





1973 – Nel mirino dei Carabinieri
Sole, spiaggia e reparto maternità
La vacanza dell’anno precedente ci era rimasta così impressa che ben presto cominciammo a fare nuovi progetti.
Dopo esserci trasferiti in un piccolo appartamento a Pretzen, cominciammo lentamente a mettere radici a Erding.
Nei fine settimana eravamo quasi sempre in giro: a ballare, a mangiare fuori oppure a fare qualche piccola gita. Soltanto quando mio figlio veniva a trovarmi, tutto il mio tempo era dedicato a lui. E, a un certo punto, una cosa fu chiara: la vacanza successiva ci avrebbe riportati nelle Marche.
Nel frattempo dovemmo cambiare macchina e cercarne una usata, in buone condizioni e un po’ più grande. La scelta cadde su una Ford 16 M, perché la vecchia Simca aveva ormai definitivamente deciso di non collaborare più.
Molti conoscenti non riuscivano a capire: «Come? Lavori alla BMW e guidi una Ford?» Be’, a volte non è il senso di appartenenza all’azienda a decidere quale automobile comprare, ma il portafoglio. E il mio, in quel periodo, non aveva certo l’aria di un dirigente BMW.
All’epoca, infatti, era tutt’altro che pieno. Mi ero assunto tutti i debiti accumulati durante il matrimonio, affinché la mia ex moglie, mio figlio e sua figlia potessero avere una situazione finanziaria migliore e guardare al futuro con un po’ più di serenità.
Il rapporto fra me e la mia ex moglie sembrava lentamente normalizzarsi. Arrivammo perfino a decidere che i due bambini sarebbero venuti in vacanza in Italia con me e Christine.
Come si conviene a un italiano che si rispetti, in agosto tornammo a San Severino Marche, dove restammo per tre settimane.
Quasi ogni giorno partivamo dalla mia città natale per andare a Porto Recanati. Per l’intero soggiorno avevo affittato, presso un bar sulla spiaggia, un ombrellone e due lettini: il nostro piccolo angolo di spiaggia, con vista sul mare e autentica atmosfera da vacanza.
Di solito partivamo verso le sette e mezza del mattino e rientravamo intorno alle sette e mezza di sera. Le giornate trascorrevano armoniose, tranquille e quasi irreali nella loro bellezza. Erano quasi troppo belle per essere vere. E infatti non avevamo fatto i conti con il sole italiano.
Il penultimo giorno di vacanza Christine si addormentò sulla spiaggia, proprio con il viso rivolto verso il sole. All’inizio sembrò soltanto una lieve insolazione. Eppure, proprio a causa della sua carnagione molto chiara, era sempre stata prudentissima: ogni giorno si spalmava con grande cura la crema solare e cercava di proteggersi il più possibile.
I sintomi non si manifestano subito, ma nel giro di poche ore. Christine cominciò ad avvertire un dolore sempre più forte agli occhi.
Tornammo subito a San Severino, sperando di trovare in farmacia qualcosa che potesse alleviarle il dolore. Purtroppo non servì a nulla.
Il farmacista ci consigliò di rivolgerci immediatamente al Pronto Soccorso dell’ospedale.
Prima riportai i bambini a casa, poi accompagnai Christine al Pronto Soccorso.
Nel frattempo riusciva a malapena ad aprire gli occhi e il dolore peggiorava di ora in ora.
Mi spiegarono che quel disturbo era paragonabile a ciò che accade quando si fissa per mezz’ora direttamente l’arco luminoso di una saldatrice elettrica. La luce è talmente intensa da provocare un danno agli occhi i cui effetti, però, non si manifestano subito, bensì soltanto dopo un paio d’ore.
Purtroppo sapevo bene di che cosa parlavano, perché durante il periodo in cui avevo lavorato come saldatore elettrico mi era capitato un paio di volte.
La sensazione è quella di avere sabbia negli occhi, accompagnata da un bruciore terribile e da un forte mal di testa. Non si riescono nemmeno ad aprire le palpebre: sembrano incollate.
È un dolore che non augurerei neppure al mio peggior nemico.
Il medico di turno mi disse che Christine doveva rimanere in ospedale sotto osservazione e che, se la situazione fosse peggiorata, l’avrebbero trasferita all’ospedale di Macerata.
Mi dissero di restare calmo: si sarebbero presi cura di lei e non avrei dovuto preoccuparmi. Facile a dirsi. Io, invece, ero molto preoccupato e speravo con tutto il cuore che il giorno seguente Christine riuscisse almeno a riaprire gli occhi.
Spiegai a Christine ciò che mi avevano detto, la pregai di riposare e le assicurai che si trovava in buone mani. Poi tornai dai bambini, con un nodo nello stomaco che cercavo in tutti i modi di non far vedere.
La mattina seguente andai subito in ospedale.
Quando arrivai, mi spaventai per due motivi:
Quando raggiunsi il suo letto, mi raccontò di non essere riuscita a capire dove si trovasse. Sentiva donne gemere tutt’intorno a lei e non riusciva proprio a spiegarsene il motivo.
Non capiva perché le altre pazienti continuassero a lamentarsi come se il parto fosse imminente. Con un piccolo sorriso sulle labbra le spiegai in quale reparto l’avevano sistemata. Anche lei dovette ridere: cieca dal dolore, sì, ma per fortuna non priva del senso dell’umorismo.
Aspettai la visita medica per saperne di più. Il dottore mi spiegò che Christine soffriva di una grave fotoceratite, cioè di una vera e propria ustione solare a entrambi gli occhi, provocata da un’eccessiva esposizione ai raggi ultravioletti. Finché non fosse riuscita ad aprire gli occhi, non l’avrebbero dimessa, perché le conseguenze avrebbero potuto essere serie. Naturalmente evitai di riferire tutto a Christine con la stessa chiarezza. Le dissi soltanto che, per sicurezza e per scongiurare ulteriori danni, avrebbe dovuto trascorrere ancora qualche giorno in ospedale.
