Kategorie: Dolci ricordi

  • San Severino Marche – Lo scrigno di cui da bambino non conoscevo ancora il valore

    San Severino Marche – Lo scrigno di cui da bambino non conoscevo ancora il valore

    San Severino e il suo Patrimonio culturale.

    Dolci ricordi Questo paese, San Severino Marche, immerso nel cuore delle Marche, e non perché ci sono nato, mi crea difficoltà nel descriverlo, per il semplice motivo che non vorrei presentare al lettore un esagerato campanilismo o sofferenze vissute.

    Oggi questo paese mi appare come uno scrigno che da secoli, anzi da millenni, custodisce storia, cultura e spiritualità.

    Senz’altro, a volte dobbiamo allontanarci dai luoghi che hanno creato in noi ricordi negativi, ma, con la lontananza e il tempo, nasce pure la nostalgia di quei luoghi, ai quali leghiamo molti ricordi positivi che ci toccano il cuore e ci consolano l’anima; poi vediamo il tutto da un altro punto di vista.

    Come già detto, il rapporto sentimentale con il mio Paese nativo non è stato sempre caratterizzato da ricordi positivi, che attribuivo all’intero borgo, mentre avrei dovuto attribuirli ad altre circostanze. Per questo i miei occhi erano appannati e pieni di rabbia e non vedevo cosa succedesse intorno a me.

    Con il passare del tempo, l’espatrio, l’adattarmi e il capire altre culture e usanze, la lontananza, che poi veniva sopraffatta dalla nostalgia, così ho avuto tempo di riflettere sul perché e sul come mi trovassi in quella situazione.

    Mi mancavano quei beni culturali e spirituali, quei luoghi ai quali, nonostante tutto, ero legato: il Campanile di Castello che, quando andavo a scuola e mi trastullavo ancora in Piazza, iniziava a suonare le otto; allora dovevo mettere le gambe sulle spalle ed entrare a scuola prima che il bidello chiudesse il portone, altrimenti sarei risultato assente ingiustificato.

    Le Chiese di San Severino

    L’antica Septempeda, i cui resti archeologici raccontano le origini romane di San Severino. Ci sono il Duomo Vecchio al Castello, gli antichi Monasteri di Santa Caterina e Santa Chiara, San Lorenzo in Doliolo con la sua straordinaria cripta e San Pacifico, sulla collina di fronte.

    A San Pacifico è legato uno dei ricordi della mia infanzia: la Vigilia di Natale partivamo con il pullman da Piazza del Popolo e andavamo ad assistere alla Messa di Mezzanotte, dopodiché si giocava a tombola quasi sino all’alba.

    E poi c’è il Duomo di Sant’Agostino. Per molti è un importante edificio religioso; per me è anche la chiesa nella quale sono stato battezzato. Non so se esista ancora, ma di certo la Parrocchia avrà un registro dove sono annotati i battesimi. La cosa più strana è il fatto che lì sono stato registrato come Gianfranco Scalera, ma il mio vero nome è Franco Pioli, come risulta all’anagrafe di San Severino.

    Alla storia della città appartengono inoltre San Giuseppe in Piazza del Popolo e la Misericordia presso la Torre dell’Orologio. Alcuni di questi edifici storici hanno assunto nel tempo nuove funzioni, creando oggi un legame fra passato e vita culturale.

    Quel saper vivere alla paesana, gli amici, lo sport, le sale da ballo, da Antonietta e Peppe a quella sopra il Mercato, dove provava la Banda musicale di San Severino: ecco, tutti questi luoghi mi hanno fatto riconoscere che, in fin dei conti, San Severino non aveva nulla a che fare con i miei brutti ricordi. Questo creò in me emozioni che prima non conoscevo, o forse non volevo accettare.

    Il Teatro Feronia per me allora era un luogo di punizione.

    Non avevo ancora undici anni e non sapevo nulla di storia dell’architettura o di patrimonio culturale. Per me il Feronia non era un monumento, ma un luogo nel quale, dopo la scuola, dovevo aiutare mia madre a fare le pulizie.

    A causa della precaria situazione finanziaria della mia famiglia, mia madre, oltre alla distribuzione dei pacchi e ad altre piccole fonti di guadagno, si era assunta la responsabilità di fare le pulizie del Teatro Feronia, e io dovevo aiutarla giorno per giorno dopo essere tornato da scuola.

    Gli spettacoli iniziavano alle 19 e, prima di quell’ora, tutto doveva essere pronto. Così dovevo a volte, da solo, pulire tutto il Teatro, platea e palchi, e per me questo non era un aiuto, bensì una punizione, dato che avevo una sorella e un fratello, oltre al marito di mia madre, che d’inverno si occupava di accendere la caldaia per riscaldare l’ambiente, cosa che a volte dovevo fare pure io.

    Questo era per me come una punizione della quale non comprendevo il motivo.

    Solo recentemente ho appreso che il Teatro Feronia è entrato a far parte del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, insieme ad altri storici teatri all’italiana dell’Italia centrale.

    Ma credete che, se lo avessi saputo a quei tempi, il mio giudizio sarebbe stato diverso? Non credo, dato che avevo appena undici anni e mi veniva negato il diritto di giocare.

    Due secchi d’acqua

    Sinceramente, vista da un undicenne, la mia vita quotidiana era tutt’altro che semplice.

    Dove abitavamo noi, in Via San Biagio 45, la mia casa natale, non c’era acqua, e questa doveva essere prelevata dalla Fonte dell’Isola, distante circa 100/120 metri da casa, alla quale si accedeva tramite una strada in salita con una pendenza di circa il 10/15%.

    Ogni volta che a casa veniva a mancare l’acqua, dovevo essere io ad andarla a prendere. Mia madre mi dava due secchi da 10 litri e mi faceva riempire tutti i recipienti disponibili, dalla conca alle brocche, pentole, bottiglie ecc., così dovevo andare su e giù circa 15 volte e, se poi con il passare del tempo finivo presto, lei non faceva altro che svuotare l’uno o l’altro recipiente e farmelo riempire di nuovo.

    Non racconto queste cose perché desidero essere compatito, Dio me ne guardi, dato che questo capitolo è già chiuso da molto tempo, ma, come diceva mio nonno, la vita si sopporta con dignità e ogni differenza ci insegna a vivere.

    Anche queste esperienze appartengono al mio San Severino, esattamente come le chiese, le opere d’arte e gli edifici storici.

    Oggi vedo molte cose diversamente da allora.

    Da bambino attraversavo questa città senza sapere quanta storia mi circondasse. Pulivo un teatro, portavo acqua lungo vecchie strade, frequentavo chiese e piazze senza domandarmi quale valore culturale avrebbero assunto un giorno ai miei occhi.

    Soltanto molto più tardi ho iniziato a capire in quale scrigno ero nato.

    Senz’altro ciò fa parte di una persona che, con il passare degli anni, scopre il valore di ciò che un tempo ha vissuto e ogni giorno aveva davanti agli occhi e considerava semplicemente normale.

    L’esperienza crea la tua vita e non al contrario.

  • ✋ 1961 – Lo schiaffo sulla pista da ballo

    ✋ 1961 – Lo schiaffo sulla pista da ballo

    Era una splendida domenica, una di quelle tipiche dell’estate italiana: sole, calcio nel pomeriggio, tribune gremite e tifosi entusiasti. La ciliegina sulla torta fu una vittoria per 3 a 0, che ci garantì la permanenza nel Campionato d’Eccellenza, che allora si chiamava ancora Promozione.

    La generosità di una madre

    Dopo il fischio finale andai con alcuni compagni nel nostro solito bar. Lì bevvi, cosa piuttosto insolita per un italiano, non un latte caldo, ma eccezionalmente un latte freddo.

    Verso le cinque del pomeriggio mi recai nella sede della società per ritirare il premio partita. Alle cinque e mezza ero di nuovo a casa, consegnai diligentemente a mia madre le 5.000 lire e ricevetti in cambio la mia paghetta settimanale: 1.000 lire.

    Già allora mi stupiva l’eleganza con cui riusciva a redistribuire il mio denaro a proprio favore. Ma, si sa, le madri hanno una politica finanziaria tutta loro.

    Quel giorno non si sentiva particolarmente bene e la cena sarebbe stata pronta soltanto verso le otto. Decisi quindi di fare ancora un salto in piazza. Prima che uscissi, mi chiese di comprarle una piccola confezione di aspirina.

    Naturalmente le dissi di sì.

    Non potevo immaginare che proprio quel mio “naturalmente” mi sarebbe poi tornato addosso in modo piuttosto violento.

    Piazza del Popolo war einfach leer

    Quando arrivai in piazza, la trovai stranamente vuota. Mi ricordai allora che, nel quartiere accanto alla mia vecchia scuola elementare, si trovava il bar della nostra vicina Antonietta e di suo fratello Peppe. Quella sera lì si ballava.

    Mi avviai dunque in quella direzione, soltanto per controllare la situazione – per puro interesse scientifico, naturalmente.

    Che cosa posso dire?

    C’erano i miei amici.

    C’erano anche molte ragazze.

    E da quel momento ogni forma di ragionevolezza cessò ufficialmente il servizio.

