Autor: fpioli_admin

  • Spirituelle Orte

    Spirituelle Orte

  • Burgen, Türme und Festungen der Marken

    Burgen, Türme und Festungen der Marken

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    Die Burg von Acquaviva Picena – Detailansicht

  • 🩳 1958 – Il pantaloncino di nylon scomparso in Piazza del Popolo

    🩳 1958 – Il pantaloncino di nylon scomparso in Piazza del Popolo

    Quando vivevo in collegio ad Ancona, mio fratello Giancarlo si era trasferito nei Paesi Bassi per lavoro.

    A San Severino c’erano poche possibilità di trovare un’occupazione, almeno una che permettesse di vivere dignitosamente. Come molti altri, non era partito per spirito d’avventura, ma per pura necessità.

    Nonostante la distanza, tornava regolarmente a casa.

    Dopo una delle sue vacanze, lasciò a San Severino alcune cose personali, tra cui un paio di pantaloncini di nylon comprati in Olanda.

    Per quale motivo proprio quei pantaloncini mi affascinassero tanto, ancora oggi non saprei spiegarlo con precisione.

    Forse era il materiale, forse il profumo, forse il piacere di possedere qualcosa di straordinario o, semplicemente, l’idea di avere qualcosa che nessun altro possedeva e che, per di più, proveniva dall’estero.

    Pensate che aveva lasciato perfino un fucile ad aria compressa. Dalla finestra della nostra camera prendevamo di mira la campana della Pinturetta e, ogni volta che la colpivamo, si sentiva il suo bel rintocco.

    Eppure il fucile non mi interessava affatto.

    I pantaloncini, invece, mi piacevano talmente tanto che, naturalmente, li indossai subito.

    Mia madre mi aveva avvertito con quella severità che le era tipica:

    «Non rovinare quei pantaloncini, perché appartengono a tuo fratello!»

    Ma quelle parole mi entrarono da un orecchio e mi uscirono dall’altro.

    Nella mia mente mi vedevo già uscire con gli amici indossando il mio nuovo trofeo.

    Dopotutto avevo qualcosa che loro non avevano: un paio di pantaloncini di nylon provenienti dall’Olanda.

    Per me, a quell’età, era quasi come aver conquistato il mondo intero.

    Fantasie di un quindicenne.

    Le vacanze di Pasqua erano ormai finite e dovevo tornare ad Ancona.

    La mia mente era occupata da un solo pensiero: come avrei potuto portare via con me il mio trofeo?

    Dovevo trovare una strategia, perché conoscevo bene la reazione di mia madre quando si fosse accorta della scomparsa dei pantaloncini.

    Arrivò il mattino della partenza.

    Uscii di casa con la valigia e mi incamminai da Via San Biagio verso Piazza del Popolo, dove avrei preso l’autobus.

    Poco prima di arrivare in piazza, apparve improvvisamente mia madre.

    Con quell’intuito infallibile che le madri sembrano possedere quando un figlio sta tramando qualcosa, mi strappò la valigia di mano e, con impressionante determinazione, ne rovesciò tutto il contenuto in mezzo alla piazza.

    Cercava i pantaloncini di mio fratello.

    Camicie, biancheria e piccoli oggetti volavano sul marciapiede.

    Ma dei pantaloncini non c’era traccia.

    Nonostante quell’azione spettacolare, mia madre non riuscì a trovarli.

    Imprecando come un carrettiere e senza aver concluso nulla, tornò a casa.

    Io raccolsi tutte le mie cose con grande dignità e apparente superiorità, mentre dentro di me ridevo come un matto.

    Poi salii sull’autobus con il cuore che batteva a mille, ma pienamente soddisfatto.

    Volete sapere perché?

    Il mio trofeo era con me.

    Avevo indossato i pantaloncini ancora prima di uscire di casa.

    Immaginate soltanto se mia madre avesse avuto l’idea di farmi togliere i pantaloni: sarei rimasto in Piazza del Popolo in mutande davanti a tutti!

    Oggi, quando ripenso a quella scena, mi viene ancora da ridere, perché credo che quella sia stata la prima volta in cui riuscii davvero a beffare mia madre.

    In fondo si trattava soltanto di un paio di pantaloncini di nylon.

    Ma per me, allora, erano molto di più.

    Erano un piccolo pezzo di libertà, qualcosa di impagabile arrivato dall’estero e, forse, anche la prova infantile che, con un po’ di coraggio, di astuzia e di vanità, si possono raggiungere piccoli traguardi che sembrano lontani quanto i pianeti del sistema solare.

  • 🚓 1973 – Nel mirino dei Carabinieri

    1973 – Nel mirino dei Carabinieri

    Sole, spiaggia e reparto maternità

    La vacanza dell’anno precedente ci era rimasta così impressa che ben presto cominciammo a fare nuovi progetti.

    Dopo esserci trasferiti in un piccolo appartamento a Pretzen, cominciammo lentamente a mettere radici a Erding.

    Nei fine settimana eravamo quasi sempre in giro: a ballare, a mangiare fuori oppure a fare qualche piccola gita. Soltanto quando mio figlio veniva a trovarmi, tutto il mio tempo era dedicato a lui. E, a un certo punto, una cosa fu chiara: la vacanza successiva ci avrebbe riportati nelle Marche.

    Nel frattempo dovemmo cambiare macchina e cercarne una usata, in buone condizioni e un po’ più grande. La scelta cadde su una Ford 16 M, perché la vecchia Simca aveva ormai definitivamente deciso di non collaborare più.

    Molti conoscenti non riuscivano a capire: «Come? Lavori alla BMW e guidi una Ford?» Be’, a volte non è il senso di appartenenza all’azienda a decidere quale automobile comprare, ma il portafoglio. E il mio, in quel periodo, non aveva certo l’aria di un dirigente BMW.

    All’epoca, infatti, era tutt’altro che pieno. Mi ero assunto tutti i debiti accumulati durante il matrimonio, affinché la mia ex moglie, mio figlio e sua figlia potessero avere una situazione finanziaria migliore e guardare al futuro con un po’ più di serenità.

    Il rapporto fra me e la mia ex moglie sembrava lentamente normalizzarsi. Arrivammo perfino a decidere che i due bambini sarebbero venuti in vacanza in Italia con me e Christine.

    Come si conviene a un italiano che si rispetti, in agosto tornammo a San Severino Marche, dove restammo per tre settimane.

    Quasi ogni giorno partivamo dalla mia città natale per andare a Porto Recanati. Per l’intero soggiorno avevo affittato, presso un bar sulla spiaggia, un ombrellone e due lettini: il nostro piccolo angolo di spiaggia, con vista sul mare e autentica atmosfera da vacanza.

    Di solito partivamo verso le sette e mezza del mattino e rientravamo intorno alle sette e mezza di sera. Le giornate trascorrevano armoniose, tranquille e quasi irreali nella loro bellezza. Erano quasi troppo belle per essere vere. E infatti non avevamo fatto i conti con il sole italiano.

    Il penultimo giorno di vacanza Christine si addormentò sulla spiaggia, proprio con il viso rivolto verso il sole. All’inizio sembrò soltanto una lieve insolazione. Eppure, proprio a causa della sua carnagione molto chiara, era sempre stata prudentissima: ogni giorno si spalmava con grande cura la crema solare e cercava di proteggersi il più possibile.

    I sintomi non si manifestano subito, ma nel giro di poche ore. Christine cominciò ad avvertire un dolore sempre più forte agli occhi.