Così la nostra vacanza si allungò involontariamente e, nella mia testa, la cassa delle vacanze cominciò a piangere sommessamente. Non faceva rumore, ma la sentivo benissimo.
Il quinto giorno Christine fu finalmente dimessa. Per un certo periodo avrebbe dovuto indossare gli occhiali da sole per proteggere gli occhi.
La riportai a casa, la sistemai nella mia camera completamente oscurata e discutemmo della nostra situazione finanziaria. Alla fine decidemmo di ripartire per Monaco al calar della notte.
Per risparmiare decisi di percorrere la strada statale Adriatica. Il viaggio sarebbe stato più lento, ma in compenso avremmo consumato meno benzina e, soprattutto, evitato i pedaggi autostradali.
Nella nostra situazione ogni lira contava e, a volte, riuscire a risparmiare sembrava un’impresa eroica quasi quanto affrontare un’avventura.
Seguendo la strada statale Adriatica attraversammo numerose località balneari.
Quando entrammo a Rimini viaggiavamo a circa cento chilometri all’ora. Sul lato destro della strada i Carabinieri avevano allestito un posto di controllo.
Uno degli agenti era fermo sul bordo della carreggiata e mi fece un segno con la paletta, che io interpretai come un invito a rallentare. Ed è esattamente ciò che feci: rallentai e proseguii. Nello specchietto retrovisore vidi il Carabiniere dirigersi verso la sua macchina di servizio, ma non ci feci troppo caso, anche perché lì accanto scorsi soltanto una piccola Fiat 600.
Errore. Accanto alla Fiat, ben nascosta, c’era un’Alfa Romeo Giulietta.
All’improvviso si accesero i fari e cominciò l’inseguimento.
Trascorsero circa due chilometri prima che capissi che i Carabinieri stavano inseguendo proprio me. A quel punto mi accostai sulla destra e aspettai che mi raggiungessero.
Uno dei Carabinieri si avvicinò alla nostra auto. Abbassai il finestrino e, con la massima innocenza possibile, gli chiesi che cosa fosse successo.
Con tono piuttosto severo mi ordinò di scendere, di mostrargli i documenti e il passaporto, poi aggiunse che dovevo ritenermi fortunato: avrebbe anche potuto fermarmi con una raffica di mitra sotto il sedere.
Con calma gli chiesi di accompagnarmi dietro l’auto. Gli indicai la targhetta della D.A.S., la mia assicurazione di tutela legale, e gli domandai: «Vede quella targhetta? Sa che cosa significa “tutela legale”?»
Quando annuì, gli dissi in tono gentile ma deciso: «Allora le consiglio di non pronunciare un’altra frase del genere, altrimenti rischia di perdere i suoi gradi.»
Seguì una breve ma piuttosto vivace discussione sul significato del gesto che il Carabiniere aveva fatto con la paletta.
Gli spiegai che, secondo me, quel segnale non significava «Fermati!», bensì semplicemente «Rallenta!». Ed era proprio ciò che avevo fatto. Dopo un po’ di botta e risposta, mi fu finalmente consentito di proseguire.
Lo ringraziai cortesemente, aggiungendo però con un sorriso: «Senza i miei documenti non mi muovo neppure di un centimetro.» Capì la battuta, mi restituì tutto e noi riprendemmo il viaggio.
Verso le sei del mattino ci stavamo avvicinando a Verona.
Avevo guidato per tutta la notte e Christine si offrì di prendere il volante. Accettai molto volentieri: in quel momento mi sarebbe andato bene perfino un autista con il foglio rosa.
Evitando l’autostrada, eravamo riusciti a risparmiare circa diecimila lire di pedaggio.
Perciò decisi che, una volta arrivati a Verona, avremmo finalmente imboccato l’autostrada. Era un ottimo piano. E, come spesso accade agli ottimi piani, rimase esattamente questo: un piano.
Poco prima di Verona, infatti, Christine si concesse il lusso di sorpassare l’auto che ci precedeva proprio in un tratto in cui vigeva il divieto di sorpasso.
Potete facilmente immaginare che cosa accadde: i Carabinieri ci fermarono e dovemmo pagare una multa di cinquemila lire. In pochi minuti metà del nostro eroico risparmio era svanita e l’autostrada tornò immediatamente a essere un lusso da scartare. Proseguimmo quindi sulla strada statale, con qualche soldo ancora in tasca, l’umore un po’ ammaccato e una storia in più nel bagaglio.
La guarigione di Christine richiese ancora qualche giorno, ma per fortuna non le rimase alcun danno. Quella fotoceratite divenne per noi una lezione impossibile da dimenticare: il sole italiano è generoso, ma qualche volta lo è decisamente troppo.
Da allora, gli occhiali da sole, l’ombra e un sano rispetto per i raggi ultravioletti acquistarono per noi un valore completamente nuovo.

All’epoca giocavo nella S.S. Settempeda, allenata da mister Pin: un uomo che, probabilmente, ingoiava più disciplina a colazione di quanta noi tutti riuscissimo a metterne insieme in campo.
All’inizio della stagione ero soltanto la seconda scelta, perché un giocatore arrivato dal Camerino mi aveva soffiato il posto da titolare. Ma, a dire il vero, non potevo lamentarmi.
Gli allenamenti erano divertenti, la piccola indennità mensile arrivava puntuale e, quando venivo convocato, ricevevo anche il premio partita. Succedeva abbastanza spesso, anche se qualche volta restavo in panchina o facevo il guardalinee.
In quella vita da riservista, però, non ero solo. C’erano anche altri ragazzi di San Severino, tra cui Nando.