    Restare a ballare fù un obbligo

    Era il tempo di Brenda Lee, Paul Anka, Connie Francis, Ray Charles, Elvis Presley, Chuck Berry e Bill Haley. Per noi non era soltanto musica, ma un vero e proprio modo di vivere.

    Quella sera, preso dall’entusiasmo del ballo, dimenticai tutto ciò che mi circondava. Ero felice, spensierato e convinto che una serata del genere con gli amici non dovesse finire mai.

    Nel frattempo era calata la sera, ma io continuavo a volteggiare nel paradiso del ballo, completamente privo del senso del tempo e con la fiduciosa speranza che i problemi, forse, si sarebbero risolti da soli.

    All’improvviso, in mezzo alla confusione, sentii qualcuno battermi sulla spalla.

    La prima volta pensai che si trattasse di un errore.

    Ma un secondo colpo, decisamente più energico, mi riportò bruscamente alla realtà.

    Mi voltai.

    E nello stesso istante mi arrivò un sonoro schiaffo.

    Davanti a me c’era mia madre.

    Un metro e cinquanta di concentrata determinazione.

    Io ero già alto un metro e settantadue, perciò, per raggiungere il bersaglio, dovette probabilmente impegnarsi più di quanto avessi fatto io sul campo da calcio.

    Furiosa, mi domandò:

    «Sai che ore sono?»

    E naturalmente, in quel momento, sapevo soprattutto una cosa:

    aveva ragione.

    Non avevo comprato l’aspirina e non ero neppure tornato in tempo per la cena.

    Non mi restò quindi altro da fare che voltarmi un attimo verso la ragazza con cui stavo ballando e dirle cortesemente:

    «Aspetta un momento, torno subito.»

    Una frase il cui audace ottimismo continua a stupirmi ancora oggi.

    Lezione troppo dura, ma non scordarti mai l’Aspirina

    Il ritorno a casa, però, ebbe ben poco di romantico e fu accompagnato da una predica continua e senza interruzioni.

    E quella ragazza della pista da ballo non l’ho mai più rivista.

    Spero soltanto che non sia ancora lì ad aspettare il mio ritorno.

    Che quello schiaffo in pubblico abbia migliorato il nostro rapporto è piuttosto discutibile. Nonostante ciò, non sono mai stato arrabbiato con mia madre e non le ho mai serbato rancore.

    A volte avrei soltanto desiderato che fosse un po’ più indulgente con me.

    Se in seguito ci sia riuscita, oggi non saprei dirlo.

    Ma quello schiaffo sulla pista da ballo non l’ho mai dimenticato.

  • 🚓 1973 – Nel mirino dei Carabinieri

    Sole, spiaggia e reparto maternità

    La vacanza dell’anno precedente ci era rimasta così impressa che ben presto cominciammo a fare nuovi progetti.

    Dopo esserci trasferiti in un piccolo appartamento a Pretzen, cominciammo lentamente a mettere radici a Erding.

    Nei fine settimana eravamo quasi sempre in giro: a ballare, a mangiare fuori oppure a fare qualche piccola gita. Soltanto quando mio figlio veniva a trovarmi, tutto il mio tempo era dedicato a lui. E, a un certo punto, una cosa fu chiara: la vacanza successiva ci avrebbe riportati nelle Marche.

    Nel frattempo dovemmo cambiare macchina e cercarne una usata, in buone condizioni e un po’ più grande. La scelta cadde su una Ford 16 M, perché la vecchia Simca aveva ormai definitivamente deciso di non collaborare più.

    Molti conoscenti non riuscivano a capire: «Come? Lavori alla BMW e guidi una Ford?» Be’, a volte non è il senso di appartenenza all’azienda a decidere quale automobile comprare, ma il portafoglio. E il mio, in quel periodo, non aveva certo l’aria di un dirigente BMW.

    Tutto a favore di mio figlio

    All’epoca, infatti, era tutt’altro che pieno. Mi ero assunto tutti i debiti accumulati durante il matrimonio, affinché la mia ex moglie, mio figlio e sua figlia potessero avere una situazione finanziaria migliore e guardare al futuro con un po’ più di serenità.

    Il rapporto fra me e la mia ex moglie sembrava lentamente normalizzarsi. Arrivammo perfino a decidere che i due bambini sarebbero venuti in vacanza in Italia con me e Christine.

    Come si conviene a un italiano che si rispetti, in agosto tornammo a San Severino Marche, dove restammo per tre settimane.

    La spiaggia di Portorecanati

    Quasi ogni giorno partivamo dalla mia città natale per andare a Porto Recanati. Per l’intero soggiorno avevo affittato, presso un bar sulla spiaggia, un ombrellone e due lettini: il nostro piccolo angolo di spiaggia, con vista sul mare e autentica atmosfera da vacanza.

    Di solito partivamo verso le sette e mezza del mattino e rientravamo intorno alle sette e mezza di sera. Le giornate trascorrevano armoniose, tranquille e quasi irreali nella loro bellezza. Erano quasi troppo belle per essere vere. E infatti non avevamo fatto i conti con il sole italiano.

    Il penultimo giorno di vacanza Christine si addormentò sulla spiaggia, proprio con il viso rivolto verso il sole. All’inizio sembrò soltanto una lieve insolazione. Eppure, proprio a causa della sua carnagione molto chiara, era sempre stata prudentissima: ogni giorno si spalmava con grande cura la crema solare e cercava di proteggersi il più possibile.

    I sintomi non si manifestano subito, ma nel giro di poche ore. Christine cominciò ad avvertire un dolore sempre più forte agli occhi.

    La Corsa a San Severino Marche

    Tornammo subito a San Severino, sperando di trovare in farmacia qualcosa che potesse alleviarle il dolore. Purtroppo non servì a nulla.

    Il farmacista ci consigliò di rivolgerci immediatamente al Pronto Soccorso dell’ospedale.

    Prima riportai i bambini a casa, poi accompagnai Christine al Pronto Soccorso.

    Nel frattempo riusciva a malapena ad aprire gli occhi e il dolore peggiorava di ora in ora.

    Mi spiegarono che quel disturbo era paragonabile a ciò che accade quando si fissa per mezz’ora direttamente l’arco luminoso di una saldatrice elettrica. La luce è talmente intensa da provocare un danno agli occhi i cui effetti, però, non si manifestano subito, bensì soltanto dopo un paio d’ore.

    Purtroppo sapevo bene di che cosa parlavano, perché durante il periodo in cui avevo lavorato come saldatore elettrico mi era capitato un paio di volte.

    Occhi pieni di sabbia

    La sensazione è quella di avere sabbia negli occhi, accompagnata da un bruciore terribile e da un forte mal di testa. Non si riescono nemmeno ad aprire le palpebre: sembrano incollate.

    È un dolore che non augurerei neppure al mio peggior nemico.

    Il medico di turno mi disse che Christine doveva rimanere in ospedale sotto osservazione e che, se la situazione fosse peggiorata, l’avrebbero trasferita all’ospedale di Macerata.

    Mi dissero di restare calmo: si sarebbero presi cura di lei e non avrei dovuto preoccuparmi. Facile a dirsi. Io, invece, ero molto preoccupato e speravo con tutto il cuore che il giorno seguente Christine riuscisse almeno a riaprire gli occhi.

    Spiegai a Christine ciò che mi avevano detto, la pregai di riposare e le assicurai che si trovava in buone mani. Poi tornai dai bambini, con un nodo nello stomaco che cercavo in tutti i modi di non far vedere.

    La mattina seguente andai subito in ospedale.

    Quando arrivai, mi spaventai per due motivi:

    • Christine non riusciva ancora ad aprire gli occhi;
    • Era stata trasferita nel reparto maternità.

    I gemiti delle futere Mamme

    Quando raggiunsi il suo letto, mi raccontò di non essere riuscita a capire dove si trovasse. Sentiva donne gemere tutt’intorno a lei e non riusciva proprio a spiegarsene il motivo.

    Non capiva perché le altre pazienti continuassero a lamentarsi come se il parto fosse imminente. Con un piccolo sorriso sulle labbra le spiegai in quale reparto l’avevano sistemata. Anche lei dovette ridere: cieca dal dolore, sì, ma per fortuna non priva del senso dell’umorismo.

    Aspettai la visita medica per saperne di più. Il dottore mi spiegò che Christine soffriva di una grave fotoceratite, cioè di una vera e propria ustione solare a entrambi gli occhi, provocata da un’eccessiva esposizione ai raggi ultravioletti. Finché non fosse riuscita ad aprire gli occhi, non l’avrebbero dimessa, perché le conseguenze avrebbero potuto essere serie. Naturalmente evitai di riferire tutto a Christine con la stessa chiarezza. Le dissi soltanto che, per sicurezza e per scongiurare ulteriori danni, avrebbe dovuto trascorrere ancora qualche giorno in ospedale.

    Così la nostra vacanza si allungò involontariamente e, nella mia testa, la cassa delle vacanze cominciò a piangere sommessamente. Non faceva rumore, ma la sentivo benissimo.

    Il quinto giorno Christine fu finalmente dimessa. Per un certo periodo avrebbe dovuto indossare gli occhiali da sole per proteggere gli occhi.

    La riportai a casa, la sistemai nella mia camera completamente oscurata e discutemmo della nostra situazione finanziaria. Alla fine decidemmo di ripartire per Monaco al calar della notte.