    Tornammo subito a San Severino, sperando di trovare in farmacia qualcosa che potesse alleviarle il dolore. Purtroppo non servì a nulla.

    Il farmacista ci consigliò di rivolgerci immediatamente al Pronto Soccorso dell’ospedale.

    Prima riportai i bambini a casa, poi accompagnai Christine al Pronto Soccorso.

    Nel frattempo riusciva a malapena ad aprire gli occhi e il dolore peggiorava di ora in ora.

    Mi spiegarono che quel disturbo era paragonabile a ciò che accade quando si fissa per mezz’ora direttamente l’arco luminoso di una saldatrice elettrica. La luce è talmente intensa da provocare un danno agli occhi i cui effetti, però, non si manifestano subito, bensì soltanto dopo un paio d’ore.

    Purtroppo sapevo bene di che cosa parlavano, perché durante il periodo in cui avevo lavorato come saldatore elettrico mi era capitato un paio di volte.

    La sensazione è quella di avere sabbia negli occhi, accompagnata da un bruciore terribile e da un forte mal di testa. Non si riescono nemmeno ad aprire le palpebre: sembrano incollate.

    È un dolore che non augurerei neppure al mio peggior nemico.

    Il medico di turno mi disse che Christine doveva rimanere in ospedale sotto osservazione e che, se la situazione fosse peggiorata, l’avrebbero trasferita all’ospedale di Macerata.

    Mi dissero di restare calmo: si sarebbero presi cura di lei e non avrei dovuto preoccuparmi. Facile a dirsi. Io, invece, ero molto preoccupato e speravo con tutto il cuore che il giorno seguente Christine riuscisse almeno a riaprire gli occhi.

    Spiegai a Christine ciò che mi avevano detto, la pregai di riposare e le assicurai che si trovava in buone mani. Poi tornai dai bambini, con un nodo nello stomaco che cercavo in tutti i modi di non far vedere.

    La mattina seguente andai subito in ospedale.

    Quando arrivai, mi spaventai per due motivi:

    • Christine non riusciva ancora ad aprire gli occhi;
    • Era stata trasferita nel reparto maternità.

    Quando raggiunsi il suo letto, mi raccontò di non essere riuscita a capire dove si trovasse. Sentiva donne gemere tutt’intorno a lei e non riusciva proprio a spiegarsene il motivo.

    Non capiva perché le altre pazienti continuassero a lamentarsi come se il parto fosse imminente. Con un piccolo sorriso sulle labbra le spiegai in quale reparto l’avevano sistemata. Anche lei dovette ridere: cieca dal dolore, sì, ma per fortuna non priva del senso dell’umorismo.

    Aspettai la visita medica per saperne di più. Il dottore mi spiegò che Christine soffriva di una grave fotoceratite, cioè di una vera e propria ustione solare a entrambi gli occhi, provocata da un’eccessiva esposizione ai raggi ultravioletti. Finché non fosse riuscita ad aprire gli occhi, non l’avrebbero dimessa, perché le conseguenze avrebbero potuto essere serie. Naturalmente evitai di riferire tutto a Christine con la stessa chiarezza. Le dissi soltanto che, per sicurezza e per scongiurare ulteriori danni, avrebbe dovuto trascorrere ancora qualche giorno in ospedale.

    Così la nostra vacanza si allungò involontariamente e, nella mia testa, la cassa delle vacanze cominciò a piangere sommessamente. Non faceva rumore, ma la sentivo benissimo.

    Il quinto giorno Christine fu finalmente dimessa. Per un certo periodo avrebbe dovuto indossare gli occhiali da sole per proteggere gli occhi.

    La riportai a casa, la sistemai nella mia camera completamente oscurata e discutemmo della nostra situazione finanziaria. Alla fine decidemmo di ripartire per Monaco al calar della notte.

    Per risparmiare decisi di percorrere la strada statale Adriatica. Il viaggio sarebbe stato più lento, ma in compenso avremmo consumato meno benzina e, soprattutto, evitato i pedaggi autostradali.

    Nella nostra situazione ogni lira contava e, a volte, riuscire a risparmiare sembrava un’impresa eroica quasi quanto affrontare un’avventura.

    Seguendo la strada statale Adriatica attraversammo numerose località balneari.

    Quando entrammo a Rimini viaggiavamo a circa cento chilometri all’ora. Sul lato destro della strada i Carabinieri avevano allestito un posto di controllo.

    Uno degli agenti era fermo sul bordo della carreggiata e mi fece un segno con la paletta, che io interpretai come un invito a rallentare. Ed è esattamente ciò che feci: rallentai e proseguii. Nello specchietto retrovisore vidi il Carabiniere dirigersi verso la sua macchina di servizio, ma non ci feci troppo caso, anche perché lì accanto scorsi soltanto una piccola Fiat 600.

    Errore. Accanto alla Fiat, ben nascosta, c’era un’Alfa Romeo Giulietta.

    All’improvviso si accesero i fari e cominciò l’inseguimento.

    Trascorsero circa due chilometri prima che capissi che i Carabinieri stavano inseguendo proprio me. A quel punto mi accostai sulla destra e aspettai che mi raggiungessero.

    Uno dei Carabinieri si avvicinò alla nostra auto. Abbassai il finestrino e, con la massima innocenza possibile, gli chiesi che cosa fosse successo.

    Con tono piuttosto severo mi ordinò di scendere, di mostrargli i documenti e il passaporto, poi aggiunse che dovevo ritenermi fortunato: avrebbe anche potuto fermarmi con una raffica di mitra sotto il sedere.

    Con calma gli chiesi di accompagnarmi dietro l’auto. Gli indicai la targhetta della D.A.S., la mia assicurazione di tutela legale, e gli domandai: «Vede quella targhetta? Sa che cosa significa “tutela legale”?»

    Quando annuì, gli dissi in tono gentile ma deciso: «Allora le consiglio di non pronunciare un’altra frase del genere, altrimenti rischia di perdere i suoi gradi.»

    Seguì una breve ma piuttosto vivace discussione sul significato del gesto che il Carabiniere aveva fatto con la paletta.

    Gli spiegai che, secondo me, quel segnale non significava «Fermati!», bensì semplicemente «Rallenta!». Ed era proprio ciò che avevo fatto. Dopo un po’ di botta e risposta, mi fu finalmente consentito di proseguire.

    Lo ringraziai cortesemente, aggiungendo però con un sorriso: «Senza i miei documenti non mi muovo neppure di un centimetro.» Capì la battuta, mi restituì tutto e noi riprendemmo il viaggio.

    Verso le sei del mattino ci stavamo avvicinando a Verona.

    Avevo guidato per tutta la notte e Christine si offrì di prendere il volante. Accettai molto volentieri: in quel momento mi sarebbe andato bene perfino un autista con il foglio rosa.

    Evitando l’autostrada, eravamo riusciti a risparmiare circa diecimila lire di pedaggio.

    Perciò decisi che, una volta arrivati a Verona, avremmo finalmente imboccato l’autostrada. Era un ottimo piano. E, come spesso accade agli ottimi piani, rimase esattamente questo: un piano.

    Poco prima di Verona, infatti, Christine si concesse il lusso di sorpassare l’auto che ci precedeva proprio in un tratto in cui vigeva il divieto di sorpasso.

    Potete facilmente immaginare che cosa accadde: i Carabinieri ci fermarono e dovemmo pagare una multa di cinquemila lire. In pochi minuti metà del nostro eroico risparmio era svanita e l’autostrada tornò immediatamente a essere un lusso da scartare. Proseguimmo quindi sulla strada statale, con qualche soldo ancora in tasca, l’umore un po’ ammaccato e una storia in più nel bagaglio.