Fisicamente era un atleta modello: alto, robusto, agile e dotato di un fisico eccezionale. In breve, sembrava nato più per l’atletica leggera che per il calcio.
Quanto al pallone… diciamo semplicemente che non gli mancava l’ottimismo.
Ci allenavamo comunque come se la nostra vita dipendesse da quello. Tre volte alla settimana correvamo, sudavamo e soffrivamo.
Anche noi riservisti aspettavamo, domenica dopo domenica, la nostra occasione. Per me arrivò già a gennaio; per Nando ci volle fino a maggio.
Quando mister Pin annunciò che la domenica successiva, contro il Monte San Giusto, Nando sarebbe partito titolare, per lui fu subito chiaro: non era una semplice partita.
Era la sua finale dei Mondiali, il suo momento personale da Pelé.
La domenica mattina partimmo alle dieci. L’autobus aveva appena lasciato Piazza del Popolo quando qualcuno gridò all’improvviso:
«Fermi! Devo tornare a casa: ho dimenticato le scarpe da calcio!»
Naturalmente era Nando.
Per fortuna abitava poco lontano, così l’autobus fece una rapida deviazione e si fermò davanti a casa sua.
Pochi minuti dopo Nando era di nuovo a bordo e noi pensammo:
«Peggio di così, oggi, non può andare.»
Ma non avevamo fatto i conti con Nando.
Poco prima della partita, nello spogliatoio, lanciò un urlo:
«Ragazzi… ho portato due scarpe da calcio sinistre!»
Per un istante calò un silenzio assoluto. Poi scoppiammo tutti a ridere.
Ma la cosa più bella fu proprio la reazione di Nando. Superato il primo momento di disperazione, tornò a sorridere e disse:
«Va bene, allora giocherò con due scarpe sinistre. Magari riuscirò almeno a confondere il portiere!»
A quel punto ogni traccia di nervosismo scomparve.
Ridemmo fino alle lacrime, non di lui, ma con lui. Perché Nando era proprio così.
E poi il calcio, ancora una volta, scrisse una delle sue storie.
Passammo davvero in vantaggio per 1-0.
Il marcatore?
Naturalmente Nando.
Sì, proprio lui: Nando, l’uomo con le due scarpe da calcio sinistre.
Ancora oggi non so con quale piede abbia segnato. E forse è meglio così: certi miracoli non devono essere osservati troppo da vicino.
La partita finì 1-1. Purtroppo subimmo il gol del pareggio su calcio di rigore e non riuscimmo a vincere.
Ma di quella giornata è rimasto qualcosa di molto più bello.
Non il risultato.
Non la classifica.
Ma l’emozione di quel giorno, la fermata dell’autobus davanti a casa sua, quell’urlo nello spogliatoio e Nando, capace di rendere possibile l’impossibile con due scarpe da calcio sinistre.
Quando ci penso oggi, mi viene ancora da ridere. Ma è una risata che nasce dal cuore e lo riempie di gioia: una di quelle risate che soltanto i ricordi del passato sanno regalare.
E se lassù esiste davvero un Dio del calcio, quel giorno deve aver dato una piccola spinta al destino.
Se Nando non fosse riuscito comunque a scendere in campo, il suo sogno mondiale sarebbe svanito e noi non avremmo mai vissuto uno degli aneddoti più allegri – e, in quel momento, più tragici – della nostra giovinezza.
Es war ein herrlicher Sonntag, wie man ihn aus italienischen Sommern kennt: Sonne satt, Fußball am Nachmittag, volle Ränge und begeisterte Fans. Das Sahnehäubchen war ein 3:0-Sieg, der unseren Verbleib in der Campionato d’Eccellenza – damals noch Promozione – sicherte.
Nach dem Abpfiff zog ich noch mit einigen Spielern in unsere Stammbar. Dort trank ich – ganz unitalienisch – keine heiße, sondern ausnahmsweise eine kalte Milch. Gegen 17 Uhr ging ich ins Vereinsbüro, um meine Siegprämie abzuholen. Um halb sechs war ich wieder zu Hause, überreichte meiner Mutter pflichtbewusst die 5.000 Lire und bekam im Gegenzug mein wöchentliches Taschengeld: 1.000 Lire.
Schon damals staunte ich, mit welcher Eleganz sie mein Geld zu ihren Gunsten umverteilen konnte. Aber gut – Mütter haben bekanntlich ihre eigene Finanzpolitik.
Da sie sich an diesem Tag nicht besonders wohlfühlte, würde das Abendessen erst gegen 20 Uhr fertig sein. Also beschloss ich, noch kurz auf die Piazza zu gehen. Beim Hinausgehen bat sie mich, ihr eine kleine Packung Aspirin mitzubringen.
Natürlich sagte ich zu.
Und ahnte nicht, dass mir genau dieses „natürlich“ später noch um die Ohren fliegen würde.
Als ich auf der Piazza ankam, war sie erstaunlich leer. Da fiel mir ein, dass in der Siedlung neben meiner alten Volksschule die Bar unserer Nachbarin Antonietta und ihres Bruders Peppe lag. Dort wurde an diesem Abend getanzt.
Also machte ich mich auf den Weg, um die Lage zu prüfen – rein wissenschaftlich natürlich.
Was soll ich sagen?
Meine Freunde waren da.
Viele Mädchen auch.
Und damit war jede weitere Vernunft offiziell außer Dienst.
Es war die Zeit von Brenda Lee, Paul Anka, Connie Francis, Ray Charles, Elvis Presley, Chuck Berry und Bill Haley. Für uns war das nicht nur Musik, sondern ein Lebensgefühl.
An diesem Abend vergaß ich vor lauter Tanzbegeisterung alles um mich herum. Ich war glücklich, sorgenfrei und überzeugt, dass so ein Abend mit Freunden eigentlich nie enden dürfte.