    Per risparmiare decisi di percorrere la strada statale Adriatica. Il viaggio sarebbe stato più lento, ma in compenso avremmo consumato meno benzina e, soprattutto, evitato i pedaggi autostradali.

    Nella nostra situazione ogni lira contava e, a volte, riuscire a risparmiare sembrava un’impresa eroica quasi quanto affrontare un’avventura.

    Seguendo la strada statale Adriatica attraversammo numerose località balneari.

    Il primo Controllo

    Quando entrammo a Rimini viaggiavamo a circa cento chilometri all’ora. Sul lato destro della strada i Carabinieri avevano allestito un posto di controllo.

    Uno degli agenti era fermo sul bordo della carreggiata e mi fece un segno con la paletta, che io interpretai come un invito a rallentare. Ed è esattamente ciò che feci: rallentai e proseguii. Nello specchietto retrovisore vidi il Carabiniere dirigersi verso la sua macchina di servizio, ma non ci feci troppo caso, anche perché lì accanto scorsi soltanto una piccola Fiat 600.

    Errore. Accanto alla Fiat, ben nascosta, c’era un’Alfa Romeo Giulietta.

    All’improvviso si accesero i fari e cominciò l’inseguimento.

    Trascorsero circa due chilometri prima che capissi che i Carabinieri stavano inseguendo proprio me. A quel punto mi accostai sulla destra e aspettai che mi raggiungessero.

    Uno dei Carabinieri si avvicinò alla nostra auto. Abbassai il finestrino e, con la massima innocenza possibile, gli chiesi che cosa fosse successo.

    Discussioni con il Brigadiere

    Con tono piuttosto severo mi ordinò di scendere, di mostrargli i documenti e il passaporto, poi aggiunse che dovevo ritenermi fortunato: avrebbe anche potuto fermarmi con una raffica di mitra sotto il sedere.

    Con calma gli chiesi di accompagnarmi dietro l’auto. Gli indicai la targhetta della D.A.S., la mia assicurazione di tutela legale, e gli domandai: «Vede quella targhetta? Sa che cosa significa “tutela legale”?»

    Quando annuì, gli dissi in tono gentile ma deciso: «Allora le consiglio di non pronunciare un’altra frase del genere, altrimenti rischia di perdere i suoi gradi.»

    Seguì una breve ma piuttosto vivace discussione sul significato del gesto che il Carabiniere aveva fatto con la paletta.

    Gli spiegai che, secondo me, quel segnale non significava «Fermati!», bensì semplicemente «Rallenta!». Ed era proprio ciò che avevo fatto. Dopo un po’ di botta e risposta, mi fu finalmente consentito di proseguire.

    Lo ringraziai cortesemente, aggiungendo però con un sorriso: «Senza i miei documenti non mi muovo neppure di un centimetro.» Capì la battuta, mi restituì tutto e noi riprendemmo il viaggio.

    Verso le sei del mattino ci stavamo avvicinando a Verona.

    Necessario cambio Autista

    Avevo guidato per tutta la notte e Christine si offrì di prendere il volante. Accettai molto volentieri: in quel momento mi sarebbe andato bene perfino un autista con il foglio rosa.

    Evitando l’autostrada, eravamo riusciti a risparmiare circa diecimila lire di pedaggio.

    Perciò decisi che, una volta arrivati a Verona, avremmo finalmente imboccato l’autostrada. Era un ottimo piano. E, come spesso accade agli ottimi piani, rimase esattamente questo: un piano.

    Poco prima di Verona, infatti, Christine si concesse il lusso di sorpassare l’auto che ci precedeva proprio in un tratto in cui vigeva il divieto di sorpasso.

    Questa volta non l’abbiamo fatta franca

    Potete facilmente immaginare che cosa accadde: i Carabinieri ci fermarono e dovemmo pagare una multa di cinquemila lire. In pochi minuti metà del nostro eroico risparmio era svanita e l’autostrada tornò immediatamente a essere un lusso da scartare. Proseguimmo quindi sulla strada statale, con qualche soldo ancora in tasca, l’umore un po’ ammaccato e una storia in più nel bagaglio.

    La guarigione di Christine richiese ancora qualche giorno, ma per fortuna non le rimase alcun danno. Quella fotoceratite divenne per noi una lezione impossibile da dimenticare: il sole italiano è generoso, ma qualche volta lo è decisamente troppo.

    Da allora, gli occhiali da sole, l’ombra e un sano rispetto per i raggi ultravioletti acquistarono per noi un valore completamente nuovo.

  • 🛣️ 1972 – La svolta che cambiò la nostra vita – Parte 2

    Venezia incantevole

    Dopo il nostro avventuroso viaggio da Cortina a Treviso, il giorno seguente decidemmo di andare a Venezia. La città lagunare distava da Treviso appena una ventina di minuti.

    Verso le dieci e mezza parcheggiammo l’auto vicino alla stazione e prendemmo il vaporetto per Piazza San Marco.

    Poi decidemmo di scendere prima, così da immergerci in quel mondo inconfondibile fatto di vicoli stretti, canaletti silenziosi, palazzi antichi e innumerevoli ponti.

    Per Christine era la prima visita a Venezia. Io, invece, c’ero già stato una volta e il cuore mi si scaldò. Riaffiorarono bei ricordi di una vacanza con nonno, nonna e zia Maria, molto prima che la vita diventasse più complicata.

    Prima della partenza ci avevano avvertiti.

    «Attenzione, Venezia è cara!», aveva detto a Monaco la zia di Christine.

    Noi, però, la pensavamo diversamente. Con l’equivalente odierno di circa nove euro prendemmo un menù turistico con pasta, una piccola bistecca ai ferri, insalata, acqua, coperto e perfino mezzo litro di vino. D’accordo, i due caffè si pagavano a parte: l’equivalente di un euro ciascuno.

    Probabilmente spendemmo così poco perché ci eravamo allontanati da Piazza San Marco e dai suoi portici, andando là dove Venezia diventava più silenziosa e tra i vicoli stretti si poteva ancora sentire il respiro della città.

    Impressioni di Viaggio

    Anche quella meravigliosa giornata giunse al termine. Trovammo un posto dove dormire lungo la strada verso sud e, il pomeriggio seguente, raggiungemmo il bungalow che avevamo affittato a Porto Recanati.

    In realtà avremmo potuto riposarci.

    Ma poco dopo proposi di andare a San Severino.

    Mi mancava.

    Soprattutto volevo mostrare a Christine il bel paesaggio marchigiano, le colline e gli antichi borghi.

    Ne rimase entusiasta. Più tardi mi confessò che si era immaginata le Marche in modo completamente diverso.

    «È quasi come la Baviera», disse, «solo con colline più dolci.»

    Helvia Recina, la Statale per San Severino Marche

    Verso le cinque e mezza arrivammo a San Severino.

    Per non farmi riconoscere mi ero un po’ camuffato con un cappellino e degli occhiali da sole scuri. Non volevo assolutamente incontrare nessuno della famiglia.

    Ma il destino aveva altri piani per me.

    Appena arrivati in Piazza del Popolo, il marito di mia madre attraversò la strada. Per lo stupore, per poco non gli cadde il pacco che teneva tra le braccia.

    Mi fermai, scesi dall’auto e lo salutai.

    Mi invitò subito a casa.

    Ma io rifiutai. «In quella casa vive qualcuno che comincia subito a strillare e a lamentarsi», dissi. «Non ho voglia di sopportare queste scene.»

    Verso il Monastero di Santa Chiara

    Naturalmente gli presentai Christine e gli dissi che prima sarei andato a trovare zia Teresa nel monastero di Santa Chiara.

    Appena arrivati, mia zia si presentò subito nella sala delle visite.

    Tra noi c’erano la doppia grata di ferro e l’apertura nel muro, come usava nei conventi di clausura delle clarisse.

    Mentre parlavamo, all’improvviso squillò il telefono in portineria.

    Poco dopo chiamarono zia Teresa. Quando tornò, disse: «Tua madre è al telefono.» Il telefono si trovava nella ruota, quel tamburo di legno girevole attraverso il quale le suore comunicavano e passavano caffè, bevande e cibo ai loro ospiti.

    Calmo e deciso

    Presi il ricevitore e misi subito le cose in chiaro: «Se cominci a sbraitare e a lamentarti, riattacco e non mi vedrai mai più.»

    Funzionò.

    Rimase calma e mi chiese soltanto se volessi passare a prendere un caffè.

    Accettai, ma non a casa.

    Decidemmo di incontrarci in Piazza del Popolo, sotto l’orologio della Misericordia.

    Quando arrivammo, la vidi già lì ad aspettarci.

    All’improvviso mi chiesi perché non mi fossi fatto valere molto prima.

    Era rispetto?

    Paura?

    Non lo so.

    E oggi non voglio nemmeno più saperlo.

    Rivedersi dopo 6 anni di Assenza

    Parcheggiai l’auto, scesi e dissi con un tono che non lasciava dubbi:

    «Questa è Christine, la mia ragazza. Se ti va bene, tutto a posto. Altrimenti risalgo in macchina e me ne vado.»

    Anche quella volta non successe nulla. Mi domandai: la furia era stata domata?