    La guarigione di Christine richiese ancora qualche giorno, ma per fortuna non le rimase alcun danno. Quella fotoceratite divenne per noi una lezione impossibile da dimenticare: il sole italiano è generoso, ma qualche volta lo è decisamente troppo.

    Da allora, gli occhiali da sole, l’ombra e un sano rispetto per i raggi ultravioletti acquistarono per noi un valore completamente nuovo.

  • 🚓1973 – Im Fadenkreuz der Carabinieri

    Ein Urlaub, eine Sonnenbrille und zwei italienische Amtshandlungen

    Unser Urlaub im Vorjahr war uns in so schöner Erinnerung geblieben, dass wir bald wieder Pläne schmiedeten. Nachdem Christine und ich in das kleine Apartment in Brezen gezogen waren, fassten wir allmählich Fuß in Erding. An den Wochenenden waren wir meistens unterwegs – tanzen, essen, kleine Ausflüge machen. Nur wenn mein Sohn bei mir zu Besuch war, gehörte die Zeit ganz ihm.

    Irgendwann stand fest: Der nächste Urlaub sollte uns wieder in die Marche führen.

    Zuvor kauften wir uns ein neues, etwas größeres Auto: einen Ford 16 M. Der alte Simca hatte endgültig den Geist aufgegeben. Viele Bekannte verstanden die Welt nicht mehr: „Wie, du arbeitest bei BMW und fährst Ford?“

    Tja – manchmal entscheidet nicht die Firmenzugehörigkeit, sondern der Geldbeutel. Und der war damals alles andere als prall gefüllt. Ich hatte alle Schulden übernommen, die während meiner Ehe entstanden waren, damit meine Ex-Frau, mein Sohn und ihre Tochter finanziell eine bessere Zukunft hatten.

    Das Verhältnis zwischen meiner Ex-Frau und mir schien sich langsam zu normalisieren. Es ging sogar so weit, dass wir vereinbarten, beide Kinder gemeinsam mit Christine in den Urlaub nach Italien mitzunehmen.

    Wie es sich für einen Italiener offenbar gehörte, fuhren wir wieder im August nach San Severino Marche und blieben drei Wochen. Fast täglich ging es von meiner Heimatstadt nach Porto Recanati. Dort hatte ich bei einer Bar einen Sonnenschirm und zwei Liegen für unseren Aufenthalt gemietet – unser kleines Strandquartier mit Meerblick und Urlaubsgefühl.

    Morgens fuhren wir meist gegen halb acht los und kamen abends gegen halb acht zurück. Die Tage verliefen harmonisch, ruhig und beinahe unwirklich schön. Fast zu schön, um wahr zu sein.

    Aber wir hatten die Rechnung ohne die italienische Sonne gemacht.

    Am vorletzten Urlaubstag schlief Christine am Strand ein – ausgerechnet mit dem Gesicht zur Sonne. Zunächst sah es nur nach einem leichten Sonnenbrand aus, denn sie hatte sich täglich sorgfältig eingecremt. Doch bald begannen ihre Augen stark zu schmerzen.

    Also fuhren wir sofort nach San Severino, um in der Apotheke etwas zu bekommen, das die Beschwerden lindern könnte. Leider Fehlanzeige. Der Apotheker riet uns, die Notaufnahme des Krankenhauses aufzusuchen. Ich brachte zuerst die Kinder nach Hause, dann fuhr ich mit Christine dorthin. Inzwischen konnte sie die Augen kaum noch öffnen, und die Schmerzen wurden immer schlimmer.

    Man erklärte mir, dieses Augenproblem sei vergleichbar damit, als würde man eine halbe Stunde lang direkt in die Flamme eines Elektroschweißgeräts schauen. Davon konnte ich leider ein Lied singen, denn während meiner Arbeit als Elektroschweißer war mir das selbst ein paarmal passiert. Es fühlt sich an, als hätte man Sand in den Augen, dazu ein Brennen, das bis in den Kopf zieht. Die Lider lassen sich kaum öffnen, als wären sie verleimt. So etwas wünscht man nicht einmal seinem schlimmsten Feind.

    Der diensthabende Arzt teilte mir mit, Christine müsse zur Kontrolle im Krankenhaus bleiben. Man werde sich gut um sie kümmern, ich solle mir keine allzu großen Sorgen machen und am nächsten Morgen wiederkommen.

    Ich erklärte Christine die Situation, bat sie, sich auszuruhen, und versicherte ihr, dass sie in guten Händen sei. Dann ging ich zurück zu den Kindern – mit einem Knoten im Bauch, den ich mir nicht anmerken lassen wollte.

    Am nächsten Morgen fuhr ich sofort ins Krankenhaus. Dort erschrak ich gleich aus zwei Gründen: Christine konnte die Augen immer noch nicht öffnen – und sie war auf die Entbindungsstation verlegt worden.

    Als ich zu ihr kam, schilderte sie mir völlig verwirrt die Lage. Sie konnte sich nicht erklären, warum um sie herum ständig Frauen stöhnten, als stünde die Geburt unmittelbar bevor. Mit einem kleinen Schmunzeln auf den Lippen erklärte ich ihr, wo sie gelandet war.

    Da musste sogar sie lachen – blind vor Schmerz, aber nicht ohne Humor.

    Ich wartete die Visite ab, um Genaueres zu erfahren. Der Arzt erklärte mir, Christine habe eine schwere Photokeratitis, also einen Sonnenbrand auf beiden Augen, verursacht durch übermäßige UV-Strahlung. Solange sie die Augen nicht öffnen könne, werde sie nicht entlassen, da ernsthafte Folgen möglich seien.

    Das sagte ich Christine natürlich nicht in aller Deutlichkeit. Ich erklärte ihr nur, dass sie noch ein paar Tage im Krankenhaus bleiben müsse. Damit verlängerte sich unser Urlaub unfreiwillig – und in meinem Kopf begann sofort die Urlaubskasse leise zu weinen.

    Am fünften Tag wurde Christine entlassen. Vorerst musste sie eine Sonnenbrille tragen, um ihre Augen zu schonen. Ich fuhr mit ihr nach Hause, brachte sie in mein abgedunkeltes Zimmer, und wir sprachen über unsere finanzielle Lage.

    Schließlich beschlossen wir, bei Einbruch der Dunkelheit nach München zurückzufahren.

    Um die Kasse zu schonen, entschied ich mich für die Statale Adriatica. Die Strecke war zwar langsamer, aber wir konnten Benzin sparen und vor allem die Autobahngebühren umgehen. In unserer Lage zählte jede Lire – und manchmal fühlt sich Sparen fast so heldenhaft an wie ein Abenteuer.

    Als wir bei Rimini einfuhren, waren wir mit ungefähr 100 km/h unterwegs. Rechts hatten die Carabinieri eine Verkehrskontrolle aufgebaut. Einer der Beamten stand am Straßenrand und gab mir mit seiner Kelle ein Zeichen, die Geschwindigkeit zu reduzieren.

    Genau das tat ich – und fuhr weiter.

    Im Rückspiegel sah ich, wie er zu seinem Dienstwagen ging. Ich dachte mir nichts dabei, denn dort stand nur ein kleiner Fiat 600. Falsch gedacht. Daneben lauerte ein Alfa Giulietta. Plötzlich gingen die Lichter an, und die Verfolgung begann.