Irgendwann war es dunkel geworden, doch ich schwebte immer noch im Tanzhimmel – völlig ohne Zeitgefühl und mit großem Vertrauen darauf, dass sich Probleme vielleicht von selbst erledigen würden.
Mitten im Gedränge spürte ich plötzlich ein Klopfen auf der Schulter.
Zuerst dachte ich an ein Versehen.
Doch ein zweites, deutlich energischeres Klopfen holte mich schlagartig zurück in die Wirklichkeit.
Ich drehte mich um.
Und im selben Augenblick landete eine saftige Ohrfeige.
Vor mir stand meine Mutter.
1,50 Meter konzentrierte Entschlossenheit.
Ich war damals schon 1,72 Meter groß, also musste sie für diesen Treffer vermutlich mehr Einsatz zeigen als ich auf dem Fußballplatz.
Wütend fragte sie:
„Weißt du, wie spät es ist?“
Und natürlich wusste ich in diesem Moment vor allem eines:
Sie hatte recht.
Ich hatte weder das Aspirin besorgt noch war ich pünktlich zum Abendessen erschienen.
Mir blieb also nichts anderes übrig, als mich kurz zu meiner Tanzpartnerin umzudrehen und höflich zu sagen:
„Warte bitte einen Moment, ich komme gleich zurück.“
Ein Satz, dessen optimistische Kühnheit mich im Rückblick selbst beeindruckt.
Der Heimweg bestand dann allerdings weniger aus Romantik als aus einer lückenlosen Schimpftirade.
Und das Mädchen von der Tanzfläche habe ich nie wiedergesehen.
Ich hoffe nur, dass sie dort nicht bis heute auf meine Rückkehr wartet.
Ob diese öffentliche Ohrfeige unser Verhältnis verbessert hat, darf bezweifelt werden. Trotzdem war ich meiner Mutter deswegen nie böse oder nachtragend.
Manchmal hätte ich mir nur gewünscht, dass sie im Umgang mit mir etwas milder gewesen wäre.“
Ob ihr das später gelungen ist, vermag ich heute nicht zu sagen.
Aber die Ohrfeige auf der Tanzfläche habe ich jedenfalls nie vergessen
Mein Anfang in Deutschland war, sagen wir es freundlich, kein Triumphzug. Eher das Gegenteil. Aber entmutigen ließ ich mich dadurch nicht. Dazu war ich viel zu neugierig – und, wenn ich ehrlich bin, auch ein bisschen zu stur.
Obwohl Rathgeber in Moosach über ein Barackenlager aus Holz verfügte, wurden wir nach Allach gebracht. Dort bezogen wir ein großes Zimmer mit fünf Stockbetten, die selbstverständlich bis auf den letzten Platz belegt wurden. Im Grunde war es wieder ein Dormitorium, nur etwas kleiner als das Auswanderungszentrum in Verona. Aber was soll’s – wir hatten ein Bett, ein Dach über dem Kopf und damit schon fast Luxus.
Kaum hatte ich mich einigermaßen akklimatisiert, trieb mich meine Neugier hinaus. Und tatsächlich hatte ich Glück. Ich traf Nino, den ich aus dem Kinderheim in Ancona kannte. Er lebte bereits seit zwei Jahren in Deutschland und wohnte zusammen mit seinem Bruder privat. Ihre Wohnung war im Grunde eine umgebaute Garage – aber erstaunlich gemütlich. Das muss man auch erst einmal schaffen.
Nino zeigte mir ein wenig Allach, erklärte mir geduldig die ersten Besonderheiten des deutschen Lebens und ging anschließend mit mir in ein Lokal auf eine Cola. Damit hatte ich bereits die ersten Anhaltspunkte, wie man sich auch ohne Sprachkenntnisse halbwegs anständig durchs Leben bewegen konnte. Gegen neun Uhr verabschiedeten wir uns und versprachen, uns bald wiederzusehen.
Zurück im Lager erzählte ich meinen Zimmergenossen von meiner kleinen Entdeckungsreise und legte mich schlafen. Am nächsten Morgen musste ich nicht arbeiten – in Bayern war Feiertag. Mein erster Feiertag in Deutschland, und ich hatte noch nicht einmal richtig verstanden, wie man hier überhaupt lebte. Das fing vielversprechend an.
Natürlich hielt es mich nicht lange im Lager. Erneut zog ich los, um Allach zu erkunden. Die Gegend gefiel mir ausgesprochen gut. Ein kleiner Bach, viel Wald und grüne Wiesen – so etwas war ich aus meiner Heimat nicht gewohnt.
Vor einem Gasthaus entdeckte ich einen Aushang für einen „Maitanz“. Was „Mai“ bedeutete, wusste ich damals noch nicht so genau, aber das Wort „Tanz“ sprang mir förmlich entgegen. Sofort gingen bei mir alle Alarmglocken an – allerdings nicht aus Sorge, sondern aus Vorfreude. Mühsam entzifferte ich noch die Uhrzeit: von 17 bis 24 Uhr.
Damit war die Sache entschieden.
Mittags ging ich in das Lokal, in dem ich am Abend zuvor mit Nino gewesen war, und bestellte einen Teller Spaghetti. Sie schmeckten hervorragend und stärkten zusätzlich meinen Entschluss. Anschließend kehrte ich ins Lager zurück, ruhte mich etwas aus und verkündete meinen Zimmergenossen ganz nebenbei, dass ich am Abend zum Tanzen gehen würde.
Das Gelächter war gewaltig.
„Du kannst kein Wort Deutsch und willst tanzen gehen?“
Ihre Blicke sagten deutlich:
„Der Italiener hat nicht alle Tassen im Schrank.“
Aber das hielt mich natürlich nicht auf.