    Alla fine andammo insieme in Via San Biagio, nella mia vecchia casa, bevemmo il nostro caffè e parlammo a lungo.

    Verso le otto di sera tornammo a Porto Recanati.

    Per la prima volta le avevo fatto capire chiaramente che ero adulto, che non avevo più bisogno della protezione familiare, perché ormai avevo una famiglia mia.

    Durante il resto della vacanza tornai a trovarla ancora cinque o sei volte.

    Mi faceva piacere andarci, ma non più come una persona di cui si poteva disporre a piacimento.

    La vacanza proseguì meravigliosamente.

    Cristine, le Cozze e i Calamari

    Christine si abituava lentamente alla cucina marchigiana. In particolare, la Vernaccia di Serrapetrona le piacque moltissimo.

    Quanto alle cozze e ai calamari, all’inizio li detestava. Ma affrontò anche quella sfida culinaria con notevole coraggio.

    Come tutte le cose belle, anche quella vacanza a un certo punto finì.

    Avevamo acquistato molta Vernaccia e diversi prodotti alimentari che in Germania non si trovavano, sperando naturalmente di non essere controllati alla frontiera.

    Poco prima di Kufstein cedetti il volante a Christine, le diedi il mio passaporto e le spiegai:

    «Adesso dormo. E se ti chiedono se abbiamo qualcosa da dichiarare, di’ semplicemente di no.»

    A quanto pare i doganieri erano già contagiati dall’euforia olimpica e, molto gentilmente, ci lasciarono passare senza alcun controllo.

    Christine, invece, era così tesa che guidò per quasi un chilometro a tutto gas e in prima. Alla fine le dissi: «Per favore, sii così gentile da mettere una marcia più alta. Altrimenti finiranno per fermarci comunque alla dogana.»

    Questi furono i momenti salienti della nostra prima vacanza insieme. Molte altre ne sarebbero seguite.

    Anche se quel viaggio fu troppo breve per due innamorati, rimase nei nostri ricordi come un inizio luminoso.

    Oggi, dopo 54 anni insieme, 48 dei quali da sposati, siamo ancora insieme.

    Abbiamo attraversato alti e bassi, cresciuto tre figli e vissuto tante esperienze che hanno reso la nostra vita intensa, movimentata e allegra.

    Una vita luminosa, difficile, bella e unica.

    Forse quella prima vacanza era già la prova che non sapevamo soltanto partire insieme, ma anche arrivare insieme.

    Sempre.

    Attraverso tutti i rettilinei e tutte le curve della vita. Grazie a Dio, fino a oggi ce la siamo cavata piuttosto bene

  • 🛣️ 1972 – La svolta che cambiò la nostra vita – Parte 1

    Abbiamo mantenuto la promessa.

    A volte la vita è come un navigatore senza indicazioni. Si prende una curva e non si sa se dietro l’angolo ci sia una strada senza uscita, un’alba o la più grande avventura della vita.

    Nel 1972 ero già in Germania da dieci anni ed era arrivato il momento di fare un bilancio.

    La cosa più positiva di quell’anno era il mio nuovo lavoro alla BMW di Monaco di Baviera. Professionalmente andava tutto bene, ma nella vita privata mi trovavo nel bel mezzo del famigerato «settimo anno di matrimonio».

    Avevo ormai sette anni di matrimonio alle spalle e, purtroppo, quella vita insieme non aveva portato i miglioramenti sperati, nonostante i miei obiettivi fossero ancora ben chiari.

    Troppo tardi per un Interpretazione ragionevole

    Mia moglie non mi sosteneva nel tentativo di raggiungerli. Intendiamoci: non pretendevo che si mettesse a studiare con me. Avrei però gradito che si assumesse più responsabilità, così da lasciarmi il tempo necessario per occuparmi dei miei progetti, che in fin dei conti avrebbero portato benefici anche a lei.

    Rifiutava categoricamente l’idea di tornare con me in Italia nell’ambito del lavoro alla Metro. Oltre alla retribuzione e al mancato avanzamento di carriera, anche questo fu uno dei motivi per cui non firmai il contratto.

    Faceva inoltre una cosa a mia insaputa: si confidava con i vicini, raccontando loro, problemi privati di cui io stesso non sapevo nulla.

    Questi comportamenti alimentarono tensioni e dissensi e mi diedero la sensazione che, fin dal primo giorno di matrimonio, il suo unico interesse fosse stato quello di dare un padre a sua figlia.

    La fine di un Matrimonio

    La crisi era evidente e aveva ormai raggiunto il culmine.

    Avevo un figlio piccolo, ed era proprio questo a rendere ogni decisione infinitamente difficile.

    Mi tornava però sempre in mente una frase che una professoressa dell’Istituto Tecnico Industriale di Ancona ci aveva detto durante l’ultimo anno di scuola:

    «Se un giorno avrai il coraggio di raccogliere tutti i tuoi averi in un fagotto, lasciare tutto e imboccare una nuova strada, non avrai nulla di cui pentirti, qualunque sia l’esito, buono o cattivo.

    Il solo coraggio di averci provato vale già moltissimo.»

    Quella frase mi ha accompagnato per tutta la vita.

    L’unica cosa che fino a quel momento mi aveva impedito di tentare un nuovo inizio era mio figlio.

    Verso un Nuovo Cammino

    Il caso, o forse il destino, volle che in aprile, durante l’annuale marcia primaverile intorno al Lago di Starnberg, incontrassi di nuovo una ragazza che avevo già conosciuto ai tempi del mio tirocinio alla Metro.

    Il nostro nuovo incontro cominciò alla stazione di Monaco. Lei e una sua amica passarono davanti al mio posto nel treno, ma tornarono poco dopo perché non avevano trovato altri posti liberi.

    E così ebbe inizio tutto.

    Camminammo insieme per i primi venticinque chilometri.

    Io proseguii per completare tutti i cinquanta chilometri, probabilmente per spirito sportivo, ma forse anche per orgoglio personale. In momenti del genere i giovani hanno spesso più resistenza che buon senso.

    Non dimentichiamo che avevo lavorato tutta la notte: già dopo la prima tappa sentivo un po’ di stanchezza.

    Quando arrivai alla stazione di Starnberg ero completamente sfinito. Eppure non credetti ai miei occhi: in un angolo della birreria c’era Christine, la ragazza che in treno si era seduta di fronte a me.

    Farfalle nello Stomaco

    Durante il viaggio di ritorno ci sedemmo di nuovo insieme. Qualcosa era cominciato. Non sapevo ancora che cosa fosse: procedeva piano, senza grandi fuochi d’artificio, ma si percepiva chiaramente.

    A quanto pare ci eravamo trovati simpatici, abbastanza simpatici da non interrompere la conoscenza dopo venticinque chilometri. Già il lunedì successivo ci incontrammo per prendere un caffè a Elisabethplatz, a Monaco. Così iniziò la nostra storia.

    Seguirono mesi in cui felicità e dolore furono molto vicini. C’erano il divorzio imminente, l’affetto crescente per la mia ragazza e, allo stesso tempo, la dolorosa consapevolezza di dovermi separare da mio figlio.

    Il divorzio avvenne il 3 agosto. Mi trasferii da Monaco nei dintorni di Erding. Grazie al cielo, il mio lavoro non risentì troppo di tutte quelle turbolenze interiori: la BMW continuò a ricevere un dipendente più o meno funzionante.

    Poiché volevamo trascorrere una vacanza insieme, ritenni naturale presentarmi prima ai suoi genitori. Christine non era ancora maggiorenne e, proprio per questo, per me era una questione di rispetto e buona educazione conoscerli personalmente.

    Semplicemente felici

    Dal 6 agosto eravamo in ferie. Per l’11 agosto avevamo prenotato un piccolo bungalow in un villaggio turistico vicino a Porto Recanati, nelle Marche.

    Eravamo però talmente impazienti di partire che anticipammo il viaggio, inizialmente previsto per venerdì, al mercoledì. Evidentemente, quell’estate la pazienza non era una delle nostre virtù principali.

    Promettemmo ai suoi genitori che ci saremmo fatti sentire regolarmente, così da non farli preoccupare. Una decisione molto sensata, come si sarebbe presto scoperto.

    Partimmo verso le due del pomeriggio, senza un piano preciso, con leggerezza e con una sensazione di libertà assoluta. Due ore dopo eravamo già al Passo del Brennero. Cambiammo i marchi tedeschi in lire, bevemmo il primo espresso e facemmo una piccola merenda.

    Poi decidemmo spontaneamente di passare per Fortezza, proseguire verso Cortina d’Ampezzo e telefonare da lì per la prima volta a Monaco.

    Fu una delle più belle gite panoramiche della nostra vita. Le Dolomiti si mostravano in tutta la loro maestosità, mentre la nostra pianificazione del viaggio restava piuttosto rilassata, in perfetto stile mediterraneo.

    A Cortina trovammo finalmente un centralino telefonico. Verso le 18:50 prenotammo una chiamata interurbana per Monaco.

    La Beffa al Centralino

    Davanti a noi, però, c’erano molte altre richieste. Aspettammo pazientemente finché, verso le 20:10, un’impiegata ci spiegò, con gentilezza ma anche con decisione, che la centrale stava chiudendo e che dovevamo andar via.

    Rimanemmo lì come colpiti da un fulmine.