    Nach etwa zwei Kilometern hielt ich an. Einer der Carabinieri kam zu unserem Wagen. Ich kurbelte das Fenster herunter und fragte, was los sei. In ziemlich strengem Ton forderte er mich auf, auszusteigen, die Papiere und den Reisepass vorzuzeigen. Dann fügte er hinzu, ich solle froh sein, dass er mich nicht mit einer Maschinenpistole zum Anhalten gebracht habe.

    Ich bat ihn ruhig, mit mir nach hinten zu gehen, zeigte auf das D-Schild am Auto und fragte: „Kennen Sie dieses Zeichen?“

    Als er nickte, sagte ich freundlich, aber bestimmt: „Dann noch so ein Satz von Ihnen, und Sie werden Ihren Rang bald verlieren.“

    Danach entspann sich eine kleine Diskussion über die Kelle. Ich machte ihm klar, dass sein Zeichen nicht bedeutet hatte: „Anhalten!“, sondern lediglich: „Langsamer fahren!“ Und genau das hatte ich getan.

    Nach einigem Hin und Her durfte ich weiterfahren. Ich bedankte mich höflich, fügte aber mit einem Schmunzeln hinzu: „Ohne meine Papiere bewege ich mich keinen Millimeter.“

    Er verstand den Scherz, gab mir die Dokumente zurück, und wir setzten unsere Fahrt fort.

    Gegen sechs Uhr morgens näherten wir uns Verona. Ich war die ganze Nacht gefahren, und Christine bot mir an, das Steuer zu übernehmen. Ich nahm dankbar an. Durch den Umweg hatten wir immerhin rund 10.000 Lire an Autobahngebühren gespart. Deshalb beschloss ich, bei Verona doch auf die Autobahn zu fahren.

    Ein schöner Plan – und wie so oft blieb er genau das: ein Plan.

    Kurz vor Verona erlaubte sich Christine, in einem Überholverbot ein Auto vor uns zu überholen. Man kann sich denken, was passierte: Die Carabinieri hielten uns an, und wir mussten 5.000 Lire Strafe bezahlen.

    Damit war die Autobahn wieder gestrichen.

    Also weiter auf der Landstraße – mit gespartem Geld, angekratzter Laune und einer Geschichte mehr im Gepäck.

    Christines Genesung dauerte noch ein paar Tage, doch zum Glück blieben keine Schäden zurück. Die Photokeratitis wurde für uns zu einer Lektion, die wir nie vergaßen: Die Sonne meint es in Italien zwar gut – manchmal aber eindeutig zu gut.

    Seitdem hatten Sonnenbrillen, Schatten und gesunder Respekt vor UV-Strahlung bei uns einen ganz neuen Stellenwert. Und ich lernte wieder einmal: In Italien kann ein Urlaub friedlich beginnen, medizinisch weitergehen und am Ende trotzdem im Fadenkreuz der Carabinieri landen.

  • 🛣️ 1972 – La svolta che cambiò la nostra vita – Parte 2

    Dopo il nostro avventuroso viaggio da Cortina a Treviso, il giorno seguente decidemmo di andare a Venezia. La città lagunare distava da Treviso appena una ventina di minuti.

    Verso le dieci e mezza parcheggiammo l’auto vicino alla stazione e prendemmo il vaporetto per Piazza San Marco.

    Poi decidemmo di scendere prima, così da immergerci in quel mondo inconfondibile fatto di vicoli stretti, canaletti silenziosi, palazzi antichi e innumerevoli ponti.

    Per Christine era la prima visita a Venezia. Io, invece, c’ero già stato una volta e il cuore mi si scaldò. Riaffiorarono bei ricordi di una vacanza con nonno, nonna e zia Maria, molto prima che la vita diventasse più complicata.

    Prima della partenza ci avevano avvertiti.

    «Attenzione, Venezia è cara!», aveva detto a Monaco la zia di Christine.

    Noi, però, la pensavamo diversamente. Con l’equivalente odierno di circa nove euro prendemmo un menù turistico con pasta, una piccola bistecca ai ferri, insalata, acqua, coperto e perfino mezzo litro di vino. D’accordo, i due caffè si pagavano a parte: l’equivalente di un euro ciascuno.

    Probabilmente spendemmo così poco perché ci eravamo allontanati da Piazza San Marco e dai suoi portici, andando là dove Venezia diventava più silenziosa e tra i vicoli stretti si poteva ancora sentire il respiro della città.

    Anche quella meravigliosa giornata giunse al termine. Trovammo un posto dove dormire lungo la strada verso sud e, il pomeriggio seguente, raggiungemmo il bungalow che avevamo affittato a Porto Recanati.

    In realtà avremmo potuto riposarci.

    Ma poco dopo proposi di andare a San Severino.

    Mi mancava.

    Soprattutto volevo mostrare a Christine il bel paesaggio marchigiano, le colline e gli antichi borghi.

    Ne rimase entusiasta. Più tardi mi confessò che si era immaginata le Marche in modo completamente diverso.

    «È quasi come la Baviera», disse, «solo con colline più dolci.»

    Verso le cinque e mezza arrivammo a San Severino.

    Per non farmi riconoscere mi ero un po’ camuffato con un cappellino e degli occhiali da sole scuri. Non volevo assolutamente incontrare nessuno della famiglia.

    Ma il destino aveva altri piani per me.

    Appena arrivati in Piazza del Popolo, il marito di mia madre attraversò la strada. Per lo stupore, per poco non gli cadde il pacco che teneva tra le braccia.

    Mi fermai, scesi dall’auto e lo salutai.

    Mi invitò subito a casa.

    Ma io rifiutai. «In quella casa vive qualcuno che comincia subito a strillare e a lamentarsi», dissi. «Non ho voglia di sopportare queste scene.»

    Naturalmente gli presentai Christine e gli dissi che prima sarei andato a trovare zia Teresa nel monastero di Santa Chiara.

    Appena arrivati, mia zia si presentò subito nella sala delle visite.

    Tra noi c’erano la doppia grata di ferro e l’apertura nel muro, come usava nei conventi di clausura delle clarisse.

    Mentre parlavamo, all’improvviso squillò il telefono in portineria.

    Poco dopo chiamarono zia Teresa. Quando tornò, disse: «Tua madre è al telefono.» Il telefono si trovava nella ruota, quel tamburo di legno girevole attraverso il quale le suore comunicavano e passavano caffè, bevande e cibo ai loro ospiti.

    Presi il ricevitore e misi subito le cose in chiaro: «Se cominci a sbraitare e a lamentarti, riattacco e non mi vedrai mai più.»

    Funzionò.

    Rimase calma e mi chiese soltanto se volessi passare a prendere un caffè.

    Accettai, ma non a casa.

    Decidemmo di incontrarci in Piazza del Popolo, sotto l’orologio della Misericordia.

    Quando arrivammo, la vidi già lì ad aspettarci.

    All’improvviso mi chiesi perché non mi fossi fatto valere molto prima.

    Era rispetto?

    Paura?

    Non lo so.

    E oggi non voglio nemmeno più saperlo.

    Parcheggiai l’auto, scesi e dissi con un tono che non lasciava dubbi:

    «Questa è Christine, la mia ragazza. Se ti va bene, tutto a posto. Altrimenti risalgo in macchina e me ne vado.»

    Anche quella volta non successe nulla. Mi domandai: la furia era stata domata?

    Alla fine andammo insieme in Via San Biagio, nella mia vecchia casa, bevemmo il nostro caffè e parlammo a lungo.

