🛣️ 1972 – La svolta che cambiò la nostra vita – Parte 2

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Dopo il nostro avventuroso viaggio da Cortina a Treviso, il giorno seguente decidemmo di andare a Venezia. La città lagunare distava da Treviso appena una ventina di minuti.

Verso le dieci e mezza parcheggiammo l’auto vicino alla stazione e prendemmo il vaporetto per Piazza San Marco.

Poi decidemmo di scendere prima, così da immergerci in quel mondo inconfondibile fatto di vicoli stretti, canaletti silenziosi, palazzi antichi e innumerevoli ponti.

Per Christine era la prima visita a Venezia. Io, invece, c’ero già stato una volta e il cuore mi si scaldò. Riaffiorarono bei ricordi di una vacanza con nonno, nonna e zia Maria, molto prima che la vita diventasse più complicata.

Prima della partenza ci avevano avvertiti.

«Attenzione, Venezia è cara!», aveva detto a Monaco la zia di Christine.

Noi, però, la pensavamo diversamente. Con l’equivalente odierno di circa nove euro prendemmo un menù turistico con pasta, una piccola bistecca ai ferri, insalata, acqua, coperto e perfino mezzo litro di vino. D’accordo, i due caffè si pagavano a parte: l’equivalente di un euro ciascuno.

Probabilmente spendemmo così poco perché ci eravamo allontanati da Piazza San Marco e dai suoi portici, andando là dove Venezia diventava più silenziosa e tra i vicoli stretti si poteva ancora sentire il respiro della città.

Anche quella meravigliosa giornata giunse al termine. Trovammo un posto dove dormire lungo la strada verso sud e, il pomeriggio seguente, raggiungemmo il bungalow che avevamo affittato a Porto Recanati.

In realtà avremmo potuto riposarci.

Ma poco dopo proposi di andare a San Severino.

Mi mancava.

Soprattutto volevo mostrare a Christine il bel paesaggio marchigiano, le colline e gli antichi borghi.

Ne rimase entusiasta. Più tardi mi confessò che si era immaginata le Marche in modo completamente diverso.

«È quasi come la Baviera», disse, «solo con colline più dolci.»

Verso le cinque e mezza arrivammo a San Severino.

Per non farmi riconoscere mi ero un po’ camuffato con un cappellino e degli occhiali da sole scuri. Non volevo assolutamente incontrare nessuno della famiglia.

Ma il destino aveva altri piani per me.

Appena arrivati in Piazza del Popolo, il marito di mia madre attraversò la strada. Per lo stupore, per poco non gli cadde il pacco che teneva tra le braccia.

Mi fermai, scesi dall’auto e lo salutai.

Mi invitò subito a casa.

Ma io rifiutai. «In quella casa vive qualcuno che comincia subito a strillare e a lamentarsi», dissi. «Non ho voglia di sopportare queste scene.»

Naturalmente gli presentai Christine e gli dissi che prima sarei andato a trovare zia Teresa nel monastero di Santa Chiara.

Appena arrivati, mia zia si presentò subito nella sala delle visite.

Tra noi c’erano la doppia grata di ferro e l’apertura nel muro, come usava nei conventi di clausura delle clarisse.

Mentre parlavamo, all’improvviso squillò il telefono in portineria.

Poco dopo chiamarono zia Teresa. Quando tornò, disse: «Tua madre è al telefono.» Il telefono si trovava nella ruota, quel tamburo di legno girevole attraverso il quale le suore comunicavano e passavano caffè, bevande e cibo ai loro ospiti.

Presi il ricevitore e misi subito le cose in chiaro: «Se cominci a sbraitare e a lamentarti, riattacco e non mi vedrai mai più.»

Funzionò.

Rimase calma e mi chiese soltanto se volessi passare a prendere un caffè.

Accettai, ma non a casa.

Decidemmo di incontrarci in Piazza del Popolo, sotto l’orologio della Misericordia.

Quando arrivammo, la vidi già lì ad aspettarci.

All’improvviso mi chiesi perché non mi fossi fatto valere molto prima.

Era rispetto?

Paura?

Non lo so.

E oggi non voglio nemmeno più saperlo.

Parcheggiai l’auto, scesi e dissi con un tono che non lasciava dubbi:

«Questa è Christine, la mia ragazza. Se ti va bene, tutto a posto. Altrimenti risalgo in macchina e me ne vado.»

Anche quella volta non successe nulla. Mi domandai: la furia era stata domata?

Alla fine andammo insieme in Via San Biagio, nella mia vecchia casa, bevemmo il nostro caffè e parlammo a lungo.

Verso le otto di sera tornammo a Porto Recanati.

Per la prima volta le avevo fatto capire chiaramente che ero adulto, che non avevo più bisogno della protezione familiare, perché ormai avevo una famiglia mia.

Durante il resto della vacanza tornai a trovarla ancora cinque o sei volte.

Mi faceva piacere andarci, ma non più come una persona di cui si poteva disporre a piacimento.

La vacanza proseguì meravigliosamente.

Christine si abituava lentamente alla cucina marchigiana. In particolare, la Vernaccia di Serrapetrona le piacque moltissimo.

Quanto alle cozze e ai calamari, all’inizio li detestava. Ma affrontò anche quella sfida culinaria con notevole coraggio.

Come tutte le cose belle, anche quella vacanza a un certo punto finì.

Avevamo acquistato molta Vernaccia e diversi prodotti alimentari che in Germania non si trovavano, sperando naturalmente di non essere controllati alla frontiera.

Poco prima di Kufstein cedetti il volante a Christine, le diedi il mio passaporto e le spiegai:

«Adesso dormo. E se ti chiedono se abbiamo qualcosa da dichiarare, di’ semplicemente di no.»

A quanto pare i doganieri erano già contagiati dall’euforia olimpica e, molto gentilmente, ci lasciarono passare senza alcun controllo.

Christine, invece, era così tesa che guidò per quasi un chilometro a tutto gas e in prima. Alla fine le dissi: «Per favore, sii così gentile da mettere una marcia più alta. Altrimenti finiranno per fermarci comunque alla dogana.»

Questi furono i momenti salienti della nostra prima vacanza insieme. Molte altre ne sarebbero seguite.

Anche se quel viaggio fu troppo breve per due innamorati, rimase nei nostri ricordi come un inizio luminoso.

Oggi, dopo 54 anni insieme, 48 dei quali da sposati, siamo ancora insieme.

Abbiamo attraversato alti e bassi, cresciuto tre figli e vissuto tante esperienze che hanno reso la nostra vita intensa, movimentata e allegra.

Una vita luminosa, difficile, bella e unica.

Forse quella prima vacanza era già la prova che non sapevamo soltanto partire insieme, ma anche arrivare insieme.

Sempre.

Attraverso tutti i rettilinei e tutte le curve della vita. Grazie a Dio, fino a oggi ce la siamo cavata piuttosto bene

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