutto avevo qualcosa che loro non avevano: un paio di pantaloncini di nylon provenienti dall’Olanda.

    Per me, a quell’età, era quasi come aver conquistato il mondo intero.

    Fantasie di un quindicenne.

    Il ritorno ad Ancona

    Le vacanze di Pasqua erano ormai finite e dovevo tornare ad Ancona.

    La mia mente era occupata da un solo pensiero: come avrei potuto portare via con me il mio trofeo?

    Dovevo trovare una strategia, perché conoscevo bene la reazione di mia madre quando si fosse accorta della scomparsa dei pantaloncini.

    Arrivò il mattino della partenza.

    Uscii di casa con la valigia e mi incamminai da Via San Biagio verso Piazza del Popolo, dove avrei preso l’autobus.

    Poco prima di arrivare in piazza, apparve improvvisamente mia madre.

    L‘ ineguagliabile tenacia di una Madre

    Con quell’intuito infallibile che le madri sembrano possedere quando un figlio sta tramando qualcosa, mi strappò la valigia di mano e, con impressionante determinazione, ne rovesciò tutto il contenuto in mezzo alla piazza.

    Cercava i pantaloncini di mio fratello.

    Camicie, biancheria e piccoli oggetti volavano sul marciapiede.

    Ma dei pantaloncini non c’era traccia.

    Nonostante quell’azione spettacolare, mia madre non riuscì a trovarli.

    Imprecando come un carrettiere e senza aver concluso nulla, tornò a casa.

    La mia prima vittoria su mia Madre

    Io raccolsi tutte le mie cose con grande dignità e apparente superiorità, mentre dentro di me ridevo come un matto.

    Poi salii sull’autobus con il cuore che batteva a mille, ma pienamente soddisfatto.

    Volete sapere perché?

    Il mio trofeo era con me.

    Avevo indossato i pantaloncini ancora prima di uscire di casa.

    Immaginate soltanto se mia madre avesse avuto l’idea di farmi togliere i pantaloni: sarei rimasto in Piazza del Popolo in mutande davanti a tutti!

    Oggi, quando ripenso a quella scena, mi viene ancora da ridere, perché credo che quella sia stata la prima volta in cui riuscii davvero a beffare mia madre.

    In fondo si trattava soltanto di un paio di pantaloncini di nylon.

    Ma per me, allora, erano molto di più.

    Erano un piccolo pezzo di libertà, qualcosa di impagabile arrivato dall’estero e, forse, anche la prova infantile che, con un po’ di coraggio, di astuzia e di vanità, si possono raggiungere piccoli traguardi che sembrano lontani quanto i pianeti del sistema solare.

  • 🚓 1973 – Nel mirino dei Carabinieri

    Sole, spiaggia e reparto maternità

    La vacanza dell’anno precedente ci era rimasta così impressa che ben presto cominciammo a fare nuovi progetti.

    Dopo esserci trasferiti in un piccolo appartamento a Pretzen, cominciammo lentamente a mettere radici a Erding.

    Nei fine settimana eravamo quasi sempre in giro: a ballare, a mangiare fuori oppure a fare qualche piccola gita. Soltanto quando mio figlio veniva a trovarmi, tutto il mio tempo era dedicato a lui. E, a un certo punto, una cosa fu chiara: la vacanza successiva ci avrebbe riportati nelle Marche.

    Nel frattempo dovemmo cambiare macchina e cercarne una usata, in buone condizioni e un po’ più grande. La scelta cadde su una Ford 16 M, perché la vecchia Simca aveva ormai definitivamente deciso di non collaborare più.

    Molti conoscenti non riuscivano a capire: «Come? Lavori alla BMW e guidi una Ford?» Be’, a volte non è il senso di appartenenza all’azienda a decidere quale automobile comprare, ma il portafoglio. E il mio, in quel periodo, non aveva certo l’aria di un dirigente BMW.

    Tutto a favore di mio figlio

    All’epoca, infatti, era tutt’altro che pieno. Mi ero assunto tutti i debiti accumulati durante il matrimonio, affinché la mia ex moglie, mio figlio e sua figlia potessero avere una situazione finanziaria migliore e guardare al futuro con un po’ più di serenità.

