Kategorie: Dolci ricordi

  • 🚉 1962 – Monaco di Baviera, Stazione Centrale: Binario 11

    Da un manifesto affisso presso il Municipio di San Severino Marche venni a sapere che in Germania cercavano lavoratori.

    Corsi subito a casa e lo raccontai a mia madre. Lei accolse la notizia senza battere ciglio.

    Nessuna sorpresa, nessuna preoccupazione, nessuna gioia. Credo che la nostra lite di poche settimane prima avesse chiuso qualcosa dentro di lei, qualcosa che nemmeno questa notizia riuscì a riaprire. Forse, in fondo, era contenta che me ne andassi.

    Così presentai la mia domanda di emigrazione presso il locale Ufficio di collocamento. Da quel momento cominciò a girare una ruota che non si sarebbe più fermata.

    Nel giro di tre settimane avevo già sostenuto due visite mediche a Macerata, mi ero sottoposto a un’operazione per una vena varicosa che, durante la prima visita, era stata giudicata un impedimento e, infine, avevo in tasca un passaporto nuovissimo: il mio passaporto, che ai miei occhi segnava la fine della mia dipendenza da mia madre.

    Nel frattempo scoprii che, fino a quel momento, avevo firmato tutti i documenti come «Gianfranco». Mi spiegarono, con gentilezza ma anche con fermezza, che dal punto di vista giuridico non era corretto: all’anagrafe mi chiamavo semplicemente «Franco».

    Il malinteso risaliva alla mia nascita. In chiesa ero stato battezzato come Gianfranco Scalera. Mio padre aveva scelto quel nome per tranquillizzare i suoi genitori a Roma, ai quali non sapeva come spiegare la situazione. «Gian» era un richiamo a Giovanni, il mio amatissimo nonno; quanto a «Franco», ancora oggi non so a chi fosse venuto in mente.

    Quando scoprii tutto questo, l’unica cosa che mi dispiacque fu dover rinunciare, nei documenti ufficiali, a quel «Gian», scelto in onore di mio nonno, che porto ancora oggi con immenso affetto nel cuore. Purtroppo, il nonno non visse abbastanza per conoscere questo cambiamento.

    Nel registro dei battesimi del Duomo di Sant’Agostino, a San Severino Marche, quel nome esiste ancora.

    Così, dal maggio 1962, ero ufficialmente Franco.

    Il 24 maggio 1962 fu un giorno strano. Con due valigie in mano e diecimila lire in tasca lasciai casa nostra, scesi lungo via San Biagio, attraversai Piazza del Popolo e mi diressi verso la stazione.

    Prima, però, volli percorrere un’ultima volta il mio cammino preferito attraverso San Severino. Forse sembrerà patetico, ma per me, in quel momento, lasciare quel piccolo paese significava abbandonare il mondo intero.

    Camminai a passo pesante, ancora una volta sotto i portici della piazza, passando davanti al Teatro Feronia, quel luogo che aveva già guidato il mio destino: a volte in meglio, a volte in peggio.

    Pochi passi più avanti comprai le mie ultime sigarette a San Severino, proprio da quel vicino che voleva diventare sacerdote e che, anni prima, avevo convinto con successo a rubare l’uva. Anche questo faceva parte delle mie attività educative non proprio devote.

    Percorsi quella strada da solo. Il mio vicino di casa, il tabaccaio, fu l’unico ad augurarmi buona fortuna e buon viaggio.

    Già allora sentii che una lacrima stava per scendere. La trattenni. Oggi, mentre scrivo queste righe, la lascio semplicemente scorrere. Sì, ero solo e avevo la sensazione che il mondo e la mia famiglia si fossero dimenticati che esistevo ancora. Un sentimento indescrivibile.

    Un paio d’ore dopo, però, mi ritrovai seduto su un treno insieme a molti altri emigranti. Per me, quel treno aveva un solo nome: «Speranza».

    Verso le 18 arrivammo a Verona.

    Nel centro di smistamento per emigranti ci assegnarono dei posti per dormire in un’enorme sala. Dopodiché finimmo nelle mani dei medici, che ci sottoposero a un controllo accurato.

    Il 28 maggio ci chiamarono a gruppi per firmare i contratti di lavoro.

    All’inizio non trovai nulla di adatto. Poi, all’improvviso, qualcuno annunciò: «Per Monaco di Baviera si cercano saldatori elettrici».

    Quella era la mia occasione. Mi feci subito avanti.

    Dopotutto avevo frequentato per tre mesi, a Matelica, un corso per saldatore.

