Abbiamo mantenuto la promessa.
A volte la vita è come un navigatore senza indicazioni. Si prende una curva e non si sa se dietro l’angolo ci sia una strada senza uscita, un’alba o la più grande avventura della vita.
Nel 1972 ero giĂ in Germania da dieci anni ed era arrivato il momento di fare un bilancio.
La cosa più positiva di quell’anno era il mio nuovo lavoro alla BMW di Monaco di Baviera. Professionalmente andava tutto bene, ma nella vita privata mi trovavo nel bel mezzo del famigerato «settimo anno di matrimonio».
Avevo ormai sette anni di matrimonio alle spalle e, purtroppo, quella vita insieme non aveva portato i miglioramenti sperati, nonostante i miei obiettivi fossero ancora ben chiari.
Mia moglie non mi sosteneva nel tentativo di raggiungerli. Intendiamoci: non pretendevo che si mettesse a studiare con me. Avrei però gradito che si assumesse più responsabilità , così da lasciarmi il tempo necessario per occuparmi dei miei progetti, che in fin dei conti avrebbero portato benefici anche a lei.
Rifiutava categoricamente l’idea di tornare con me in Italia nell’ambito del lavoro alla Metro. Oltre alla retribuzione e al mancato avanzamento di carriera, anche questo fu uno dei motivi per cui non firmai il contratto.
Faceva inoltre una cosa a mia insaputa: si confidava con i vicini, raccontando loro problemi privati di cui io stesso non sapevo nulla.
Questi comportamenti alimentarono tensioni e dissensi e mi diedero la sensazione che, fin dal primo giorno di matrimonio, il suo unico interesse fosse stato quello di dare un padre a sua figlia.
La crisi era evidente e aveva ormai raggiunto il culmine.
Avevo un figlio piccolo, ed era proprio questo a rendere ogni decisione infinitamente difficile.
Mi tornava però sempre in mente una frase che una professoressa dell’Istituto Tecnico Industriale di Ancona ci aveva detto durante l’ultimo anno di scuola:
«Se un giorno avrai il coraggio di raccogliere tutti i tuoi averi in un fagotto, lasciare tutto e imboccare una nuova strada, non avrai nulla di cui pentirti, qualunque sia l’esito, buono o cattivo.
Il solo coraggio di averci provato vale già moltissimo.»
Quella frase mi ha accompagnato per tutta la vita.
L’unica cosa che fino a quel momento mi aveva impedito di tentare un nuovo inizio era mio figlio.
Il caso, o forse il destino, volle che in aprile, durante l’annuale marcia primaverile intorno al Lago di Starnberg, incontrassi di nuovo una ragazza che avevo già conosciuto ai tempi del mio tirocinio alla Metro.
Il nostro nuovo incontro cominciò alla stazione di Monaco. Lei e una sua amica passarono davanti al mio posto in treno, ma tornarono poco dopo perché non avevano trovato altri posti liberi.
E così ebbe inizio tutto.
Camminammo insieme per i primi venticinque chilometri.
Io proseguii per completare tutti i cinquanta chilometri, probabilmente per spirito sportivo, ma forse anche per orgoglio personale. In momenti del genere i giovani hanno spesso piĂą resistenza che buon senso.
Non dimentichiamo che avevo lavorato tutta la notte: già dopo la prima tappa sentivo un po’ di stanchezza.
Quando arrivai alla stazione di Starnberg ero completamente sfinito. Eppure non credetti ai miei occhi: in un angolo della birreria c’era Christine, la ragazza che in treno si era seduta di fronte a me.
Durante il viaggio di ritorno ci sedemmo di nuovo insieme. Qualcosa era cominciato. Non sapevo ancora che cosa fosse: procedeva piano, senza grandi fuochi d’artificio, ma si percepiva chiaramente.
A quanto pare ci eravamo trovati simpatici, abbastanza simpatici da non interrompere la conoscenza dopo venticinque chilometri. Già il lunedì successivo ci incontrammo per prendere un caffè a Elisabethplatz, a Monaco. Così iniziò la nostra storia.