    Il rapporto fra me e la mia ex moglie sembrava lentamente normalizzarsi. Arrivammo perfino a decidere che i due bambini sarebbero venuti in vacanza in Italia con me e Christine.

    Come si conviene a un italiano che si rispetti, in agosto tornammo a San Severino Marche, dove restammo per tre settimane.

    La spiaggia di Portorecanati

    Quasi ogni giorno partivamo dalla mia città natale per andare a Porto Recanati. Per l’intero soggiorno avevo affittato, presso un bar sulla spiaggia, un ombrellone e due lettini: il nostro piccolo angolo di spiaggia, con vista sul mare e autentica atmosfera da vacanza.

    Di solito partivamo verso le sette e mezza del mattino e rientravamo intorno alle sette e mezza di sera. Le giornate trascorrevano armoniose, tranquille e quasi irreali nella loro bellezza. Erano quasi troppo belle per essere vere. E infatti non avevamo fatto i conti con il sole italiano.

    Il penultimo giorno di vacanza Christine si addormentò sulla spiaggia, proprio con il viso rivolto verso il sole. All’inizio sembrò soltanto una lieve insolazione. Eppure, proprio a causa della sua carnagione molto chiara, era sempre stata prudentissima: ogni giorno si spalmava con grande cura la crema solare e cercava di proteggersi il più possibile.

    I sintomi non si manifestano subito, ma nel giro di poche ore. Christine cominciò ad avvertire un dolore sempre più forte agli occhi.

    La Corsa a San Severino Marche

    Tornammo subito a San Severino, sperando di trovare in farmacia qualcosa che potesse alleviarle il dolore. Purtroppo non servì a nulla.

    Il farmacista ci consigliò di rivolgerci immediatamente al Pronto Soccorso dell’ospedale.

    Prima riportai i bambini a casa, poi accompagnai Christine al Pronto Soccorso.

    Nel frattempo riusciva a malapena ad aprire gli occhi e il dolore peggiorava di ora in ora.

    Mi spiegarono che quel disturbo era paragonabile a ciò che accade quando si fissa per mezz’ora direttamente l’arco luminoso di una saldatrice elettrica. La luce è talmente intensa da provocare un danno agli occhi i cui effetti, però, non si manifestano subito, bensì soltanto dopo un paio d’ore.

    Purtroppo sapevo bene di che cosa parlavano, perché durante il periodo in cui avevo lavorato come saldatore elettrico mi era capitato un paio di volte.

    Occhi pieni di sabbia

    La sensazione è quella di avere sabbia negli occhi, accompagnata da un bruciore terribile e da un forte mal di testa. Non si riescono nemmeno ad aprire le palpebre: sembrano incollate.

    È un dolore che non augurerei neppure al mio peggior nemico.

    Il medico di turno mi disse che Christine doveva rimanere in ospedale sotto osservazione e che, se la situazione fosse peggiorata, l’avrebbero trasferita all’ospedale di Macerata.

    Mi dissero di restare calmo: si sarebbero presi cura di lei e non avrei dovuto preoccuparmi. Facile a dirsi. Io, invece, ero molto preoccupato e speravo con tutto il cuore che il giorno seguente Christine riuscisse almeno a riaprire gli occhi.

    Spiegai a Christine ciò che mi avevano detto, la pregai di riposare e le assicurai che si trovava in buone mani. Poi tornai dai bambini, con un nodo nello stomaco che cercavo in tutti i modi di non far vedere.

    La mattina seguente andai subito in ospedale.

    Quando arrivai, mi spaventai per due motivi:

    • Christine non riusciva ancora ad aprire gli occhi;
    • Era stata trasferita nel reparto maternità.

    I gemiti delle futere Mamme

    Quando raggiunsi il suo letto, mi raccontò di non essere riuscita a capire dove si trovasse. Sentiva donne gemere tutt’intorno a lei e non riusciva proprio a spiegarsene il motivo.