    Così ottenni un contratto di lavoro presso la ditta Rathgeber, a Monaco-Moosach. Per la prima volta dopo settimane sentii tornare dentro di me un po’ di calma.

    Il 29 maggio noi, circa tremila italiani pronti a emigrare, fummo fatti salire su un treno speciale e portati in Germania.

    Mercoledì 30 maggio 1962, verso le 7 del mattino, arrivammo a Monaco di Baviera, sul binario 13 della Stazione Centrale.

    E che cosa posso dire? Una delusione assoluta.

    Secondo i racconti di chi era tornato in Italia, la Germania era praticamente popolata soltanto da ragazze bionde e carine. Ma quando scesi dal treno non ne vidi nemmeno una.

    Per un breve istante pensai seriamente di rimediare all’errore e tornarmene a casa. Poi, però, pensai a mia madre. Quel pensiero mi riportò immediatamente alla realtà.

    Così mi dissi: «Va bene, non scoraggiarti. Avanti tutta!»

    Ci portarono nel bunker di fronte ai bagni degli uomini, presso il binario 13. Ci diedero banane e mele e registrarono ancora una volta i nostri dati personali.

    Poi venne a prenderci un interprete, che ci accompagnò a Monaco-Moosach, dove l’intera procedura ricominciò da capo.

    Dopodiché dovemmo sostenere una prova di saldatura.

    Non voglio abbellire le cose: la fallii completamente.

    Mi chiesero di eseguire una saldatura verticale su un angolo di 90 gradi, qualcosa che non avevo mai fatto fino a quel momento. Il risultato? Alcuni buchi molto convincenti nel metallo, ma decisamente poco adatti a garantirne la stabilità.

    Così, invece di una saldatrice, per il momento mi misero in mano una scopa.

    Quasi nello stesso momento, però, mi dissero che avrei dovuto frequentare un corso di saldatura e che, se lo avessi superato, sarei diventato saldatore. E così fu.

    Il mio inizio in Germania, dunque, non fu coronato d’alloro, bensì da una scopa.

    Ma avevo una direzione da seguire.

    E in quella direzione c’erano possibilità. Dovevo soltanto coglierle. E l’ho fatto.

  • 🕺 1962 – Il mio ultimo Carnevale a San Severino

    Dopo quel disastro estivo e il leggendario schiaffo ricevuto da mia madre proprio in mezzo alla pista da ballo, ero diventato molto più prudente.

    Cercavo di non farla arrabbiare di nuovo, perché fino a quel momento avevo già collezionato abbastanza umiliazioni pubbliche.

    Per questo preferivo tenere le mie conoscenze sentimentali il più lontano possibile da San Severino.

    Ormai avevo imparato che, con mia madre, non si poteva mai sapere.

    Prima di trasferirmi in Germania, frequentai un corso per saldatore elettrico presso il centro di addestramento dell’ENI a Matelica.

    L’obiettivo era quello di essere assunti successivamente dalla Saipem e andare a lavorare a Gela, in Sicilia.

    Per tre mesi viaggiai ogni giorno tra San Severino Marche e Matelica. Consegnavo diligentemente a casa il compenso che ricevevo, trattenendo soltanto il denaro necessario per le mie spese, come l’abbonamento ferroviario e poco altro.

    In quel periodo conobbi una ragazza della zona di Castelraimondo.

    Anche lei prendeva ogni giorno il treno per andare a lavorare a Matelica.

    Tra noi nacque così una storia.

    A quanto pare, all’inizio mia madre non se ne accorse. Tuttavia cominciò presto a insospettirsi, perché il sabato e la domenica ero raramente a casa e tornavo quasi sempre soltanto la sera per dormire.

    Probabilmente chiese informazioni a qualche conoscente oppure qualcuno sentì spontaneamente il dovere di riferirle che frequentavo una ragazza nei dintorni di Castelraimondo.

    La notizia non le piacque affatto.

    Un bel giorno apparve improvvisamente sul treno, mentre noi due sedevamo tranquilli e innamorati come due tortorelle.

    Quello che accadde subito dopo fece sembrare quasi innocente lo schiaffo sulla pista da ballo.

    Mia madre insultò la ragazza in modo talmente volgare e offensivo che, ancora oggi, ripensandoci, provo disagio.

    A quel punto persi anch’io la calma.

    Le risposi con parole molto dure, che sarebbe stato meglio non pronunciare. Erano frasi che riguardavano il suo rapporto con mio padre e che sicuramente le fecero male.

    Più tardi mi pentii profondamente della mia reazione.