Seguirono mesi in cui felicità e dolore furono molto vicini. C’erano il divorzio imminente, l’affetto crescente per la mia ragazza e, allo stesso tempo, la dolorosa consapevolezza di dovermi separare da mio figlio.
Il divorzio avvenne il 3 agosto. Mi trasferii da Monaco nei dintorni di Erding. Grazie al cielo, il mio lavoro non risentì troppo di tutte quelle turbolenze interiori: la BMW continuò a ricevere un dipendente più o meno funzionante.
Poiché volevamo trascorrere una vacanza insieme, ritenni naturale presentarmi prima ai suoi genitori. Christine non era ancora maggiorenne e, proprio per questo, per me era una questione di rispetto e buona educazione conoscerli personalmente.
Dal 6 agosto eravamo in ferie. Per l’11 agosto avevamo prenotato un piccolo bungalow in un villaggio turistico vicino a Porto Recanati, nelle Marche.
Eravamo però talmente impazienti di partire che anticipammo il viaggio, inizialmente previsto per venerdì, al mercoledì. Evidentemente, quell’estate la pazienza non era una delle nostre virtù principali.
Promettemmo ai suoi genitori che ci saremmo fatti sentire regolarmente, così da non farli preoccupare. Una decisione molto sensata, come si sarebbe presto scoperto.
Partimmo verso le due del pomeriggio, senza un piano preciso, con leggerezza e con una sensazione di libertĂ assoluta. Due ore dopo eravamo giĂ al Passo del Brennero. Cambiammo i marchi tedeschi in lire, bevemmo il primo espresso e facemmo una piccola merenda.
Poi decidemmo spontaneamente di passare per Fortezza, proseguire verso Cortina d’Ampezzo e telefonare da lì per la prima volta a Monaco.
Fu una delle piĂą belle gite panoramiche della nostra vita. Le Dolomiti si mostravano in tutta la loro maestositĂ , mentre la nostra pianificazione del viaggio restava piuttosto rilassata, in perfetto stile mediterraneo.
A Cortina trovammo finalmente un centralino telefonico. Verso le 18:50 prenotammo una chiamata interurbana per Monaco.
Davanti a noi, però, c’erano molte altre richieste. Aspettammo pazientemente finché, verso le 20:10, un’impiegata ci spiegò, con gentilezza ma anche con decisione, che la centrale stava chiudendo e che dovevamo andar via.
Rimanemmo lì come colpiti da un fulmine.
A quanto pare la compagnia telefonica italiana aveva giĂ concluso la giornata, mentre la nostra missione familiare di rassicurazione era appena cominciata.
Dopo esserci ripresi da quel piccolo shock, decidemmo di cercare un albergo e telefonare da lì. Quella diventò immediatamente la nostra massima priorità .
Da Cortina fino alle porte di Treviso chiesi in almeno dieci o quindici alberghi e pensioni se fosse disponibile una camera matrimoniale.
Ogni volta iniziavo cortesemente in italiano e ogni volta ricevevo la stessa risposta:
«Tutto completo.» «Alles voll.»
Il mio italiano diventava sempre più fluente da un albergo all’altro, mentre la disponibilità delle camere rimaneva ostinatamente invariata.
A poco a poco diventai nervoso. Verso le 22:20, quasi arrivati a Treviso, dissi a Christine:
«Sai una cosa? Adesso entro e parlo semplicemente in tedesco!»
Detto, fatto.
E non ci crederete: funzionò davvero.
Il signore alla reception rimase piĂą che sorpreso quando gli consegnai i due passaporti e si accorse che ero italiano.
Naturalmente nessuno se lo aspettava, tanto meno l’uomo dietro il banco.
Prendemmo una stanza e finalmente potemmo telefonare ai suoi genitori a Monaco.
La nostra prima promessa era stata mantenuta.
Quella fu la nostra prima piccola avventura. E, come avremmo scoperto in seguito, non sarebbe stata l’ultima.
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