    Non capiva perché le altre pazienti continuassero a lamentarsi come se il parto fosse imminente. Con un piccolo sorriso sulle labbra le spiegai in quale reparto l’avevano sistemata. Anche lei dovette ridere: cieca dal dolore, sì, ma per fortuna non priva del senso dell’umorismo.

    Aspettai la visita medica per saperne di più. Il dottore mi spiegò che Christine soffriva di una grave fotoceratite, cioè di una vera e propria ustione solare a entrambi gli occhi, provocata da un’eccessiva esposizione ai raggi ultravioletti. Finché non fosse riuscita ad aprire gli occhi, non l’avrebbero dimessa, perché le conseguenze avrebbero potuto essere serie. Naturalmente evitai di riferire tutto a Christine con la stessa chiarezza. Le dissi soltanto che, per sicurezza e per scongiurare ulteriori danni, avrebbe dovuto trascorrere ancora qualche giorno in ospedale.

    Così la nostra vacanza si allungò involontariamente e, nella mia testa, la cassa delle vacanze cominciò a piangere sommessamente. Non faceva rumore, ma la sentivo benissimo.

    Il quinto giorno Christine fu finalmente dimessa. Per un certo periodo avrebbe dovuto indossare gli occhiali da sole per proteggere gli occhi.

    La riportai a casa, la sistemai nella mia camera completamente oscurata e discutemmo della nostra situazione finanziaria. Alla fine decidemmo di ripartire per Monaco al calar della notte.

    Per risparmiare decisi di percorrere la strada statale Adriatica. Il viaggio sarebbe stato più lento, ma in compenso avremmo consumato meno benzina e, soprattutto, evitato i pedaggi autostradali.

    Nella nostra situazione ogni lira contava e, a volte, riuscire a risparmiare sembrava un’impresa eroica quasi quanto affrontare un’avventura.

    Seguendo la strada statale Adriatica attraversammo numerose località balneari.

    Il primo Controllo

    Quando entrammo a Rimini viaggiavamo a circa cento chilometri all’ora. Sul lato destro della strada i Carabinieri avevano allestito un posto di controllo.

    Uno degli agenti era fermo sul bordo della carreggiata e mi fece un segno con la paletta, che io interpretai come un invito a rallentare. Ed è esattamente ciò che feci: rallentai e proseguii. Nello specchietto retrovisore vidi il Carabiniere dirigersi verso la sua macchina di servizio, ma non ci feci troppo caso, anche perché lì accanto scorsi soltanto una piccola Fiat 600.

    Errore. Accanto alla Fiat, ben nascosta, c’era un’Alfa Romeo Giulietta.

    All’improvviso si accesero i fari e cominciò l’inseguimento.

    Trascorsero circa due chilometri prima che capissi che i Carabinieri stavano inseguendo proprio me. A quel punto mi accostai sulla destra e aspettai che mi raggiungessero.

    Uno dei Carabinieri si avvicinò alla nostra auto. Abbassai il finestrino e, con la massima innocenza possibile, gli chiesi che cosa fosse successo.

    Discussioni con il Brigadiere

    Con tono piuttosto severo mi ordinò di scendere, di mostrargli i documenti e il passaporto, poi aggiunse che dovevo ritenermi fortunato: avrebbe anche potuto fermarmi con una raffica di mitra sotto il sedere.

    Con calma gli chiesi di accompagnarmi dietro l’auto. Gli indicai la targhetta della D.A.S., la mia assicurazione di tutela legale, e gli domandai: «Vede quella targhetta? Sa che cosa significa “tutela legale”?»

    Quando annuì, gli dissi in tono gentile ma deciso: «Allora le consiglio di non pronunciare un’altra frase del genere, altrimenti rischia di perdere i suoi gradi.»

    Seguì una breve ma piuttosto vivace discussione sul significato del gesto che il Carabiniere aveva fatto con la paletta.

    Gli spiegai che, secondo me, quel segnale non significava «Fermati!», bensì semplicemente «Rallenta!». Ed era proprio ciò che avevo fatto. Dopo un po’ di botta e risposta, mi fu finalmente consentito di proseguire.