    A quanto pare la compagnia telefonica italiana aveva già concluso la giornata, mentre la nostra missione familiare di rassicurazione era appena cominciata.

    Dopo esserci ripresi da quel piccolo shock, decidemmo di cercare un albergo e telefonare da lì. Quella diventò immediatamente la nostra massima priorità.

    Sfortunati

    Da Cortina fino alle porte di Treviso chiesi in almeno dieci o quindici alberghi e pensioni se fosse disponibile una camera matrimoniale.

    Ogni volta iniziavo cortesemente in italiano e ogni volta ricevevo la stessa risposta:

    «Tutto completo.» «Alles voll.»

    Il mio italiano diventava sempre più fluente da un albergo all’altro, mentre la disponibilità delle camere rimaneva ostinatamente invariata.

    A poco a poco diventai nervoso. Verso le 22:20, quasi arrivati a Treviso, dissi a Christine:

    «Sai una cosa? Adesso entro e parlo semplicemente in tedesco!»

    Detto, fatto.

    E non ci crederete: funzionò davvero.

    Il signore alla reception rimase più che sorpreso quando gli consegnai i due passaporti e si accorse che ero italiano.

    Naturalmente nessuno se lo aspettava, tanto meno l’uomo dietro il banco.

    Prendemmo una stanza e finalmente potemmo telefonare ai suoi genitori a Monaco.

    La nostra prima promessa era stata mantenuta.

    Quella fu la nostra prima piccola avventura. E, come avremmo scoperto in seguito, non sarebbe stata l’ultima.

  • 🥩 1991 – Quasi finiti sotto le ruote – come una cotoletta ci salvò il punto

    A causa del mio lavoro sedentario, sia in ufficio davanti al computer, oppure in  riunioni, presentazioni o conferenze, ecc., e avendo smesso di giocare a pallone, anche per la mia età,  e a causa di infortuni, temevo che la mia forma fisica ne risentisse.  

    Cosi a quarant’anni, così ho deciso, dato che in Collegio avevo praticato pure un pò di Tennis, e nel frattempo avendo giocato qualche partitina fra Colleghi della BMW, di dedicarmi al Tennis, cosi  entrai in una Società Tennistica nel Paese dove abitavo. Ma non solo io, bensì tutta la famiglia.

    Devo dire che mi divertivo moltissimo.

    Ho avuto la fortuna, grazie al mio lavoro a turni, di poter giocare quando i campi da tennis erano per lo più vuoti. Naturalmente, grazie alla mia mentalità che avevo come giocatore di Pallone, presi pure diverse lezioni Tennis con Erwin, un Campione Tedesco della sua Età, nella speranza di migliorare il mio Tennis e  gioco.  

    Era anche quel Periodo del boom del Tennis Tedesco, nomi come Boris Becker, Steffi Graf, Claudia Kohde-Kilsch, Boris Becker, Michal Stich, Bernd Karbacher, Charly Steeb e molti altri, qui in Germania erano sulla bocca di tutti con le loro Vittorie.

    Caso vuole, che il capitano dei „Giovani Senior“, anche un collega della BMW,  questi erano giocatori sopra i trentacinque anni, io a quei tempi ne avevo qualcuno in più e sono rimasto sempre il „vecchietto della squadra“ 😉

    Le mie ambizioni sportive non rimasero nascoste, ma vennero alla luce del giorno, cosi il Capitano mi propose di entrare a far parte della squadra, offerta che accettai molto volentieri.

    Leggendaria fu la mia prima partita, avevo come avversario un cosiddetto „Vecchia Volpe“, riuscivo a tenergli testa, ma nelle fasi decisive della partita, lui aveva sempre una risposta migliore della mia e conquistava il punto.

    Questo fu quello che il nostro capitano, che mi osservavano da fuori, notò, cosi mi fece capire come dovevo tenere la palla alta, e solo rispedirla all’a vversario.

    Anche se questa tattica corrispondeva al mio modo di giocare, ma se il ciò raggiunge lo scopoi, va bene per me.

    Dato che il mio gioco per il tennis basava sull’estetica e non per il risultato, cosa che non portava vantaggi alla Squadra, quindi ho seguito subito questa direttiva. 

    Per non dilungarmi, persi il mio primo set 4:6, ma grazie all’approccio di gioco modificato, riuscì a trasformarlo in una vittoria. 

    Il mio avversario era più o meno fuori di sé e non capiva il mio modo di giocare, cosi si distrasse molto e perse la partita.

    Da volontario, avevo pure preso incarichi, i quali servivano a gestire le squadre, nel nostro Club, quindi ero il responsabile per la buona gestione dello Sport.

    In pratica sapevo come e dove fare cosa riguardo le squadre e i giocatori, fu un cmpito molto gradevole farlo.   

    Il Club, grazie all’impegno dei responsabili del Reparto Tennis, organizzavano ogni anno anche un Torneo Internazionale Femminile, chwe rientrava nella Serie „Warsteiner Gran Prix“ anch qui io e mia moglie aiutavamo nella raccolta fondi, trovando nuovi sostenitori per il Torneo.   

    Soprattutto quell’atmosfera del Torneo, una volta all’anno era unica, alla fine della serie di tornei, le giocatrici che vinceva questi Tornei, prendevano parte automaticamente al Torneo finale, per il quale c’erano dei premi in Forma di denaro,  ma ciò che era importante per le giocatrici era racimolare i punti per la classifica tedesca.

    Grazie alle mie Responsabilità per assistenza delle squadre, sono riuscito, nonostante la mia età relativamente avanzata, a partecipare a più partite con la seconda squadra maschile. 

    È stato semplicemente meraviglioso giocare in una squadra formata da ragazzi giovani, ci siamo divertiti molto e c’era un grande spirito di squadra, sono stato persino nominato capitano. 

    Il Giorno del Papà abbiamo avuto una partita in casa contro Oberding, piccolo paesino vicin ad Erding. Cosi per dire un Derby.   

    I nostri avversari non erano una squadra super forte, ma avevano giocatori molto bravi, quindi dopo i primi sei singoli il punteggio era 3 a 3, allora la decisione doveva arrivare dai tre doppi rimanenti.

    Io giocai il doppio con Frank, un ragazzo di diciassette anni che avrebbe potuto essere mio figlio, ma nonostante la buona intesa tra noi, il primo set  se ne andò per 6:4 agli Avversari.

    Durante la pausa del set abbiamo scoperto che gli altri due doppi erano stati già giocati e decisi, cosi il punteggio complessivo in quel momento era di 4:4, quindi eravamo noi a fare la differenza.

    Consapevoli dello svantaggio e sapendo quale peso gravava sulle  nostre spalle iniziammo con molti buoni propositi il secondo set,

    Ma la partenza fu tutt’altro che positiva, nel giro di cinque minuti eravamo di nuovo nello svantaggio  0:2.

    Sembrava proprio che le cose non volessero andare a nostro favore. Tra uno scambio e l’altro Frank disse all`imporovviso: è ora che finiamo, ho una fame da lupo.

    A quel punto risposi: Frank, se vinciamo la partita, la cotoletta e tutto il contorno più bevanda, andrà tutto a mio carico. 

    Che posso dire, era solo una risposta buttata lì, ma a quanto pare ha avuto effetto; da quel momento la nostra partita è andata benissimo, frat stupende Battute, schiacciate, tiri al volo e loop, abbiamo ribaltato il punteggio da 4:6 / 6:2 e 6:1. 

    Così abbiamo vinto la partita complessiva 5:4. 

    Dopo abbiamo fatto una piccola gita con qualche persona del Club e la della squadra a Hallnberg vicino a Walpertskirchen, lì Frank ha ricevuto la sua meritata cotoletta e fsteggiando la Vittoria ed anche la Festa del papà.

  • 🪰 1989 – Il ronzio delle mosche – Venerdì Santo nella cattedrale delle macchine

    🪰 1989 – Il ronzio delle mosche – Venerdì Santo nella cattedrale delle macchine

    Ci sono giorni della vita lavorativa che svaniscono senza lasciare traccia nel grigio susseguirsi dei turni e dei passaggi di consegne. E poi ce ne sono altri che restano. Non perché li si sia scelti, ma perché si imprimono nella memoria con un rumore, un gesto, un unico passo falso. Quel Venerdì Santo apparteneva senza dubbio alla seconda categoria.

    Il nostro turno di notte si era ormai assestato come un orologio che aveva bisogno soltanto, di tanto in tanto, di essere ricaricato. Il lavoro effettivo durava in genere quattro o cinque ore, ma non di rado si protraeva fin dentro il sabato o nei giorni festivi. Nel nostro gruppo di preparazione dei job avevamo quindi stabilito una regola semplice e sensata: in quei casi il turno del mattino doveva dare il cambio ai colleghi della notte non più tardi delle 8:00. Il sistema era semplice, ragionevole e funzionava sorprendentemente bene.

    La Pasqua era vicina

    Era Pasqua del 1989. Durante la Settimana Santa ero di turno al mattino e così, il Venerdì Santo alle 6:00, diedi il cambio a Hans, il mio testimone di nozze. Al momento della consegna si vedeva che aveva trascorso una notte pesante. Mi raccontò dei seri problemi che aveva dovuto affrontare: diverse banche dati erano state danneggiate e dovevano essere ripristinate. Presi in carico il resto del lavoro e lo portai a termine, così Hans poté finalmente concludere il turno e andare a casa.