Punkt sechzehn Uhr holte ich meinen besten Anzug aus dem Koffer, zog ihn an und marschierte los. Das Lokal hieß „Zum Grünen Hahn“, und pünktlich um siebzehn Uhr begann ein Quartett live zu spielen.
Zunächst beobachtete ich das Geschehen aufmerksam. Ich wollte schließlich herausfinden, wie man in Deutschland überhaupt ein Mädchen zum Tanzen aufforderte. Es wurden immer drei Musikstücke gespielt, dann ging der Herr zur Dame, bat sie höflich zum Tanz, und alles wirkte erstaunlich geordnet. Fast wie ein militärisches Manöver.
Also beschloss ich, noch ein paar Runden abzuwarten und dann beherzt ins Geschehen einzugreifen.
Ein Mädchen hatte ich bereits ins Auge gefasst. Sie saß die ganze Zeit an ihrem Tisch und wurde von niemandem aufgefordert.
Während der Pause warf ich ihr einige Blicke zu. Sie erwiderte sie. Das genügte mir als internationales Verständigungssystem.
Als die Musik wieder begann, ging ich zu ihr und versuchte mit Händen, Füßen und italienischem Charme zu erklären, dass ich gerne mit ihr tanzen würde.
Sie verstand mich offenbar – oder sie war einfach mutig.
Jedenfalls stand sie auf.
Und während sie aufstand, wuchs sie.
Sie wurde immer größer.
Ich schätze, sie war fast zwei Meter groß, also mindestens einen Kopf größer als ich.
Kurz gesagt: Neben ihr wirkte ich wie ihr kleiner Bruder auf Wandertag.
Während wir tanzten, sprach sie ununterbrochen auf mich ein. Was sie sagte, weiß ich bis heute nicht. Mein deutscher Wortschatz bestand damals im Wesentlichen aus „Ja“ und „Nein“. Also antwortete ich je nach Gesichtsausdruck und hoffte auf das Beste.
Erstaunlicherweise funktionierte diese Methode ausgezeichnet.
Wir tanzten mehrmals miteinander, und ich empfand dieses Erlebnis als unglaublich befreiend. Bis heute sehe ich diese Szene vor mir:
Ein kleiner Italiener fordert eine germanische Walküre zum Tanz auf – und beide haben einen Riesenspaß.
In diesem Augenblick wusste ich:
Ich war angekommen.
Das Eis war gebrochen.
Beruflich war noch längst nicht alles in Ordnung, aber menschlich hatte ich den richtigen Weg eingeschlagen.
Denn die Gewohnheiten und Bräuche eines fremden Landes lernt man nicht aus Büchern kennen. Man muss sich hineinwagen – auch auf die Gefahr hin, sich dabei gelegentlich ein wenig lächerlich zu machen.
Ich war zufrieden mit mir.
Und das Erstaunlichste daran?
Es war gerade einmal mein erster Feiertag in Deutschland.Mein erster Feiertag in Deutschland
Unser Urlaub im Vorjahr war uns in so schöner Erinnerung geblieben, dass wir bald wieder Pläne schmiedeten. Nachdem Christine und ich in das kleine Apartment in Brezen gezogen waren, fassten wir allmählich Fuß in Erding. An den Wochenenden waren wir meistens unterwegs – tanzen, essen, kleine Ausflüge machen. Nur wenn mein Sohn bei mir zu Besuch war, gehörte die Zeit ganz ihm.
Irgendwann stand fest: Der nächste Urlaub sollte uns wieder in die Marche führen.
Zuvor kauften wir uns ein neues, etwas größeres Auto: einen Ford 16 M. Der alte Simca hatte endgültig den Geist aufgegeben. Viele Bekannte verstanden die Welt nicht mehr: „Wie, du arbeitest bei BMW und fährst Ford?“
Tja – manchmal entscheidet nicht die Firmenzugehörigkeit, sondern der Geldbeutel. Und der war damals alles andere als prall gefüllt. Ich hatte alle Schulden übernommen, die während meiner Ehe entstanden waren, damit meine Ex-Frau, mein Sohn und ihre Tochter finanziell eine bessere Zukunft hatten.
Das Verhältnis zwischen meiner Ex-Frau und mir schien sich langsam zu normalisieren. Es ging sogar so weit, dass wir vereinbarten, beide Kinder gemeinsam mit Christine in den Urlaub nach Italien mitzunehmen.
Wie es sich für einen Italiener offenbar gehörte, fuhren wir wieder im August nach San Severino Marche und blieben drei Wochen. Fast täglich ging es von meiner Heimatstadt nach Porto Recanati. Dort hatte ich bei einer Bar einen Sonnenschirm und zwei Liegen für unseren Aufenthalt gemietet – unser kleines Strandquartier mit Meerblick und Urlaubsgefühl.
Morgens fuhren wir meist gegen halb acht los und kamen abends gegen halb acht zurück. Die Tage verliefen harmonisch, ruhig und beinahe unwirklich schön. Fast zu schön, um wahr zu sein.
Aber wir hatten die Rechnung ohne die italienische Sonne gemacht.
Am vorletzten Urlaubstag schlief Christine am Strand ein – ausgerechnet mit dem Gesicht zur Sonne. Zunächst sah es nur nach einem leichten Sonnenbrand aus, denn sie hatte sich täglich sorgfältig eingecremt. Doch bald begannen ihre Augen stark zu schmerzen.
Also fuhren wir sofort nach San Severino, um in der Apotheke etwas zu bekommen, das die Beschwerden lindern könnte. Leider Fehlanzeige. Der Apotheker riet uns, die Notaufnahme des Krankenhauses aufzusuchen. Ich brachte zuerst die Kinder nach Hause, dann fuhr ich mit Christine dorthin. Inzwischen konnte sie die Augen kaum noch öffnen, und die Schmerzen wurden immer schlimmer.
