Il mio primo giorno festivo in Germania
Il mio inizio in Germania non fu, per essere sincero, un trionfo. Tutt’altro. Ma non mi lasciai scoraggiare. Ero troppo curioso per farlo – e, a dire il vero, anche un po‘ testardo.
Anche se Rathgeber a Moosach disponeva di un campo di baracche in legno, ci portarono ad Allach. Lì occupammo una grande stanza con cinque letti a castello, ovviamente tutti occupati fino all’ultimo posto. In sostanza era di nuovo un dormitorio, solo un po‘ più piccolo del Centro di Smistamento a Verona. Ma cosa importa – avevamo un letto, un tetto sopra la testa e già questo era quasi lusso.
Mi ero appena abituato all’ambiente, ma la mia curiosità mi spinse fuor a vedere dove eroi.
In effetti ebbi molta fortuna. Incontrai Nino, che conoscevo dal Collegio di Ancona. Viveva già da due anni in Germania e abitava in Privato con suo fratello.
Il loro appartamento era un Garage trasformato in una camera, ma incredibilmente accogliente.
Quel tipo di Camera sarebbe piaciuto pure a me, ma non potevo pretendere cose del genere, forse con il passar del tempo, riuscirò pure io trovare una camera in privato.
Nino mi mostrò un po‘ Allach, mi spiegò pazientemente le prime particolarità della vita tedesca e poi andammo insieme in un locale a bere una cola, perchè Birra non la potevo annusare, mi faceva ribrezza.
Così ebbi già i primi punti di riferimento su come cavarsela abbastanza bene nella vita anche senza conoscere la lingua. Verso le nove ci salutammo e promettemmo di rivederci presto.
Tornato nel Lager, raccontai ai miei compagni di stanza della mia piccola esplorazione e andai a dormire.
La mattina dopo non dovevo lavorare – in Baviera era festa. La mia prima festa in Germania, e non avevo nemmeno ancora capito davvero come si vivesse qui. Un inizio promettente.
Ovviamente non rimasi a lungo nel Lager. Partii di nuovo per esplorare Allach. La zona mi piaceva moltissimo. Un piccolo ruscello, molta foresta e prati verdi – non ero abituato a cose del genere nella mia terra d’origine.
Davanti a una locanda scoprii un manifesto per un „Maitanz“. All’epoca non sapevo proprio cosa significasse „Mai“, ma la parola „ballo“ mi saltò letteralmente all’occhio. Immediatamente scattarono in me tutte le campane d’allarme – ma non per preoccupazione, bensì per entusiasmo. Con fatica riuscivo anche a decifrare l’orario: dalle 17 alle 24.
Così sapevo dove avrei passato la serata.
A mezzogiorno andai nel locale dove la sera prima ero stato con Nino e ordinai un piatto di spaghetti.
Erano deliziosi e rafforzarono ulteriormente la mia decisione. Dopodiché tornai al Lager, mi riposai un po‘ e annunciai ai miei compagni di stanza, come se niente fosse, che quella sera sarei andato a ballare.
Le risate furono frastonanti e dissero:
„Non sai una parola di tedesco e vuoi andare a ballare?“
I loro sguardi dicevano chiaramente:
„Lui non ha tutte le rotelle al posto giusto.“
Ma naturalmente ciò non mi fermò.
Alle sedici in punto presi il mio miglior vestito dalla valigia, lo indossai e andai in direzione di quel Lokale dove si ballava.
Il locale si chiamava „Zum Grünen Hahn“, il „Gallo Verde“ e puntualmente alle dieciasette, un quartetto iniziò a suonare dal vivo.
All’inizio osservai attentamente la scena. Volevo in fondo capire come si invitasse una ragazza a ballare in Germania.
VRiscontrai che dopo tre Brani il quartetto facevano sempre una piccola pausa di ca. cinque minuti, nel frattempo i ragazzi andavao a chieder alle ragazze le invitavano cortesement a ballare, e tutto sembrava sorprendentemente ordinato. Non caotico come in Italia.
Quasi come un manovra militare.
Così decisi di aspettare ancora qualche giro e poi buttarmi nell’avventura il mio primo ballo in Germania.
Avevo già adocchiato una ragazza. Era seduta tutto il tempo al suo tavolo e nessuno la invitava.
Durante la pausa le lanciai qualche sguardo. Lei li ricambiò. Per me bastava come sistema di comunicazione internazionale.
Quando la musica ricominciò, andai da lei e cercai di spiegare con mani, piedi e un po‘ di fascino italiano che mi sarebbe piaciuto ballare con lei.
Apparentemente mi capì – o forse era semplicemente coraggiosa.
Comunque si alzò.
E mentre si alzava, diventava sempre più alta.
Credo che fosse alta quasi due metri se non qualcosina in più , quindi mi superava molto, ma in quel momento non me ne interessavo, volevo solo ballare.
In breve: accanto a lei sembravo il suo fratellino in gita scolastica.
Mentre ballavamo, parlava senza sosta. Non so ancora oggi cosa dicesse. Il mio vocabolario tedesco all’epoca consisteva sostanzialmente in “Sì” e “No”. Così rispondevo in base all’espressione del viso e speravo nel meglio.
Sorprendentemente, questo metodo funzionava benissimo.
Abbiamo ballato insieme più volte, e questa esperienza mi sembrava incredibilmente liberatoria. Ancora oggi vedo questa scena davanti a me:
Un piccolo italiano invita a ballare una valchiria tedesca – e entrambi si divertono, nonostante la barriera linguistica un Mondo.
In quel momento sapevo:
Ero arrivato. Il ghiaccio si era rotto.
Professionalmente non era ancora tutto a posto, ma umanamente avevo imboccato la strada giusta.
Perché le abitudini e le tradizioni di un paese straniero non si imparano dai libri. Bisogna avventurarsi – anche a rischio di sembrare un po’ ridicoli a volte.
Ero soddisfatto di me stesso.
E la cosa più sorprendente?
Era appena il mio primo giorno festivo in Germania.
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