    Verso le otto di sera tornammo a Porto Recanati.

    Per la prima volta le avevo fatto capire chiaramente che ero adulto, che non avevo più bisogno della protezione familiare, perché ormai avevo una famiglia mia.

    Durante il resto della vacanza tornai a trovarla ancora cinque o sei volte.

    Mi faceva piacere andarci, ma non più come una persona di cui si poteva disporre a piacimento.

    La vacanza proseguì meravigliosamente.

    Christine si abituava lentamente alla cucina marchigiana. In particolare, la Vernaccia di Serrapetrona le piacque moltissimo.

    Quanto alle cozze e ai calamari, all’inizio li detestava. Ma affrontò anche quella sfida culinaria con notevole coraggio.

    Come tutte le cose belle, anche quella vacanza a un certo punto finì.

    Avevamo acquistato molta Vernaccia e diversi prodotti alimentari che in Germania non si trovavano, sperando naturalmente di non essere controllati alla frontiera.

    Poco prima di Kufstein cedetti il volante a Christine, le diedi il mio passaporto e le spiegai:

    «Adesso dormo. E se ti chiedono se abbiamo qualcosa da dichiarare, di’ semplicemente di no.»

    A quanto pare i doganieri erano già contagiati dall’euforia olimpica e, molto gentilmente, ci lasciarono passare senza alcun controllo.

    Christine, invece, era così tesa che guidò per quasi un chilometro a tutto gas e in prima. Alla fine le dissi: «Per favore, sii così gentile da mettere una marcia più alta. Altrimenti finiranno per fermarci comunque alla dogana.»

    Questi furono i momenti salienti della nostra prima vacanza insieme. Molte altre ne sarebbero seguite.

    Anche se quel viaggio fu troppo breve per due innamorati, rimase nei nostri ricordi come un inizio luminoso.

    Oggi, dopo 54 anni insieme, 48 dei quali da sposati, siamo ancora insieme.

    Abbiamo attraversato alti e bassi, cresciuto tre figli e vissuto tante esperienze che hanno reso la nostra vita intensa, movimentata e allegra.

    Una vita luminosa, difficile, bella e unica.

    Forse quella prima vacanza era già la prova che non sapevamo soltanto partire insieme, ma anche arrivare insieme.

    Sempre.

    Attraverso tutti i rettilinei e tutte le curve della vita. Grazie a Dio, fino a oggi ce la siamo cavata piuttosto bene

  • 🛣️ 1972 – La svolta che cambiò la nostra vita – Parte 1

    Abbiamo mantenuto la promessa.

    A volte la vita è come un navigatore senza indicazioni. Si prende una curva e non si sa se dietro l’angolo ci sia una strada senza uscita, un’alba o la più grande avventura della vita.

    Nel 1972 ero già in Germania da dieci anni ed era arrivato il momento di fare un bilancio.

    La cosa più positiva di quell’anno era il mio nuovo lavoro alla BMW di Monaco di Baviera. Professionalmente andava tutto bene, ma nella vita privata mi trovavo nel bel mezzo del famigerato «settimo anno di matrimonio».

    Avevo ormai sette anni di matrimonio alle spalle e, purtroppo, quella vita insieme non aveva portato i miglioramenti sperati, nonostante i miei obiettivi fossero ancora ben chiari.

    Mia moglie non mi sosteneva nel tentativo di raggiungerli. Intendiamoci: non pretendevo che si mettesse a studiare con me. Avrei però gradito che si assumesse più responsabilità, così da lasciarmi il tempo necessario per occuparmi dei miei progetti, che in fin dei conti avrebbero portato benefici anche a lei.

    Rifiutava categoricamente l’idea di tornare con me in Italia nell’ambito del lavoro alla Metro. Oltre alla retribuzione e al mancato avanzamento di carriera, anche questo fu uno dei motivi per cui non firmai il contratto.

    Faceva inoltre una cosa a mia insaputa: si confidava con i vicini, raccontando loro problemi privati di cui io stesso non sapevo nulla.

    Questi comportamenti alimentarono tensioni e dissensi e mi diedero la sensazione che, fin dal primo giorno di matrimonio, il suo unico interesse fosse stato quello di dare un padre a sua figlia.

    La crisi era evidente e aveva ormai raggiunto il culmine.

    Avevo un figlio piccolo, ed era proprio questo a rendere ogni decisione infinitamente difficile.

    Mi tornava però sempre in mente una frase che una professoressa dell’Istituto Tecnico Industriale di Ancona ci aveva detto durante l’ultimo anno di scuola:

    «Se un giorno avrai il coraggio di raccogliere tutti i tuoi averi in un fagotto, lasciare tutto e imboccare una nuova strada, non avrai nulla di cui pentirti, qualunque sia l’esito, buono o cattivo.

    Il solo coraggio di averci provato vale già moltissimo.»

    Quella frase mi ha accompagnato per tutta la vita.

    L’unica cosa che fino a quel momento mi aveva impedito di tentare un nuovo inizio era mio figlio.

    Il caso, o forse il destino, volle che in aprile, durante l’annuale marcia primaverile intorno al Lago di Starnberg, incontrassi di nuovo una ragazza che avevo già conosciuto ai tempi del mio tirocinio alla Metro.

    Il nostro nuovo incontro cominciò alla stazione di Monaco. Lei e una sua amica passarono davanti al mio posto in treno, ma tornarono poco dopo perché non avevano trovato altri posti liberi.

    E così ebbe inizio tutto.

    Camminammo insieme per i primi venticinque chilometri.

    Io proseguii per completare tutti i cinquanta chilometri, probabilmente per spirito sportivo, ma forse anche per orgoglio personale. In momenti del genere i giovani hanno spesso più resistenza che buon senso.

    Non dimentichiamo che avevo lavorato tutta la notte: già dopo la prima tappa sentivo un po’ di stanchezza.

    Quando arrivai alla stazione di Starnberg ero completamente sfinito. Eppure non credetti ai miei occhi: in un angolo della birreria c’era Christine, la ragazza che in treno si era seduta di fronte a me.

    Durante il viaggio di ritorno ci sedemmo di nuovo insieme. Qualcosa era cominciato. Non sapevo ancora che cosa fosse: procedeva piano, senza grandi fuochi d’artificio, ma si percepiva chiaramente.

    A quanto pare ci eravamo trovati simpatici, abbastanza simpatici da non interrompere la conoscenza dopo venticinque chilometri. Già il lunedì successivo ci incontrammo per prendere un caffè a Elisabethplatz, a Monaco. Così iniziò la nostra storia.

    Seguirono mesi in cui felicità e dolore furono molto vicini. C’erano il divorzio imminente, l’affetto crescente per la mia ragazza e, allo stesso tempo, la dolorosa consapevolezza di dovermi separare da mio figlio.

    Il divorzio avvenne il 3 agosto. Mi trasferii da Monaco nei dintorni di Erding. Grazie al cielo, il mio lavoro non risentì troppo di tutte quelle turbolenze interiori: la BMW continuò a ricevere un dipendente più o meno funzionante.

    Poiché volevamo trascorrere una vacanza insieme, ritenni naturale presentarmi prima ai suoi genitori. Christine non era ancora maggiorenne e, proprio per questo, per me era una questione di rispetto e buona educazione conoscerli personalmente.

    Dal 6 agosto eravamo in ferie. Per l’11 agosto avevamo prenotato un piccolo bungalow in un villaggio turistico vicino a Porto Recanati, nelle Marche.