Man erklärte mir, dieses Augenproblem sei vergleichbar damit, als würde man eine halbe Stunde lang direkt in die Flamme eines Elektroschweißgeräts schauen. Davon konnte ich leider ein Lied singen, denn während meiner Arbeit als Elektroschweißer war mir das selbst ein paarmal passiert. Es fühlt sich an, als hätte man Sand in den Augen, dazu ein Brennen, das bis in den Kopf zieht. Die Lider lassen sich kaum öffnen, als wären sie verleimt. So etwas wünscht man nicht einmal seinem schlimmsten Feind.
Der diensthabende Arzt teilte mir mit, Christine müsse zur Kontrolle im Krankenhaus bleiben. Man werde sich gut um sie kümmern, ich solle mir keine allzu großen Sorgen machen und am nächsten Morgen wiederkommen.
Ich erklärte Christine die Situation, bat sie, sich auszuruhen, und versicherte ihr, dass sie in guten Händen sei. Dann ging ich zurück zu den Kindern – mit einem Knoten im Bauch, den ich mir nicht anmerken lassen wollte.
Am nächsten Morgen fuhr ich sofort ins Krankenhaus. Dort erschrak ich gleich aus zwei Gründen: Christine konnte die Augen immer noch nicht öffnen – und sie war auf die Entbindungsstation verlegt worden.
Als ich zu ihr kam, schilderte sie mir völlig verwirrt die Lage. Sie konnte sich nicht erklären, warum um sie herum ständig Frauen stöhnten, als stünde die Geburt unmittelbar bevor. Mit einem kleinen Schmunzeln auf den Lippen erklärte ich ihr, wo sie gelandet war.
Da musste sogar sie lachen – blind vor Schmerz, aber nicht ohne Humor.
Ich wartete die Visite ab, um Genaueres zu erfahren. Der Arzt erklärte mir, Christine habe eine schwere Photokeratitis, also einen Sonnenbrand auf beiden Augen, verursacht durch übermäßige UV-Strahlung. Solange sie die Augen nicht öffnen könne, werde sie nicht entlassen, da ernsthafte Folgen möglich seien.
Das sagte ich Christine natürlich nicht in aller Deutlichkeit. Ich erklärte ihr nur, dass sie noch ein paar Tage im Krankenhaus bleiben müsse. Damit verlängerte sich unser Urlaub unfreiwillig – und in meinem Kopf begann sofort die Urlaubskasse leise zu weinen.
Am fünften Tag wurde Christine entlassen. Vorerst musste sie eine Sonnenbrille tragen, um ihre Augen zu schonen. Ich fuhr mit ihr nach Hause, brachte sie in mein abgedunkeltes Zimmer, und wir sprachen über unsere finanzielle Lage.
Schließlich beschlossen wir, bei Einbruch der Dunkelheit nach München zurückzufahren.
Um die Kasse zu schonen, entschied ich mich für die Statale Adriatica. Die Strecke war zwar langsamer, aber wir konnten Benzin sparen und vor allem die Autobahngebühren umgehen. In unserer Lage zählte jede Lire – und manchmal fühlt sich Sparen fast so heldenhaft an wie ein Abenteuer.
Als wir bei Rimini einfuhren, waren wir mit ungefähr 100 km/h unterwegs. Rechts hatten die Carabinieri eine Verkehrskontrolle aufgebaut. Einer der Beamten stand am Straßenrand und gab mir mit seiner Kelle ein Zeichen, die Geschwindigkeit zu reduzieren.
Genau das tat ich – und fuhr weiter.
Im Rückspiegel sah ich, wie er zu seinem Dienstwagen ging. Ich dachte mir nichts dabei, denn dort stand nur ein kleiner Fiat 600. Falsch gedacht. Daneben lauerte ein Alfa Giulietta. Plötzlich gingen die Lichter an, und die Verfolgung begann.
Nach etwa zwei Kilometern hielt ich an. Einer der Carabinieri kam zu unserem Wagen. Ich kurbelte das Fenster herunter und fragte, was los sei. In ziemlich strengem Ton forderte er mich auf, auszusteigen, die Papiere und den Reisepass vorzuzeigen. Dann fügte er hinzu, ich solle froh sein, dass er mich nicht mit einer Maschinenpistole zum Anhalten gebracht habe.
Ich bat ihn ruhig, mit mir nach hinten zu gehen, zeigte auf das D-Schild am Auto und fragte: „Kennen Sie dieses Zeichen?“
Als er nickte, sagte ich freundlich, aber bestimmt: „Dann noch so ein Satz von Ihnen, und Sie werden Ihren Rang bald verlieren.“
Danach entspann sich eine kleine Diskussion über die Kelle. Ich machte ihm klar, dass sein Zeichen nicht bedeutet hatte: „Anhalten!“, sondern lediglich: „Langsamer fahren!“ Und genau das hatte ich getan.
Nach einigem Hin und Her durfte ich weiterfahren. Ich bedankte mich höflich, fügte aber mit einem Schmunzeln hinzu: „Ohne meine Papiere bewege ich mich keinen Millimeter.“
Er verstand den Scherz, gab mir die Dokumente zurück, und wir setzten unsere Fahrt fort.
Gegen sechs Uhr morgens näherten wir uns Verona. Ich war die ganze Nacht gefahren, und Christine bot mir an, das Steuer zu übernehmen. Ich nahm dankbar an. Durch den Umweg hatten wir immerhin rund 10.000 Lire an Autobahngebühren gespart. Deshalb beschloss ich, bei Verona doch auf die Autobahn zu fahren.
Ein schöner Plan – und wie so oft blieb er genau das: ein Plan.
Kurz vor Verona erlaubte sich Christine, in einem Überholverbot ein Auto vor uns zu überholen. Man kann sich denken, was passierte: Die Carabinieri hielten uns an, und wir mussten 5.000 Lire Strafe bezahlen.