    Per fortuna, nei giorni festivi nazionali non era necessario garantire la disponibilità online già alle 6:00 in punto. Quel giorno l’intera amministrazione — consegna delle auto, contabilità, ricambi, gestione delle esportazioni, prodotti finiti, documenti dei veicoli, gestione dei materiali, ordini, servizio informazioni tecniche e molti altri settori — sarebbe diventata realmente operativa online soltanto verso le 11:30. In caso di emergenza avremmo naturalmente potuto stabilire delle priorità tra i vari progetti. Ma era Venerdì Santo. E nei Venerdì Santi sembra che perfino un Data Center rallenti un po’.

    I Banchi Dati ripristinati

    Una volta ripristinate le banche dati, tutto riprese a funzionare regolarmente. I processi ritrovarono il loro ritmo, le macchine lavoravano come se non fosse accaduto nulla e alla fine ci concedemmo perfino una meritata pausa pranzo. Chi ha lavorato con i grandi sistemi centrali, i mainframe, lo sa bene: una pausa tranquilla dopo una notte del genere non è un lusso, ma quasi un dono del cielo.

    Verso le 14:00 gli altri colleghi del turno mattutino lasciarono la sala macchine, che noi chiamavamo, con rispetto e non senza ironia, «il Duomo». Lì risiedevano Max, Moritz e la vedova Bolte: tre sistemi IBM 360/85 con le loro unità a dischi, la cosiddetta «conigliera», poi — se ricordo bene — trentasei o quaranta unità a nastro, lettori di schede perforate, quattro o cinque stampanti e ogni sorta di periferica, come lettori di documenti e unità per floppy disk.

    Era un regno chiuso fatto di metallo, cavi, segnali luminosi, calore e un rumore uniforme. Un cosmo con leggi proprie. Gli attacchi informatici, come quelli che il mondo dell’IT avrebbe conosciuto in seguito, in quell’universo non esistevano ancora. All’epoca, il pericolo maggiore si poteva ancora scatenare con un piede.

    Il controllo finale

    Verso le 15:30 completai il registro del turno e feci il mio giro di controllo. Verificai che non fosse rimasto nulla in sospeso e che, per tutti i progetti, fosse stato eseguito il salvataggio finale in vista del successivo avvio online. Poi andai verso le stampanti e chiesi all’operatore come procedessero le cose.

    Mentre parlavamo, camminavo all’indietro in direzione dell’uscita: uno di quei piccoli movimenti distratti che, ripensandoci, sembrano l’inizio di un dramma. Non vidi un pannello del pavimento sopraelevato che non era perfettamente allineato, persi l’equilibrio, alzai istintivamente le braccia e caddi all’indietro. E poiché la vita, a volte, ha un gusto particolare per la cattiva regia, nella caduta colpii con la mano proprio l’interruttore generale rosso.

    Il Duomo tacque.

    Da un istante all’altro il familiare rumore delle macchine era scomparso. Nessun ticchettio, nessun ronzio, nessun ritmo regolare degli apparecchi. Soltanto silenzio. Un silenzio così perfetto che si sarebbe potuto sentire davvero il ronzio di una sola mosca.

    L’operatore, che aveva assistito a tutta la scena, accorse subito. In quel momento dovevo avere l’aria di chi fosse stato spento insieme ai computer. Probabilmente, in pochi secondi, il mio colorito passò da una sana abbronzatura al bianco gesso.

    «Tutto bene?»

    Riuscii soltanto a balbettare un flebile: «Sì, sì…»

    Non perché mi fossi fatto male, ma perché stavo cominciando a capire che cosa avevo appena combinato — e quali conseguenze ne sarebbero potute derivare.

    Fu avvisato immediatamente il servizio di reperibilità IBM, così come Gerd, il responsabile del Data Center. Per fortuna, il danno rimase limitato. Soltanto un’unità a dischi 3380 aveva smesso di funzionare e poté essere ripristinata grazie ai backup eseguiti in precedenza.

    Verso le 18:00 l’incubo era finito. Il Duomo respirava di nuovo, la tecnologia funzionava e io potei tornare a casa con lo stomaco ancora un po’ sottosopra.

    Un Irreale sospetto

    Il martedì dopo Pasqua accadde ciò che, inevitabilmente, doveva accadere: fui convocato dal vice responsabile del settore, un ex ufficiale della Bundeswehr. All’inizio la conversazione fu calma e professionale. Poi mi rivolse la domanda che, evidentemente, aleggiava già da un po’ nell’aria:

    «Signor Pioli, venerdì aveva bevuto qualcosa?»

    A quel punto, lo ammetto, uscii un po’ dai gangheri.

    «Primo: crede davvero che, se avessi bevuto, glielo direi adesso? Secondo: non le passa neppure per la testa che avrei potuto ferirmi seriamente — e non voglio immaginare il peggio — contro lo spigolo del quadro elettrico, a causa di quel pannello del pavimento sopraelevato sistemato male?»

    A quel punto fu lui a cominciare a balbettare. Forse si aspettava un’altra risposta; non lo so.

    «No, no, signor Pioli, non intendevo dire questo…»

    La questione finì lì. Tornai al mio posto di lavoro — più diritto di quanto non fossi caduto il Venerdì Santo.

    Almeno, dall’incidente si trassero le dovute conseguenze. Il pannello del pavimento sopraelevato fu riparato e riallineato. L’interruttore rosso venne protetto da un robusto cilindro con coperchio, che bisognava aprire prima di poterlo azionare. Da quel momento la tecnologia fu meglio protetta — probabilmente anche da me.

    Più tardi mi regalarono il vecchio interruttore rosso come ricordo. Oggi è ancora nella mia soffitta: un piccolo pezzo di storia del Data Center, un monumento alla mia involontaria impresa. Ormai non spegne più nulla — se non, di tanto in tanto, l’idea che la tecnologia si guasti sempre e soltanto dall’interno.

  • 🚌1962 – Quando il destino viaggiava nel bagagliaio

    La signora nascosta nel bagagliaio: oppure iniziò lì la migrazione clandestina?

    A volte ci si accorge molto più tardi che incontri apparentemente piccoli possono spingere la propria vita su una nuova direzione.

    Naturalmente, all’epoca non lo sapevo.

    Ero giovane, straniero, un lavoratore ospite in Baviera, pieno di speranza e altrettanto pieno di punti interrogativi.

    Così passava il tempo, e imparavo a orientarmi nel mio nuovo mondo – a volte con gli occhi aperti, a volte con la bocca aperta.

    In particolare, la mentalità bavarese all’inizio mi lasciava perplesso.

    Alle mie orecchie italiane, alcune espressioni suonavano meno come saluti e più come dichiarazioni di guerra. Ma più restavo, più capivo: i bavaresi in realtà non erano poi così diversi dai napoletani.

    All’esterno a volte duri come una crosta di pane vecchio, ma dentro morbidi, calorosi e pieni di umorismo. Questo paragone mi accompagna fino a oggi.

    E il dialetto? Ah, il dialetto era un capitolo a parte.

    Ma me la cavavo piuttosto bene – iniziando dal fatto che non capivo assolutamente nulla. Eppure non mi arresi.

    Ascoltavo, ripetevo coraggiosamente e probabilmente sfornavo parole che non erano chiaramente,  né italiani né bavaresi.

    Oggi posso dire con un certo orgoglio: parlo italiano, tedesco, un po’ di inglese – e quasi perfettamente bavarese, almeno dopo due bicchieri di birra.

    La mia grande frase d’ingresso era «Oachkatzlschwoaf», cioè «coda di scoiattolo». Chi riesce a pronunciare questa parola è già a metà strada per essere integrato in Baviera.

    Il mio bavarese era pieno di errori, ma anche pieno di buone intenzioni.

    E siccome le buone intenzioni a volte suonano più strane di qualsiasi battuta, facevo spesso ridere la gente.

    C’èra un Brano che si cantava nelle sale da Ballo per animare le Persone presenti che si cantava tutti insieme.

    «Su e giù, sempre di nuovo» naturalmente in italiano perde la battuta, mentre io capivo e cantavo : «Su Martina, sempre giù, l’abbiamo fatto ieri, lo facciamo pure oggi, eh?» Linguisticamente era una catastrofe, ma a livello atmosferico un completo successo. Per favore non fraintendete la frase. Grazie.

    Nel Café Harmony ho festeggiai il mio 19° compleanno.

    Già il nomedie quel Locale,  evocava musica, ballo e grandi emozioni – e in effetti quella sera si trasformò ancora una volta in una piccola giornata del destino.

    Lì conobbi Karin. Fu una relazione breve, ma intensa, da cui poi nacque un figlio.

    Ma procediamo con ordine.

    Fino ad allora non avevo avuto una ragazza, e la mia gioia nel conoscere Karin era quindi enorme.

    Mi dava coraggio, leggerezza ed extra motivazione, per non perdere di vista i miei obiettivi.

    Tuttavia, c’era ancora una Forza Maggiore contro, del quale anche il mio l’ottimismo giovanile non sempre riusciva a superare: sua Madre.

    Il padre di Karin cadde sul Campo di Guerra nella Seconda Guerra Mondiale.