    Eravamo però talmente impazienti di partire che anticipammo il viaggio, inizialmente previsto per venerdì, al mercoledì. Evidentemente, quell’estate la pazienza non era una delle nostre virtù principali.

    Promettemmo ai suoi genitori che ci saremmo fatti sentire regolarmente, così da non farli preoccupare. Una decisione molto sensata, come si sarebbe presto scoperto.

    Partimmo verso le due del pomeriggio, senza un piano preciso, con leggerezza e con una sensazione di libertà assoluta. Due ore dopo eravamo già al Passo del Brennero. Cambiammo i marchi tedeschi in lire, bevemmo il primo espresso e facemmo una piccola merenda.

    Poi decidemmo spontaneamente di passare per Fortezza, proseguire verso Cortina d’Ampezzo e telefonare da lì per la prima volta a Monaco.

    Fu una delle più belle gite panoramiche della nostra vita. Le Dolomiti si mostravano in tutta la loro maestosità, mentre la nostra pianificazione del viaggio restava piuttosto rilassata, in perfetto stile mediterraneo.

    A Cortina trovammo finalmente un centralino telefonico. Verso le 18:50 prenotammo una chiamata interurbana per Monaco.

    Davanti a noi, però, c’erano molte altre richieste. Aspettammo pazientemente finché, verso le 20:10, un’impiegata ci spiegò, con gentilezza ma anche con decisione, che la centrale stava chiudendo e che dovevamo andar via.

    Rimanemmo lì come colpiti da un fulmine.

    A quanto pare la compagnia telefonica italiana aveva già concluso la giornata, mentre la nostra missione familiare di rassicurazione era appena cominciata.

    Dopo esserci ripresi da quel piccolo shock, decidemmo di cercare un albergo e telefonare da lì. Quella diventò immediatamente la nostra massima priorità.

    Da Cortina fino alle porte di Treviso chiesi in almeno dieci o quindici alberghi e pensioni se fosse disponibile una camera matrimoniale.

    Ogni volta iniziavo cortesemente in italiano e ogni volta ricevevo la stessa risposta:

    «Tutto completo.» «Alles voll.»

    Il mio italiano diventava sempre più fluente da un albergo all’altro, mentre la disponibilità delle camere rimaneva ostinatamente invariata.

    A poco a poco diventai nervoso. Verso le 22:20, quasi arrivati a Treviso, dissi a Christine:

    «Sai una cosa? Adesso entro e parlo semplicemente in tedesco!»

    Detto, fatto.

    E non ci crederete: funzionò davvero.

    Il signore alla reception rimase più che sorpreso quando gli consegnai i due passaporti e si accorse che ero italiano.

    Naturalmente nessuno se lo aspettava, tanto meno l’uomo dietro il banco.

    Prendemmo una stanza e finalmente potemmo telefonare ai suoi genitori a Monaco.

    La nostra prima promessa era stata mantenuta.

    Quella fu la nostra prima piccola avventura. E, come avremmo scoperto in seguito, non sarebbe stata l’ultima.

  • 🥩 1991 – Quasi finiti sotto le ruote – come una cotoletta ci salvò il punto

    A causa del mio lavoro sedentario, sia in ufficio davanti al computer, oppure in  riunioni, presentazioni o conferenze, ecc., e avendo smesso di giocare a pallone, anche per la mia età,  e a causa di infortuni, temevo che la mia forma fisica ne risentisse.  

    Cosi a quarant’anni, così ho deciso, dato che in Collegio avevo praticato pure un pò di Tennis, e nel frattempo avendo giocato qualche partitina fra Colleghi della BMW, di dedicarmi al Tennis, cosi  entrai in una Società Tennistica nel Paese dove abitavo. Ma non solo io, bensì tutta la famiglia.

    Devo dire che mi divertivo moltissimo.

    Ho avuto la fortuna, grazie al mio lavoro a turni, di poter giocare quando i campi da tennis erano per lo più vuoti. Naturalmente, grazie alla mia mentalità che avevo come giocatore di Pallone, presi pure diverse lezioni Tennis con Erwin, un Campione Tedesco della sua Età, nella speranza di migliorare il mio Tennis e  gioco.  

    Era anche quel Periodo del boom del Tennis Tedesco, nomi come Boris Becker, Steffi Graf, Claudia Kohde-Kilsch, Boris Becker, Michal Stich, Bernd Karbacher, Charly Steeb e molti altri, qui in Germania erano sulla bocca di tutti con le loro Vittorie.

    Caso vuole, che il capitano dei „Giovani Senior“, anche un collega della BMW,  questi erano giocatori sopra i trentacinque anni, io a quei tempi ne avevo qualcuno in più e sono rimasto sempre il „vecchietto della squadra“ 😉

    Le mie ambizioni sportive non rimasero nascoste, ma vennero alla luce del giorno, cosi il Capitano mi propose di entrare a far parte della squadra, offerta che accettai molto volentieri.

    Leggendaria fu la mia prima partita, avevo come avversario un cosiddetto „Vecchia Volpe“, riuscivo a tenergli testa, ma nelle fasi decisive della partita, lui aveva sempre una risposta migliore della mia e conquistava il punto.

    Questo fu quello che il nostro capitano, che mi osservavano da fuori, notò, cosi mi fece capire come dovevo tenere la palla alta, e solo rispedirla all’a vversario.

    Anche se questa tattica corrispondeva al mio modo di giocare, ma se il ciò raggiunge lo scopoi, va bene per me.

    Dato che il mio gioco per il tennis basava sull’estetica e non per il risultato, cosa che non portava vantaggi alla Squadra, quindi ho seguito subito questa direttiva. 

    Per non dilungarmi, persi il mio primo set 4:6, ma grazie all’approccio di gioco modificato, riuscì a trasformarlo in una vittoria. 

    Il mio avversario era più o meno fuori di sé e non capiva il mio modo di giocare, cosi si distrasse molto e perse la partita.

    Da volontario, avevo pure preso incarichi, i quali servivano a gestire le squadre, nel nostro Club, quindi ero il responsabile per la buona gestione dello Sport.

    In pratica sapevo come e dove fare cosa riguardo le squadre e i giocatori, fu un cmpito molto gradevole farlo.   

    Il Club, grazie all’impegno dei responsabili del Reparto Tennis, organizzavano ogni anno anche un Torneo Internazionale Femminile, chwe rientrava nella Serie „Warsteiner Gran Prix“ anch qui io e mia moglie aiutavamo nella raccolta fondi, trovando nuovi sostenitori per il Torneo.   

    Soprattutto quell’atmosfera del Torneo, una volta all’anno era unica, alla fine della serie di tornei, le giocatrici che vinceva questi Tornei, prendevano parte automaticamente al Torneo finale, per il quale c’erano dei premi in Forma di denaro,  ma ciò che era importante per le giocatrici era racimolare i punti per la classifica tedesca.

    Grazie alle mie Responsabilità per assistenza delle squadre, sono riuscito, nonostante la mia età relativamente avanzata, a partecipare a più partite con la seconda squadra maschile. 

    È stato semplicemente meraviglioso giocare in una squadra formata da ragazzi giovani, ci siamo divertiti molto e c’era un grande spirito di squadra, sono stato persino nominato capitano. 

    Il Giorno del Papà abbiamo avuto una partita in casa contro Oberding, piccolo paesino vicin ad Erding. Cosi per dire un Derby.   