Damit war die Autobahn wieder gestrichen.
Also weiter auf der Landstraße – mit gespartem Geld, angekratzter Laune und einer Geschichte mehr im Gepäck.
Christines Genesung dauerte noch ein paar Tage, doch zum Glück blieben keine Schäden zurück. Die Photokeratitis wurde für uns zu einer Lektion, die wir nie vergaßen: Die Sonne meint es in Italien zwar gut – manchmal aber eindeutig zu gut.
Seitdem hatten Sonnenbrillen, Schatten und gesunder Respekt vor UV-Strahlung bei uns einen ganz neuen Stellenwert. Und ich lernte wieder einmal: In Italien kann ein Urlaub friedlich beginnen, medizinisch weitergehen und am Ende trotzdem im Fadenkreuz der Carabinieri landen.
Der gefundene Osterknopf
Es gibt Tage im Berufsleben, die verschwinden spurlos im grauen Einerlei von Dienstplänen und Schichtübergaben. Und dann gibt es jene Tage, die sich unauslöschlich einprägen – nicht, weil man sie sich ausgesucht hätte, sondern weil ein einziges Geräusch, eine kleine Unachtsamkeit oder ein falscher Schritt genügt, um sie für immer im Gedächtnis zu verankern. Dieser Karfreitag gehörte eindeutig zur zweiten Sorte.
Unsere Nachtschicht war damals längst eingespielt wie ein Uhrwerk, das nur gelegentlich aufgezogen werden musste. Zu Beginn der Schicht betrug die eigentliche Arbeitszeit meist vier bis fünf Stunden, doch nicht selten reichte sie bis tief in den Samstag oder sogar in Feiertage hinein. In der Jobvorbereitungsgruppe hatten wir deshalb eine einfache und vernünftige Regel eingeführt: An solchen Tagen löste die Frühschicht die Kollegen der Nacht spätestens um 8:00 Uhr ab. Das System funktionierte erstaunlich gut.
Es war Ostern 1989. In der Karwoche hatte ich Frühschicht und löste am Karfreitag um 6:00 Uhr Hans ab, meinen Trauzeugen. Schon bei der Übergabe sah man ihm die anstrengende Nacht an. Mehrere Datenbanken waren beschädigt worden und mussten dringend repariert werden. Den verbliebenen Rest dieser Arbeit übernahm ich und brachte ihn schließlich zu Ende.
Zum Glück musste an gesamtdeutschen Feiertagen die Online-Verfügbarkeit nicht bereits um Punkt sechs Uhr gewährleistet sein. Die gesamte Verwaltung – Autoauslieferung, Buchhaltung, Ersatzteilwesen, Export, Fertigerzeugnisse, Kfz-Briefe, Materialwirtschaft, Ordering, Technischer Informationsdienst und viele weitere Bereiche – musste erst gegen 11:30 Uhr vollständig onlinefähig sein. Im Ernstfall hätten wir selbstverständlich Prioritäten setzen können. Doch es war Karfreitag. Und an Karfreitagen scheint selbst ein Rechenzentrum einen Gang herunterzuschalten.
Nachdem die Datenbanken wiederhergestellt waren, kehrte allmählich Ruhe ein. Die Maschinen arbeiteten wieder im gewohnten Rhythmus, als wäre nie etwas geschehen. Und wir gönnten uns sogar eine wohlverdiente Mittagspause. Wer mit Großrechnern gearbeitet hat, weiß: Eine ruhige Mittagspause nach einer solchen Nacht ist kein Luxus, sondern beinahe ein Geschenk des Himmels.
Gegen 14:00 Uhr verabschiedete sich die Frühschicht aus dem Maschinensaal, den wir ehrfürchtig und gleichzeitig mit einem Augenzwinkern „den Dom“ nannten. Dort residierten Max, Moritz und die Witwe Bolte – drei IBM-360/85-Anlagen mit ihren Platteneinheiten, dem sogenannten „Kaninchenstall“, dazu sechsunddreißig oder vierzig Bandeinheiten, Lochkartenleser, mehrere Drucker und allerlei Peripheriegeräte. Es war ein eigenes Universum aus Metall, Kabeln, Wärme, Lichtsignalen und ständigem Rauschen. Hackerangriffe, wie sie die spätere IT-Welt kennenlernen sollte, existierten damals noch nicht. Damals konnte man den größten Schaden noch mit dem eigenen Fuß anrichten.
Gegen 15:30 Uhr vervollständigte ich das Schichtprotokoll und machte meine Kontrollrunde. Ich überprüfte, ob noch etwas offen war und ob alle Projekte ihre finale Sicherung für den nächsten Online-Start erhalten hatten. Anschließend ging ich zu den Druckern und unterhielt mich mit dem Operator.
Während unseres Gesprächs bewegte ich mich rückwärts in Richtung Ausgang – eine jener unbedachten Kleinigkeiten, die sich im Nachhinein als Auftakt zu einem Drama entpuppen. Ich übersah eine leicht verschobene Doppelbodenplatte, verlor das Gleichgewicht, riss instinktiv die Arme hoch und fiel rücklings zu Boden.
Und weil das Leben gelegentlich einen ausgesprochen schwarzen Humor besitzt, traf ich beim Fallen ausgerechnet den roten Hauptschalter.
Der Dom verstummte.
Von einer Sekunde auf die andere war das vertraute Rauschen verschwunden. Kein Summen, kein Klackern, kein rhythmisches Arbeiten der Geräte. Nur Stille. Eine solche Stille, dass man tatsächlich das Surren einer einzigen Fliege hätte hören können.
Der Operator, der alles beobachtet hatte, eilte sofort zu mir. Wahrscheinlich sah ich in diesem Augenblick nicht nur erschrocken, sondern bereits kreidebleich aus.