    Lo ringraziai cortesemente, aggiungendo però con un sorriso: «Senza i miei documenti non mi muovo neppure di un centimetro.» Capì la battuta, mi restituì tutto e noi riprendemmo il viaggio.

    Verso le sei del mattino ci stavamo avvicinando a Verona.

    Necessario cambio Autista

    Avevo guidato per tutta la notte e Christine si offrì di prendere il volante. Accettai molto volentieri: in quel momento mi sarebbe andato bene perfino un autista con il foglio rosa.

    Evitando l’autostrada, eravamo riusciti a risparmiare circa diecimila lire di pedaggio.

    Perciò decisi che, una volta arrivati a Verona, avremmo finalmente imboccato l’autostrada. Era un ottimo piano. E, come spesso accade agli ottimi piani, rimase esattamente questo: un piano.

    Poco prima di Verona, infatti, Christine si concesse il lusso di sorpassare l’auto che ci precedeva proprio in un tratto in cui vigeva il divieto di sorpasso.

    Questa volta non l’abbiamo fatta franca

    Potete facilmente immaginare che cosa accadde: i Carabinieri ci fermarono e dovemmo pagare una multa di cinquemila lire. In pochi minuti metà del nostro eroico risparmio era svanita e l’autostrada tornò immediatamente a essere un lusso da scartare. Proseguimmo quindi sulla strada statale, con qualche soldo ancora in tasca, l’umore un po’ ammaccato e una storia in più nel bagaglio.

    La guarigione di Christine richiese ancora qualche giorno, ma per fortuna non le rimase alcun danno. Quella fotoceratite divenne per noi una lezione impossibile da dimenticare: il sole italiano è generoso, ma qualche volta lo è decisamente troppo.

    Da allora, gli occhiali da sole, l’ombra e un sano rispetto per i raggi ultravioletti acquistarono per noi un valore completamente nuovo.

  • 🚓1973 – Im Fadenkreuz der Carabinieri

    Ein Urlaub, eine Sonnenbrille und zwei italienische Amtshandlungen

    Unser Urlaub im Vorjahr war uns in so schöner Erinnerung geblieben, dass wir bald wieder Pläne schmiedeten. Nachdem Christine und ich in das kleine Apartment in Brezen gezogen waren, fassten wir allmählich Fuß in Erding. An den Wochenenden waren wir meistens unterwegs – tanzen, essen, kleine Ausflüge machen. Nur wenn mein Sohn bei mir zu Besuch war, gehörte die Zeit ganz ihm.

    Irgendwann stand fest: Der nächste Urlaub sollte uns wieder in die Marche führen.

    Zuvor kauften wir uns ein neues, etwas größeres Auto: einen Ford 16 M. Der alte Simca hatte endgültig den Geist aufgegeben. Viele Bekannte verstanden die Welt nicht mehr: „Wie, du arbeitest bei BMW und fährst Ford?“

    Nicht was du fährst bestimmt dein Charakter

    Tja – manchmal entscheidet nicht die Firmenzugehörigkeit, sondern der Geldbeutel. Und der war damals alles andere als prall gefüllt. Ich hatte alle Schulden übernommen, die während meiner Ehe entstanden waren, damit meine Ex-Frau, mein Sohn und ihre Tochter finanziell eine bessere Zukunft hatten.

    Das Verhältnis zwischen meiner Ex-Frau und mir schien sich langsam zu normalisieren. Es ging sogar so weit, dass wir vereinbarten, beide Kinder gemeinsam mit Christine in den Urlaub nach Italien mitzunehmen.

    Wie es sich für einen Italiener offenbar gehörte, fuhren wir wieder im August nach San Severino Marche und blieben drei Wochen. Fast täglich ging es von meiner Heimatstadt nach Porto Recanati. Dort hatte ich bei einer Bar einen Sonnenschirm und zwei Liegen für unseren Aufenthalt gemietet – unser kleines Strandquartier mit Meerblick und Urlaubsgefühl.