    I nostri avversari non erano una squadra super forte, ma avevano giocatori molto bravi, quindi dopo i primi sei singoli il punteggio era 3 a 3, allora la decisione doveva arrivare dai tre doppi rimanenti.

    Io giocai il doppio con Frank, un ragazzo di diciassette anni che avrebbe potuto essere mio figlio, ma nonostante la buona intesa tra noi, il primo set  se ne andò per 6:4 agli Avversari.

    Durante la pausa del set abbiamo scoperto che gli altri due doppi erano stati già giocati e decisi, cosi il punteggio complessivo in quel momento era di 4:4, quindi eravamo noi a fare la differenza.

    Consapevoli dello svantaggio e sapendo quale peso gravava sulle  nostre spalle iniziammo con molti buoni propositi il secondo set,

    Ma la partenza fu tutt’altro che positiva, nel giro di cinque minuti eravamo di nuovo nello svantaggio  0:2.

    Sembrava proprio che le cose non volessero andare a nostro favore. Tra uno scambio e l’altro Frank disse all`imporovviso: è ora che finiamo, ho una fame da lupo.

    A quel punto risposi: Frank, se vinciamo la partita, la cotoletta e tutto il contorno più bevanda, andrà tutto a mio carico. 

    Che posso dire, era solo una risposta buttata lì, ma a quanto pare ha avuto effetto; da quel momento la nostra partita è andata benissimo, frat stupende Battute, schiacciate, tiri al volo e loop, abbiamo ribaltato il punteggio da 4:6 / 6:2 e 6:1. 

    Così abbiamo vinto la partita complessiva 5:4. 

    Dopo abbiamo fatto una piccola gita con qualche persona del Club e la della squadra a Hallnberg vicino a Walpertskirchen, lì Frank ha ricevuto la sua meritata cotoletta e fsteggiando la Vittoria ed anche la Festa del papà.

  • 🥩1991 Voll unter die Räder gekommen – wie ein Schnitzel den Punkt gerettet hat

    Durch meine Arbeit war ich meistens an einen Stuhl gebunden, entweder im Büro vor den Bildschirm, bei Meetings, Präsentationen oder Vorträgen etc.

    Mit vierzig habe ich mit dem Fußball spielen, bedingt durch Verletzungen, aufgehört so das ich befürchten musste das meine Fitness darunter leiden wird, also entschloss mich, nachdem mit Kollegen schon ein paarmal Tennis gespielt hatte, es mit Tennis zu probieren. Ich wurde Mitglied einen Tennisverein.  Aber nicht nur ich sondern die Ganze Familie.  

    Ich muss sagen das machte mir Spaß, und hatte das Glück, durch meine Schichtarbeit, zur Zeit spielen zu können, wo die Tennisplätze meisten leer standen.

    Natürlich durch meine innere Einstellung, habe ich etliche Trainerstunden genommen, um mich in mein Spiel zu verbessern, es war auch die Zeit der Tennisboom in Deutschland, mit Boris Becker, Steffi Graf, Claudia Kohde-Kilsch, Boris Becker, Michal Stich, Bernd Karbacher, Charly Steeb und viele andere.  

    Es viel auch auf den Mannschaftsführer der Jungsenioren, auch ein Kollege aus der BMW, das ich ein kleiner Ehrgeizling war, so bot er mir in der ein Teil Jungsenioren Mannschaft zu werden, dieses Angebot nahm ich sehr gerne an.

    Legendär war mein erstes Punktspiel, hatte als Gegner ein sogenannte „Alter Fuchs“ als Gegner, ich hielt schon mit, aber in den entscheidenden Phasen des Spiels, hatte er immer eine bessere Antwort als meine und machte den Punkt.

    Das fiel unsere Mannschaftsführer der mich von draußen zeichne gab, die Bälle hoch zu spielen, es entsprach zwar mein Spielverständnis, aber wenn die Mittel den Zweck erfüllt, soll mir recht sein.  weil mein Spiel war schön anzuschauen, aber das Ergebnis lies zu wünschen übrig, also habe mich diese direktive sofort angenommen.

    Um es nicht in die Länge zu ziehen, ich verlor mein ersten Satz 4:6, aber durch den geänderten Spiel Ansatz, drehte das noch in einen Sieg.

    Mein Gegner, war mehr oder weniger etwas außer sich und hatte Unverständnis für meine etwas profaner Spielweise.

    Ich war auch ein engagierten Ehrenämtler im Verein, so dass die Aufgabe des Sportwartes innehatte, so dass ich im Prinzip wusste wie wo was zu tun ist im Bezug auf Mannschaf und Spieler, es war eine angenehme Aufgabe.

    Der Verein hat auch durch das Engagement der Abteilungsleiter, eine Internationales Damen Turnier jährlich organisiert, auch hier habe ich und meine Frau in der Akquise geholfen, also es machte wirklich Spaß.

    Vor allem dieser Turnierflair einmal im Jahr wahr einmalig, es gehörte zur Warsteiner Circuit in Deutschland und, am Ende der Turnierserien spielten die Siegreichen Damen dass Finale Turnier, dafür gabs dann Preisgelder, aber was für die Damen wichtig war, waren die Punkte für die Deutsche Rangliste.       

    Durch die Mannschaft Betreuung, kam ich mit meinem relativen hohen Alter zu Mehreren Einsätze in der Zweiter Mannschaft der Herren zu spielen.

    Es war einfach herrlich mit jungen Leuten in eine Mannschaft zu spielen, wir hatten viel Spaß und ein großer Zusammenhalt, ich wurde sogar, als Spielführer nominiert.

    Am Vatertag hatten wir ein Heimspiel gegen Oberding.

    Unsere Gegner, waren zwar nicht die super starke Mannschaft, aber sie hatten sehr guten Spieler, so das nach den ersten sechs Einzeln 3 zu 3 gestanden hat, also die Entscheidung sollte durch die drei Ausstehenden Doppel fallen.

    Ich spielte Doppel mit Frank, ein siebzehnjähriger Junger, der mein Sohn hätte sein können, trotzt guten Spielverständnis zwischen uns, ging der erster Satz 6:4 an Oberding.

    In der Satzpause erfuhren wir das die anderen zwei Doppel entschieden wurde und es stand ins Gesamt 4:4, also wir waren die Zünglein an der Waage.

    So gingen wir im zweiten Satz mit dem Rückstand im Rücken an, und, es wurde nicht besser, innerhalb 5 Minuten lagen wir erneut 0:2 zurück, es schien es nicht zu unseren Gunsten laufen zu wollen.

    Zwischen die Ballwechsel sagte Frank: es wird Zeit das wir fertig werden, ich habe ein Mordshungern.

    Daraufhin erwiderte ich: Frank, wenn wir das Spiel gewinnst geht die Schnitzel und was dazu gehört voll auf mein Konto.

    Was soll ich sagen es waren eine einfach dahin geworfene Antwort, aber hatte scheinbar seine Wirkung erreicht, ab diesen Zeitpunkt lief unser Spiel, wir drehte das Spiel um aus ein 4:6 / 0:2 haben wir ein 6:2 und 6:1 gemacht.

    Dadurch haben wir das Gesamten Spiel 5:4 gewonnen.

    Im Anschluss machte wir mit ein paar Leute ein kleiner Ausflug mit der Mannschaft nach Hallnberg bei Walpertskirchen, dort bekam der Frank sein wohl verdiente Schnitzel und wir feierten den Sieg und auch den Vatertag.    