    Sua madre doveva lavorare per garantire il sostentamento e lavorava anche Lei nell’ufficio del personale alla Rathgeber.

    Suppongo che desiderasse per sua figlia un futuro affidabile e prevedibile – e non proprio un giovane lavoratore ospite italiano, che pur avendo cuore, speranza e temperamento, non aveva ancora un posto sicuro in questo mondo.

    Questo spesso mi feriva e mi irritava.

    Soprattutto questo modo e venir inserito in una cornice umanitaria che non era la mia, la mancanza di connessione, in cui venivi collocato prima ancora di aver detto un semplice buongiorno.

    Molti anziani avevano vissuto un periodo difficile e incerto; la loro cautela non era senza motivo.

    Ma a volte dalla cautela nasceva la sfiducia, e dalla sfiducia un giudizio. Tutto ciò che non rientrava nell’ordine familiare veniva prima osservato con occhi critici.

    Noi, invece, eravamo giovani, innamorati, impacciati e convinti che con un po‘ di coraggio e un sorriso tutto si sarebbe sistemato. naturalmente non lo era.

    Quello che a noi cosiddetti «lavoratori ospiti»a quei tempi andavamo incontro all’epoca in termini di pregiudizi non è stato sempre facile da sopportare ed a volte di capire.

    Alcune parole erano dure, alcuni sguardi ancora più duri.

    Alla fine spesso restava solo la scelta: fare le valigie e tornare indietro o stringere i denti e andare avanti.

    Io ho scelto di andare avanti.

    Non sempre con eleganza, non sempre senza inciampare – sono andato avanti.                 E sono sopravvissuto.

    Poi arrivò il mio primo Natale solitario in Germania.

    Lo ammetto apertamente: la nostalgia dei miei nonni a Roma mi pesava sul cuore come un piccolo sasso nella scarpa – non pericoloso per la vita, ma percepibile a ogni passo. Alla vigilia di Natale andai a Monaco, ad assistere ad una Messa die Mezzanotte.

    Il 25, giormo di Natale ho dormito quasi tutto il giorno, mi sono alzato solo quando lo stomaco si lamentava.

     Si potrebbe dire: ho festeggiato il Natale in modalità di risparmio energetico.

    Il giorno di Santo Stefano la gioia tornò.

    Il Café Harmony riaprì le sue porte, la musica suonava, e all’improvviso il mondo non era più così pesante.

    Con Karin trascorsi una serata meravigliosa. Ad un certo punto mi chiese se volevo andare con lei in Alto Adige dal 29 dicembre 1962 al 1 gennaio 1963.

    Naturalmente accettai con tanto entusiasmo, come se mi fosse stato offerto un viaggio in paradiso – solo con il pullman e probabilmente con meno angeli, ma la Madre di Karin. 

    Il sabato mattina verso le 7 partimmo da Monaco-Moosach.

    Se la mia memoria non mi inganna, c’erano anche „i tre allegri Moosacher“. Già quel nome prometteva che la serata di Capodanno non si sarebbe conclusa nella calma e nella devozione.

    Loro erano responsabili per creare molta allegria ed Atmosfera festiva –  lo fecero con la sicurezza e professionalità di chi sa esattamente come far ballare euforicamente una sala

    Il viaggio proseguì sull’autostrada della Valle dell’Inn fino a Innsbruck e poi continuava sulla vecchia strada del Brennero verso l’Italia.

    All’epoca il Ponte d‘ Europa non era ancora completato; perciò il percorso attraverso le montagne aveva ancora qualcosa di avventuroso, come se non si stesse attraversando solo un confine, ma un piccolo pezzo di storia mondiale..

    A Matrei l’autista del bus chiese a tutti i passeggeri di metterwe a portata di mano Passaporti o Carte d‘ Identità.

     All’improvviso una Signora, si avvicinò pallidissima all‘ Autista e confessò di non avere né passaporto ne Carta d‘ Identità con sé.

     Per un momento ci fu silenzio nel Bus.

    La frontiera non era tanto lontana, i documenti mancavano, e l’atmosfera divenne per la Signora molto tesa.

     Ma l’autista restò sorprendentemente calmo.

    Le disse di calmarsi prima di tutto, che si sarebbe trovata una soluzione.

    In effetti: circa un chilometro prima del passo del Brennero si fermò all’ultimo parcheggio e chiese alla Signora di nascondersi nel bagagliaio del Bus.

    Una volta oltrepassata la frontiera, l’avrebbe subito fatta uscire per poter prendere di nuovo il suo posto.

    Inoltre le diede istruzioni precise per ogni evenienza. Non era più una guida turistica normale – era un’operetta con controllo doganale.

    Tutto andò bene .

    Ne Finanzieri, Carabinieri e Polizia, hanno scoperto il contrabando die una Signora, oggi si direbben una immigrata illegale..😉😉

    La Signora, alla prima occasione fuori dal Paese fu subito liberata e tornò alla luce del giorno.

    Per il viaggio di ritorno era previsto che si recasse alla polizia locale per denunciare la perdita del passaporto. Così poi ha potuto viaggiare di nuovo in modo del tutto ufficiale e senza problemi – questa volta al suo posto e non tra le valigie.

    A Bolzano arrivammo alla Stazione della funivia per San Genesio.

    Salimmo a gruppi.

    Arrivati alla stazione di scesa, a San Genesio, abbiamo attraversato un piccolo bosco per arrivare poi all’Hotel Schönblick – un vecchio e meraviglioso Hotel tutto in legno con un balcone tutto intorno e una vista che meritava davvero il nome Belvedere: Bolzano si stendeva sotto di noi, davanti a noi le Dolomiti e l’Alpe di Siusi, come se qualcuno avesse dato vita a una cartolina.

     Dopo che persone, valigie e strumenti erano finalmente arrivati all’Albergo, sani e salvi, siamo riusciti persino ad arrivare in tempo per il pranzo.

    Nel pomeriggio abbiamo fatto una gita in slitta trainata da cavalli verso diverse baite intorno al Salten, questa splendida alta pianura con i suoi pini nani e l’aria invernale limpida.

    Ovunque veniva offerto un piccolo brindisi, e così siamo tornati all’hotel di buon umore verso le 16:30.

     Solo io avevo improvvisamente un problema: al momento di pagare la mia parte per la gita,  mi sono accorto che il mio portafoglio era scomparso.

    Nella mia memoria lo vedevo ancora chiaramente all’ultima sosta – non nella mia tasca,  dove avrebbe dovuto essere, ma sul davanzale di una finestra.I

    Il cocchiere non ci ha pensato a lungo, chiese a Karin e me,  di risalire e siamo tornati indietro.

    E infatti: il portafoglio era ancora lì, come se avesse voluto solo dare un’occhiata veloce al paesaggio. Per gratitudine ho offerto al cocchiere un bicchierino di grappa.

    Così siamo tornati contenti e felici – io con il portafoglio, il cocchiere con la grappa e probabilmente Karin con la consapevolezza che la vita con me non è mai del tutto noiosa.

    Passammo un San Silvestro straordinario e pieno d‘ Allegria

    Ci fu servito un Menü festivo degno di una fine d’Anno

    Dopo Cena il Trio con il loro modo fare, animarono tutti i presenti a ballare cantare e divertirsi, facendo tremare la sala e a mezzanotte volarono molti tappi di Spumante.

     Per un momento tutto era leggero: la musica, le risate, il nuovo anno che ci aspettava. Non si pensava alle preoccupazioni, ai pregiudizi, alla nostalgia di casa.

    Si era semplicemente lì – giovani, vivi e pronti per quasi tutto ciò che sarebbe accaduto.

    Qualche minuto dopo scrivemmo l‘ Anno Domini 1963 Salute

  • 🕵️ 1962 – Moosach: tra riso soffiato e fotosegnalamento

    Dopo la serata danzante con la valchiria ad Allach, il 1° giugno 1962 si aprì un nuovo capitolo della mia vita.

    Non sapevo quanto sarebbe durato, ma una cosa era certa: avrei rispettato il mio contratto di lavoro, valido per un anno.

    Prima di tutto, però, dovevo fare attenzione al mio imminente obbligo di leva. Dovevo quindi informarmi presso il Consolato Generale d’Italia a Monaco di Baviera su come ottenere una temporanea esenzione dal servizio militare e per quanto tempo sarebbe stata valida.

    Le informazioni ricevute furono più che soddisfacenti: presentando un contratto di lavoro valido, avrei ottenuto un’esenzione della durata di dieci anni, a condizione che ogni mio soggiorno annuale in Italia non superasse i novanta giorni.

    Quello stesso sabato presi il contratto di lavoro e i miei documenti e andai al Consolato Generale d’Italia, nella Möhlstraße di Monaco di Baviera. Nel giro di un’ora tutto fu regolarizzato. Come si dice in Baviera: «Der Kas is bissn». La faccenda era sistemata.

    «Franco», pensai, «ora non c’è più nulla che possa impedirti di costruire il tuo futuro.»

    Sì, fu una lotta. Non perché dovessi conquistare qualcosa, ma perché avevo deciso di adattarmi alle abitudini tedesche, capire come funzionavano le persone, conoscere la loro mentalità e imparare a cavarmela. Soprattutto, imparare la lingua era una priorità assoluta.