    Der Strand von Portorecanati

    Morgens fuhren wir meist gegen halb acht los und kamen abends gegen halb acht zurück. Die Tage verliefen harmonisch, ruhig und beinahe unwirklich schön. Fast zu schön, um wahr zu sein.

    Aber wir hatten die Rechnung ohne die italienische Sonne gemacht.

    Am vorletzten Urlaubstag schlief Christine am Strand ein – ausgerechnet mit dem Gesicht zur Sonne. Zunächst sah es nur nach einem leichten Sonnenbrand aus, denn sie hatte sich täglich sorgfältig eingecremt. Doch bald begannen ihre Augen stark zu schmerzen.

    Also fuhren wir sofort nach San Severino, um in der Apotheke etwas zu bekommen, das die Beschwerden lindern könnte. Leider Fehlanzeige. Der Apotheker riet uns, die Notaufnahme des Krankenhauses aufzusuchen. Ich brachte zuerst die Kinder nach Hause, dann fuhr ich mit Christine dorthin. Inzwischen konnte sie die Augen kaum noch öffnen, und die Schmerzen wurden immer schlimmer.

    Die Einlieferung ins Krankenhaus

    Man erklärte mir, dieses Augenproblem sei vergleichbar damit, als würde man eine halbe Stunde lang direkt in die Flamme eines Elektroschweißgeräts schauen. Davon konnte ich leider ein Lied singen, denn während meiner Arbeit als Elektroschweißer war mir das selbst ein paarmal passiert. Es fühlt sich an, als hätte man Sand in den Augen, dazu ein Brennen, das bis in den Kopf zieht. Die Lider lassen sich kaum öffnen, als wären sie verleimt. So etwas wünscht man nicht einmal seinem schlimmsten Feind.

    Der diensthabende Arzt teilte mir mit, Christine müsse zur Kontrolle im Krankenhaus bleiben. Man werde sich gut um sie kümmern, ich solle mir keine allzu großen Sorgen machen und am nächsten Morgen wiederkommen.

    Ich erklärte Christine die Situation, bat sie, sich auszuruhen, und versicherte ihr, dass sie in guten Händen sei. Dann ging ich zurück zu den Kindern – mit einem Knoten im Bauch, den ich mir nicht anmerken lassen wollte.

    Meine Augen tun Weh, aber wo bin ich?

    Am nächsten Morgen fuhr ich sofort ins Krankenhaus. Dort erschrak ich gleich aus zwei Gründen: Christine konnte die Augen immer noch nicht öffnen – und sie war auf die Entbindungsstation verlegt worden.

    Als ich zu ihr kam, schilderte sie mir völlig verwirrt die Lage. Sie konnte sich nicht erklären, warum um sie herum ständig Frauen stöhnten, als stünde die Geburt unmittelbar bevor. Mit einem kleinen Schmunzeln auf den Lippen erklärte ich ihr, wo sie gelandet war.

    Da musste sogar sie lachen – blind vor Schmerz, aber nicht ohne Humor.

    Ich wartete die Visite ab, um Genaueres zu erfahren. Der Arzt erklärte mir, Christine habe eine schwere Photokeratitis, also einen Sonnenbrand auf beiden Augen, verursacht durch übermäßige UV-Strahlung. Solange sie die Augen nicht öffnen könne, werde sie nicht entlassen, da ernsthafte Folgen möglich seien.

    Nachwuchs, neine Danke, uns fehlte noch die Reife

    Das sagte ich Christine natürlich nicht in aller Deutlichkeit. Ich erklärte ihr nur, dass sie noch ein paar Tage im Krankenhaus bleiben müsse. Damit verlängerte sich unser Urlaub unfreiwillig – und in meinem Kopf begann sofort die Urlaubskasse leise zu weinen.

    Am fünften Tag wurde Christine entlassen. Vorerst musste sie eine Sonnenbrille tragen, um ihre Augen zu schonen. Ich fuhr mit ihr nach Hause, brachte sie in mein abgedunkeltes Zimmer, und wir sprachen über unsere finanzielle Lage.

    Schließlich beschlossen wir, bei Einbruch der Dunkelheit nach München zurückzufahren.