  • 🪰 1989 – Il ronzio delle mosche – Venerdì Santo nella cattedrale delle macchine

    🪰 1989 – Il ronzio delle mosche – Venerdì Santo nella cattedrale delle macchine

    Impianto storico IBM System/360 – immagine simbolica del mondo dei grandi elaboratori.

    Ci sono giorni della vita lavorativa che svaniscono senza lasciare traccia nel grigio susseguirsi dei turni e dei passaggi di consegne. E poi ce ne sono altri che restano. Non perché li si sia scelti, ma perché si imprimono nella memoria con un rumore, un gesto, un unico passo falso. Quel Venerdì Santo apparteneva senza dubbio alla seconda categoria.

    Il nostro turno di notte si era ormai assestato come un orologio che aveva bisogno soltanto, di tanto in tanto, di essere ricaricato. Il lavoro effettivo durava in genere quattro o cinque ore, ma non di rado si protraeva fin dentro il sabato o nei giorni festivi. Nel nostro gruppo di preparazione dei job avevamo quindi stabilito una regola semplice e sensata: in quei casi il turno del mattino doveva dare il cambio ai colleghi della notte non più tardi delle 8:00. Il sistema era semplice, ragionevole e funzionava sorprendentemente bene.

    Era Pasqua del 1989. Durante la Settimana Santa ero di turno al mattino e così, il Venerdì Santo alle 6:00, diedi il cambio a Hans, il mio testimone di nozze. Al momento della consegna si vedeva che aveva trascorso una notte pesante. Mi raccontò dei seri problemi che aveva dovuto affrontare: diverse banche dati erano state danneggiate e dovevano essere ripristinate. Presi in carico il resto del lavoro e lo portai a termine, così Hans poté finalmente concludere il turno e andare a casa.

    Per fortuna, nei giorni festivi nazionali non era necessario garantire la disponibilità online già alle 6:00 in punto. Quel giorno l’intera amministrazione — consegna delle auto, contabilità, ricambi, gestione delle esportazioni, prodotti finiti, documenti dei veicoli, gestione dei materiali, ordini, servizio informazioni tecniche e molti altri settori — sarebbe diventata realmente operativa online soltanto verso le 11:30. In caso di emergenza avremmo naturalmente potuto stabilire delle priorità tra i vari progetti. Ma era Venerdì Santo. E nei Venerdì Santi sembra che perfino un Data Center rallenti un po’.

    Una volta ripristinate le banche dati, tutto riprese a funzionare regolarmente. I processi ritrovarono il loro ritmo, le macchine lavoravano come se non fosse accaduto nulla e alla fine ci concedemmo perfino una meritata pausa pranzo. Chi ha lavorato con i grandi sistemi centrali, i mainframe, lo sa bene: una pausa tranquilla dopo una notte del genere non è un lusso, ma quasi un dono del cielo.

    Verso le 14:00 gli altri colleghi del turno mattutino lasciarono la sala macchine, che noi chiamavamo, con rispetto e non senza ironia, «il Duomo». Lì risiedevano Max, Moritz e la vedova Bolte: tre sistemi IBM 360/85 con le loro unità a dischi, la cosiddetta «conigliera», poi — se ricordo bene — trentasei o quaranta unità a nastro, lettori di schede perforate, quattro o cinque stampanti e ogni sorta di periferica, come lettori di documenti e unità per floppy disk.

    Centro elaborazione dati

    Era un regno chiuso fatto di metallo, cavi, segnali luminosi, calore e un rumore uniforme. Un cosmo con leggi proprie. Gli attacchi informatici, come quelli che il mondo dell’IT avrebbe conosciuto in seguito, in quell’universo non esistevano ancora. All’epoca, il pericolo maggiore si poteva ancora scatenare con un piede.

    Verso le 15:30 completai il registro del turno e feci il mio giro di controllo. Verificai che non fosse rimasto nulla in sospeso e che, per tutti i progetti, fosse stato eseguito il salvataggio finale in vista del successivo avvio online. Poi andai verso le stampanti e chiesi all’operatore come procedessero le cose.

    Mentre parlavamo, camminavo all’indietro in direzione dell’uscita: uno di quei piccoli movimenti distratti che, ripensandoci, sembrano l’inizio di un dramma. Non vidi un pannello del pavimento sopraelevato che non era perfettamente allineato, persi l’equilibrio, alzai istintivamente le braccia e caddi all’indietro. E poiché la vita, a volte, ha un gusto particolare per la cattiva regia, nella caduta colpii con la mano proprio l’interruttore generale rosso.

    Il Duomo tacque.

    Da un istante all’altro il familiare rumore delle macchine era scomparso. Nessun ticchettio, nessun ronzio, nessun ritmo regolare degli apparecchi. Soltanto silenzio. Un silenzio così perfetto che si sarebbe potuto sentire davvero il ronzio di una sola mosca.

    L’operatore, che aveva assistito a tutta la scena, accorse subito. In quel momento dovevo avere l’aria di chi fosse stato spento insieme ai computer. Probabilmente, in pochi secondi, il mio colorito passò da una sana abbronzatura al bianco gesso.

    «Tutto bene?»

    Riuscii soltanto a balbettare un flebile: «Sì, sì…»

    Non perché mi fossi fatto male, ma perché stavo cominciando a capire che cosa avevo appena combinato — e quali conseguenze ne sarebbero potute derivare.

    Fu avvisato immediatamente il servizio di reperibilità IBM, così come Gerd, il responsabile del Data Center. Per fortuna, il danno rimase limitato. Soltanto un’unità a dischi 3380 aveva smesso di funzionare e poté essere ripristinata grazie ai backup eseguiti in precedenza.

    Verso le 18:00 l’incubo era finito. Il Duomo respirava di nuovo, la tecnologia funzionava e io potei tornare a casa con lo stomaco ancora un po’ sottosopra.

    Il martedì dopo Pasqua accadde ciò che, inevitabilmente, doveva accadere: fui convocato dal vice responsabile del settore, un ex ufficiale della Bundeswehr. All’inizio la conversazione fu calma e professionale. Poi mi rivolse la domanda che, evidentemente, aleggiava già da un po’ nell’aria:

    «Signor Pioli, venerdì aveva bevuto qualcosa?»

    A quel punto, lo ammetto, uscii un po’ dai gangheri.

    «Primo: crede davvero che, se avessi bevuto, glielo direi adesso? Secondo: non le passa neppure per la testa che avrei potuto ferirmi seriamente — e non voglio immaginare il peggio — contro lo spigolo del quadro elettrico, a causa di quel pannello del pavimento sopraelevato sistemato male?»

    A quel punto fu lui a cominciare a balbettare. Forse si aspettava un’altra risposta; non lo so.

    «No, no, signor Pioli, non intendevo dire questo…»

    La questione finì lì. Tornai al mio posto di lavoro — più diritto di quanto non fossi caduto il Venerdì Santo.

    Almeno, dall’incidente si trassero le dovute conseguenze. Il pannello del pavimento sopraelevato fu riparato e riallineato. L’interruttore rosso venne protetto da un robusto cilindro con coperchio, che bisognava aprire prima di poterlo azionare. Da quel momento la tecnologia fu meglio protetta — probabilmente anche da me.

    Più tardi mi regalarono il vecchio interruttore rosso come ricordo. Oggi è ancora nella mia soffitta: un piccolo pezzo di storia del Data Center, un monumento alla mia involontaria impresa. Ormai non spegne più nulla — se non, di tanto in tanto, l’idea che la tecnologia si guasti sempre e soltanto dall’interno.