    Ma in quel momento non riuscivo ad accettare che trattasse in quel modo una ragazza che non aveva fatto assolutamente nulla di male.

    Le mie ultime parole sul treno furono:

    «O la smetti, oppure me ne vado di casa una volta per tutte.»

    Funzionò.

    Tuttavia l’intera scena mi mise terribilmente in imbarazzo, soprattutto perché molti dei passeggeri ci conoscevano.

    Da episodi come quello avevo imparato una lezione importante.

    Da allora cercai di fare in modo che a San Severino si sapesse il meno possibile delle mie attività.

    Anche per godermi il mio ultimo Carnevale a San Severino, nel 1962, dovetti quindi ricorrere ancora una volta a uno dei miei piccoli stratagemmi.

    Dopo ogni partita casalinga della domenica avevo infatti un unico obiettivo:

    andare a ballare.

    La nostra casa si trovava nel centro storico di San Severino e aveva due ingressi: quello principale e un secondo accesso attraverso la cantina.

    Sapevo esattamente che mia madre e suo marito la domenica sera andavano a letto intorno alle otto e mezza.

    Prima lui e, circa dieci minuti dopo, lei.

    Prima di coricarsi, mia madre controllava sempre che tutte le porte fossero chiuse.

    Per raggiungere la sua camera doveva passare davanti alla mia e, ogni volta, dava un’occhiata al mio letto.

    Ma io, naturalmente, ero già profondamente addormentato. 😉

    Cinque minuti dopo, la luce si spegneva.

    Quando mi mettevo a letto ero completamente vestito, anche se senza scarpe.

    Dal punto di vista igienico, la soluzione era certamente discutibile, ma non avevo molte alternative.

    Poi aspettavo pazientemente che entrambi iniziassero il loro consueto concerto domenicale di russate. 😴

    Quello era il mio segnale di partenza.

    Mi alzavo, prendevo le scarpe e scendevo lentamente in cantina.

    Aprivo con cautela la porta, la richiudevo silenziosamente dall’esterno e poi prendevo il volo.

    Per quasi tutto il periodo di Carnevale, questo sistema funzionò alla perfezione.

    Poi arrivò l’ultima domenica di Carnevale.

    Come sempre aspettai l’inizio del concerto domenicale e poi sgattaiolai fuori per andare a ballare a Taccoli, una piccola frazione distante circa otto chilometri da San Severino.

    Il mio piano era perfetto.

    Sapevo che al massimo alle tre del mattino sarei tornato con l’autobus e che verso le tre e venti mi sarei infilato comodamente e civilmente nel letto.

    Ma quella volta il destino decise di non collaborare.

    L’autobus collettivo arrivò con quasi quarantacinque minuti di ritardo.

    Provai anche a fare l’autostop, ma senza successo.

    Così rientrai a San Severino soltanto verso le quattro del mattino.

    Ed è proprio lì che cominciò la mia sfortuna.

    Il marito di mia madre lavorava allora per il Comune come netturbino e il suo turno iniziava già alle quattro del mattino.

    Appena svoltai in Via San Biagio, vidi in lontananza le luci accese dentro casa.

    Probabilmente furono i cento metri più lunghi della mia vita.

    In cima alla scala mi aspettava una piccola figura con le mani sui fianchi.

    Già quella sola immagine non prometteva nulla di buono.

    Ma prima ancora che potesse aprire bocca, dissi automaticamente, con tono piuttosto irritato:

    «Per favore, lasciami stare. Sono stanco e adesso vado a dormire!»

    Le passai davanti senza aggiungere altro e mi infilai nel letto.

    Da quel momento, in casa regnò un silenzio assoluto per quaranta giorni.

    Soltanto mia zia Teresa riuscì, alla fine, a riportare la pace.

    A Pasqua terminò finalmente quello che io chiamavo il nostro personale «silenzio degli innocenti».

    Fu l’ultima grande lite con mia madre.

    Solo cinque settimane più tardi emigrai in Germania.

    Così si concluse un capitolo della mia vita.

    E non soltanto il mio ultimo Carnevale a San Severino.

  • ✋ 1961 – Lo schiaffo sulla pista da ballo

    Era una domenica meravigliosa, una di quelle tipiche delle estati italiane: sole a volontà, calcio nel pomeriggio, tribune piene e tifosi entusiasti.

    La ciliegina sulla torta fu una vittoria per 3-0, che ci assicurò la permanenza nel Campionato d’Eccellenza, che all’epoca si chiamava ancora Promozione.

    Dopo la partita e la doccia, andai con alcuni compagni nel nostro bar abituale.