    Die erste Carabinieri Controlle

    Um die Kasse zu schonen, entschied ich mich für die Statale Adriatica. Die Strecke war zwar langsamer, aber wir konnten Benzin sparen und vor allem die Autobahngebühren umgehen. In unserer Lage zählte jede Lire – und manchmal fühlt sich Sparen fast so heldenhaft an wie ein Abenteuer.

    Als wir bei Rimini einfuhren, waren wir mit ungefähr 100 km/h unterwegs. Rechts hatten die Carabinieri eine Verkehrskontrolle aufgebaut. Einer der Beamten stand am Straßenrand und gab mir mit seiner Kelle ein Zeichen, die Geschwindigkeit zu reduzieren.

    Genau das tat ich – und fuhr weiter.

    Im Rückspiegel sah ich, wie er zu seinem Dienstwagen ging. Ich dachte mir nichts dabei, denn dort stand nur ein kleiner Fiat 600. Falsch gedacht. Daneben lauerte ein Alfa Giulietta. Plötzlich gingen die Lichter an, und die Verfolgung begann.

    Nach etwa zwei Kilometern hielt ich an. Einer der Carabinieri kam zu unserem Wagen. Ich kurbelte das Fenster herunter und fragte, was los sei. In ziemlich strengem Ton forderte er mich auf, auszusteigen, die Papiere und den Reisepass vorzuzeigen. Dann fügte er hinzu, ich solle froh sein, dass er mich nicht mit einer Maschinenpistole zum Anhalten gebracht habe.

    Ich bat ihn ruhig, mit mir nach hinten zu gehen, zeigte auf das D-Schild am Auto und fragte: „Kennen Sie dieses Zeichen?“

    Als er nickte, sagte ich freundlich, aber bestimmt: „Dann noch so ein Satz von Ihnen, und Sie werden Ihren Rang bald verlieren.“

    Das DAS Logo rettet mich.

    Danach entspann sich eine kleine Diskussion über die Kelle. Ich machte ihm klar, dass sein Zeichen nicht bedeutet hatte: „Anhalten!“, sondern lediglich: „Langsamer fahren!“ Und genau das hatte ich getan.

    Nach einigem Hin und Her durfte ich weiterfahren. Ich bedankte mich höflich, fügte aber mit einem Schmunzeln hinzu: „Ohne meine Papiere bewege ich mich keinen Millimeter.“

    Er verstand den Scherz, gab mir die Dokumente zurück, und wir setzten unsere Fahrt fort.

    Gegen sechs Uhr morgens näherten wir uns Verona. Ich war die ganze Nacht gefahren, und Christine bot mir an, das Steuer zu übernehmen. Ich nahm dankbar an. Durch den Umweg hatten wir immerhin rund 10.000 Lire an Autobahngebühren gespart. Deshalb beschloss ich, bei Verona doch auf die Autobahn zu fahren.

    Ein schöner Plan – und wie so oft blieb er genau das: ein Plan.

    Die zweite Begegnung

    Kurz vor Verona erlaubte sich Christine, in einem Überholverbot ein Auto vor uns zu überholen. Man kann sich denken, was passierte: Die Carabinieri hielten uns an, und wir mussten 5.000 Lire Strafe bezahlen.

    Damit war die Autobahn wieder gestrichen.

    Also weiter auf der Landstraße – mit gespartem Geld, angekratzter Laune und einer Geschichte mehr im Gepäck.

    Christines Genesung dauerte noch ein paar Tage, doch zum Glück blieben keine Schäden zurück. Die Photokeratitis wurde für uns zu einer Lektion, die wir nie vergaßen: Die Sonne meint es in Italien zwar gut – manchmal aber eindeutig zu gut.

    Seitdem hatten Sonnenbrillen, Schatten und gesunder Respekt vor UV-Strahlung bei uns einen ganz neuen Stellenwert. Und ich lernte wieder einmal: In Italien kann ein Urlaub friedlich beginnen, medizinisch weitergehen und am Ende trotzdem im Fadenkreuz der Carabinieri landen.