    Quello dell’apprendimento della lingua divenne un capitolo a sé.

    Mi comprai un dizionario italiano-tedesco e cercai di farmi capire in azienda consultandolo continuamente. Raccoglievo però soprattutto risate. E la cosa che mi infastidiva di più era il modo in cui gli altri mi parlavano: un tedesco dimezzato, ridotto quasi sempre a un solo verbo all’infinito.

    Qualche settimana dopo scoprii che non ridevano della mia pronuncia, ma perché parlavo sempre in alto tedesco. A Monaco era quasi un peccato mortale: lì, come in tutta la Baviera, si parlava bavarese. Lezione imparata: da quel momento in poi avrei imparato il bavarese.

    Una delle battaglie più dure fu quella con il cibo. Quello che mi servivano come zuppa non sapevo neppure come definirlo. Si dice che si mangi prima con gli occhi; ebbene, per i miei occhi italiani quelle zuppe erano tutt’altro che commestibili. Così, per un certo periodo, i miei pranzi consistettero quasi esclusivamente in riso soffiato.

    Chi mi avvicinò un po’ alle abitudini gastronomiche tedesche fu Nino, il mio conoscente di Ancona. Una volta andammo in treno da Allach a Monaco e, alla Stazione Centrale, lui comprò una salsiccia bianca e la mangiò con gusto. All’epoca avevo continuamente fame, così pensai: «Non fare lo schizzinoso e prova anche tu.» Ne ordinai una con della senape piccante. Ragazzi, che dire? Era buona! E così, a poco a poco, cominciai ad abbandonare il mio riso da Puffo.

    Era una splendida estate del 1962. Passeggiavo spesso per Moosach e, in Allacher Straße, trovai un grazioso localino da ballo che divenne il mio ritrovo abituale.

    Durante una di quelle passeggiate trovai lungo il sentiero la cartella di uno scolaro. Non sapevo che cosa farne, perciò pensai di consegnarla semplicemente alla polizia.

    Arrivato alla stazione di polizia di Moosach, chiesi a un agente dove potessi consegnare la cartella. Mi guardò un po’ stupito e disse, in un tedesco che allora mi sembrò ancora più strano del mio: «Do bleiben, i kommen sofort wieder» («Rimani qui, torno subito»).

    Va bene. Aspettai qualche minuto; poi tornò e disse: «Du kommen mit» («Tu vieni con me»).

    Pensai: «Io con lui non ho mai avuto niente a che fare», ma lo seguii comunque. Lo stupore aumentò quando mi condusse in una stanza che sembrava un laboratorio chimico e mi sottoposero a un vero e proprio fotosegnalamento: fotografie e impronte digitali.

    A quel punto mi chiesi: «Franco, che cosa hai combinato stavolta? Non hai ucciso nessuno, non hai rubato nulla: perché tutta questa procedura?»

    Ancora oggi, per me, rimane un mistero.

    Nell’ottobre dello stesso anno, con l’aiuto di un interprete, mi iscrissi a una scuola guida. Un anno dopo mi consegnarono la patente: un altro successo e un altro passo verso la mia libertà.

  • 💃 1962 – Allach, il tradizionale ballo di maggio e una valchiria

    Il mio primo giorno festivo in Germania

    Il mio inizio in Germania non fu, per essere sincero, un trionfo. Tutt’altro. Ma non mi lasciai scoraggiare. Ero troppo curioso per farlo – e, a dire il vero, anche un po‘ testardo.

    Anche se Rathgeber a Moosach disponeva di un campo di baracche in legno, ci portarono ad Allach. Lì occupammo una grande stanza con cinque letti a castello, ovviamente tutti occupati fino all’ultimo posto. In sostanza era di nuovo un dormitorio, solo un po‘ più piccolo del Centro di Smistamento a Verona. Ma cosa importa – avevamo un letto, un tetto sopra la testa e già questo era quasi lusso.

    Mi ero appena abituato all’ambiente, ma la mia curiosità mi spinse fuor a vedere dove eroi.

    In effetti ebbi molta fortuna. Incontrai Nino, che conoscevo dal Collegio di Ancona. Viveva già da due anni in Germania e abitava in Privato con suo fratello.

    Il loro appartamento era un Garage trasformato in una camera, ma incredibilmente accogliente.

    Quel tipo di Camera sarebbe piaciuto pure a me, ma non potevo pretendere cose del genere, forse con il passar del tempo, riuscirò pure io trovare una camera in privato.

    Nino mi mostrò un po‘ Allach, mi spiegò pazientemente le prime particolarità della vita tedesca e poi andammo insieme in un locale a bere una cola, perchè Birra non la potevo annusare, mi faceva ribrezza.

    Così ebbi già i primi punti di riferimento su come cavarsela abbastanza bene nella vita anche senza conoscere la lingua. Verso le nove ci salutammo e promettemmo di rivederci presto.

    Tornato nel Lager, raccontai ai miei compagni di stanza della mia piccola esplorazione e andai a dormire.

    La mattina dopo non dovevo lavorare – in Baviera era festa. La mia prima festa in Germania, e non avevo nemmeno ancora capito davvero come si vivesse qui. Un inizio promettente.

    Ovviamente non rimasi a lungo nel Lager. Partii di nuovo per esplorare Allach. La zona mi piaceva moltissimo. Un piccolo ruscello, molta foresta e prati verdi – non ero abituato a cose del genere nella mia terra d’origine.

    Davanti a una locanda scoprii un manifesto per un „Maitanz“. All’epoca non sapevo proprio cosa significasse „Mai“, ma la parola „ballo“ mi saltò letteralmente all’occhio. Immediatamente scattarono in me tutte le campane d’allarme – ma non per preoccupazione, bensì per entusiasmo. Con fatica riuscivo anche a decifrare l’orario: dalle 17 alle 24. 

    Così sapevo dove avrei passato la serata.  

    A mezzogiorno andai nel locale dove la sera prima ero stato con Nino e ordinai un piatto di spaghetti.

    Erano deliziosi e rafforzarono ulteriormente la mia decisione. Dopodiché tornai al Lager,   mi riposai un po‘ e annunciai ai miei compagni di stanza, come se niente fosse, che quella sera sarei andato a ballare.

    Le risate furono frastonanti e dissero:

    „Non sai una parola di tedesco e vuoi andare a ballare?“

    I loro sguardi dicevano chiaramente:

    „Lui non ha tutte le rotelle al posto giusto.“

    Ma naturalmente ciò non mi fermò.

    Alle sedici in punto presi il mio miglior vestito dalla valigia, lo indossai e andai in direzione di quel Lokale dove si ballava.

    Il locale si chiamava „Zum Grünen Hahn“,  il „Gallo Verde“ e puntualmente alle dieciasette, un quartetto iniziò a suonare dal vivo.

    All’inizio osservai attentamente la scena. Volevo in fondo capire come si invitasse una ragazza a ballare in Germania.

    VRiscontrai che dopo tre Brani il quartetto facevano sempre una piccola pausa di ca. cinque minuti, nel frattempo i ragazzi andavao a chieder alle ragazze le invitavano cortesement a ballare, e tutto sembrava sorprendentemente ordinato. Non caotico come in Italia.

    Quasi come un manovra militare.

    Così decisi di aspettare ancora qualche giro e poi buttarmi nell’avventura il mio primo ballo in Germania. 

    Avevo già adocchiato una ragazza. Era seduta tutto il tempo al suo tavolo e nessuno la invitava. 

    Durante la pausa le lanciai qualche sguardo. Lei li ricambiò. Per me bastava come sistema di comunicazione internazionale. 

    Quando la musica ricominciò, andai da lei e cercai di spiegare con mani, piedi e un po‘ di fascino italiano che mi sarebbe piaciuto ballare con lei. 

    Apparentemente mi capì – o forse era semplicemente coraggiosa. 

    Comunque si alzò. 

    E mentre si alzava, diventava sempre più alta.

    Credo che fosse alta quasi due metri se non qualcosina in più , quindi mi superava molto, ma in quel momento non me ne interessavo, volevo solo ballare.   

    In breve: accanto a lei sembravo il suo fratellino in gita scolastica. 

    Mentre ballavamo, parlava senza sosta. Non so ancora oggi cosa dicesse. Il mio vocabolario tedesco all’epoca consisteva sostanzialmente in “Sì” e “No”. Così rispondevo in base all’espressione del viso e speravo nel meglio. 

    Sorprendentemente, questo metodo funzionava benissimo. 

    Abbiamo ballato insieme più volte, e questa esperienza mi sembrava incredibilmente liberatoria. Ancora oggi vedo questa scena davanti a me:

    Un piccolo italiano invita a ballare una valchiria tedesca – e entrambi si divertono, nonostante la barriera linguistica un Mondo. 

    In quel momento sapevo: 

    Ero arrivato. Il ghiaccio si era rotto. 

    Professionalmente non era ancora tutto a posto, ma umanamente avevo imboccato la strada giusta. 

    Perché le abitudini e le tradizioni di un paese straniero non si imparano dai libri. Bisogna avventurarsi – anche a rischio di sembrare un po’ ridicoli a volte. 

    Ero soddisfatto di me stesso. 

    E la cosa più sorprendente? 

    Era appena il mio primo giorno festivo in Germania.