    Lì bevvi, in modo decisamente poco italiano, non un caffè caldo, ma un bicchiere di latte freddo.

    Verso le cinque andai nell’ufficio della Settempeda per ritirare il premio partita. Alle cinque e mezza ero già di nuovo a casa.

    Consegnai diligentemente a mia madre le 5.000 lire ricevute e, in cambio, ottenni la mia paghetta settimanale: 1.000 lire.

    Già allora mi stupivo dell’eleganza con cui riusciva a ridistribuire il mio denaro a proprio favore.

    Ma si sa: le madri hanno una politica finanziaria tutta loro.

    Quel giorno non si sentiva molto bene, perciò la cena sarebbe stata pronta soltanto verso le otto.

    Decisi quindi di fare un salto in piazza.

    Mentre stavo uscendo, mia madre mi chiese di passare in farmacia e di comprarle una piccola confezione di aspirina, perché aveva mal di testa.

    Naturalmente le dissi di sì.

    Non immaginavo che proprio quel «naturalmente» mi sarebbe tornato dolorosamente a sfavore.

    Quando arrivai in piazza, la trovai stranamente vuota.

    Allora mi ricordai che, nel quartiere vicino alla mia vecchia scuola elementare, si trovava il bar della nostra vicina Antonietta e di suo fratello Peppe.

    Quella sera lì si ballava.

    Decisi quindi di andare a controllare la situazione, naturalmente soltanto a scopo puramente informativo.

    Che cosa posso dire?

    I miei amici c’erano.

    C’erano anche molte ragazze.

    E, a quel punto, ogni forma di buon senso fu ufficialmente messa fuori servizio.

    Era l’epoca di Brenda Lee, Paul Anka, Connie Francis, Ray Charles, Elvis Presley, Chuck Berry, Bill Haley, Adriano Celentano, Peppino di Capri e Domenico Modugno.

    Per noi giovani quella non era soltanto musica: era un modo di vivere.

    Gli anziani ci chiamavano scherzosamente «mezze forze», perché non riuscivano a comprendere quella musica e quel nuovo modo di divertirsi.

    Ma a noi non importava.

    Quella sera, trascinato dall’entusiasmo del ballo, dimenticai completamente tutto ciò che mi circondava.

    Ero felice, spensierato e convinto che una serata del genere, insieme agli amici, non sarebbe mai dovuta finire.

    A un certo punto si fece buio, ma io continuavo a ballare, sospeso nel mio personale paradiso della danza, completamente privo del senso del tempo e fiducioso che gli eventuali problemi si sarebbero risolti da soli.

    Nel mezzo della confusione sentii improvvisamente qualcuno toccarmi una spalla.

    All’inizio pensai a un errore.

    Ma un secondo colpetto, decisamente più energico, mi riportò bruscamente alla realtà.

    Mi voltai.

    Nello stesso istante mi arrivò un sonoro schiaffo, di quelli che soltanto una madre sa distribuire con tanta precisione.

    Davanti a me c’era mia madre.

    Un metro e cinquanta di energia concentrata, trasformata in furia e pura determinazione.

    Io allora ero già alto un metro e settantadue, quindi, per riuscire a colpirmi così bene, probabilmente dovette impegnarsi più di quanto facessi io sul campo da calcio.

    Furiosa mi chiese:

    «Sai che ore sono?»

    E naturalmente, in quel momento, sapevo soprattutto una cosa:

    aveva ragione.

    Non avevo comprato l’aspirina e non ero nemmeno tornato puntuale per la cena.

    Non mi restò quindi altro da fare che voltarmi brevemente verso la ragazza con cui stavo ballando e dirle, con grande educazione:

    «Aspetta un momento, torno subito.»

    Una frase la cui ottimistica audacia, ripensandoci oggi, continua ancora a sorprendermi.

    Il ritorno a casa, però, ebbe ben poco di romantico.

    Fu accompagnato da una predica ininterrotta che durò per tutto il tragitto.

    E la ragazza della pista da ballo non la rividi mai più.

    Spero soltanto che non sia rimasta lì ad aspettare fino a oggi il mio ritorno.

    Dubito che quello schiaffo pubblico abbia contribuito a migliorare il rapporto tra me e mia madre.

    Tuttavia, non le fui mai veramente arrabbiato e non le serbai rancore.

    A volte avrei soltanto desiderato che fosse un po’ più indulgente con me.

    Se in seguito ci sia riuscita, oggi non saprei dirlo.

    Ma lo schiaffo sulla pista da ballo, quello non l’ho mai dimenticato.