„Alles in Ordnung?“
Ich brachte lediglich ein leises, stotterndes „Ja, ja …“ hervor.
Der IBM-Bereitschaftsdienst wurde verständigt, ebenso der Leiter des Rechenzentrums. Zum Glück hielt sich der Schaden in Grenzen. Lediglich eine 3380-Platte hatte ihren Geist aufgegeben und konnte dank der zuvor angefertigten Sicherungen wiederhergestellt werden.
Gegen 18:00 Uhr war der Spuk vorbei. Der Dom atmete wieder. Die Technik lief, und ich konnte mit einem etwas flauen Magen nach Hause fahren.
Am Osterdienstag folgte der unvermeidliche Rapport beim Stellvertreter des Bereichsleiters, einem ehemaligen Bundeswehroffizier. Zunächst verlief das Gespräch ruhig und sachlich. Dann stellte er die Frage, die offenbar schon die ganze Zeit im Raum gestanden hatte:
„Herr Pioli, hatten Sie am Freitag etwas getrunken?“
Da fuhr ich, zugegeben, ein wenig aus der Haut.
„Erstens: Glauben Sie wirklich, dass ich es Ihnen jetzt sagen würde, wenn ich etwas getrunken hätte? Und zweitens: Dass ich mich an diesem Schaltpult wegen einer schlecht sitzenden Doppelbodenplatte verletzt habe, kommt Ihnen überhaupt nicht in den Sinn?“
Nun geriet er seinerseits ins Stottern.
„Nein, nein, Herr Pioli, so war das nicht gemeint …“
Damit war die Angelegenheit beendet. Ich kehrte an meinen Arbeitsplatz zurück – aufrechter, als ich am Karfreitag gefallen war.
Immerhin zog man Konsequenzen aus dem Vorfall. Die Bodenplatte wurde ordentlich justiert, und der rote Hauptschalter erhielt einen stabilen Schutzdeckel, der erst geöffnet werden musste, bevor man den Schalter überhaupt betätigen konnte. Die Anlage war danach besser geschützt – vermutlich auch vor mir.
Den alten roten Schalter schenkte man mir später als Erinnerung. Heute liegt er oben auf dem Speicher. Ein kleines Stück Rechenzentrumsgeschichte und ein Denkmal meiner unfreiwilligen Großtat.
Ausgeschaltet wird damit nichts mehr.
Höchstens gelegentlich die Vorstellung, dass Technik immer nur von innen heraus versagt.
Manchmal merkt man erst viel später, dass scheinbar kleine Begegnungen das eigene Leben in eine neue Richtung schieben. Damals wusste ich das natürlich nicht. Ich war jung, fremd in Bayern, voller Hoffnung und ebenso voller Fragezeichen. So verging die Zeit, und ich lernte, mich in meiner neuen Welt zurechtzufinden – manchmal mit offenen Augen, manchmal mit offenem Mund.
Besonders die bayerische Mentalität stellte mich anfangs vor Rätsel. In meinen italienischen Ohren klangen manche Ausdrücke weniger nach Begrüßung als nach einer Kriegserklärung. Doch je länger ich blieb, desto mehr verstand ich: Die Bayern waren den Neapolitanern gar nicht so unähnlich. Außen manchmal rau wie eine alte Brotrinde, innen aber weich, herzlich und voller Humor. Dieser Vergleich begleitet mich bis heute.
Und der Dialekt? Ach, der Dialekt war ein Kapitel für sich. Ich kam sehr gut damit zurecht – indem ich zunächst überhaupt nichts verstand. Trotzdem gab ich nicht auf. Ich hörte zu, wiederholte tapfer und machte dabei vermutlich Geräusche, die weder dem Italienischen noch dem Bayerischen eindeutig zuzuordnen waren.
Heute darf ich mit gewissem Stolz sagen: Ich spreche Italienisch, Deutsch, ein bisschen Englisch – und fast fehlerfrei Bayerisch, zumindest nach zwei Gläsern Bier. Mein großer Einstiegssatz war „Oachkatzlschwoaf“, also „Eichhörnchenschwanz“. Wer dieses Wort aussprechen kann, ist in Bayern schon halb eingebürgert. Mein Bayerisch war voller Fehler, aber voller guter Absicht. Und weil gute Absicht manchmal komischer klingt als jeder Witz, brachte ich die Leute oft zum Lachen.
Aus dem Schunkellied „Auf und nieder, immer wieder“ machte ich einmal: „Auf Martina, immer nieder, hamma’s gestern, machma’s heit, ha?“ Sprachlich war das fragwürdig, stimmungsmäßig aber ein voller Erfolg.
Im Café Harmony feierte ich meinen 19. Geburtstag. Schon der Name klang nach Musik, Tanz und großen Gefühlen – und tatsächlich wurde dieser Abend wieder einmal zu einem kleinen Schicksalstag. Dort lernte ich Karin kennen. Es wurde eine kurze, aber intensive Beziehung, aus der später ein Kind hervorging.
Aber der Reihe nach.
Bis dahin hatte ich noch keine Freundin gehabt, und entsprechend groß war meine Freude, Karin kennenzulernen. Sie gab mir Mut, Leichtigkeit und zusätzliche Motivation, meine Ziele nicht aus den Augen zu verlieren. Allerdings gab es da noch eine Macht, gegen die selbst jugendlicher Optimismus nicht immer ankam: ihre Mutter.
Karins Vater war im Zweiten Weltkrieg gefallen. Ihre Mutter musste arbeiten, um den Lebensunterhalt zu sichern, und war ebenfalls bei Rathgeber im Personalbüro beschäftigt. Ich vermute, sie wünschte sich für ihre Tochter eine verlässliche, überschaubare Zukunft – und nicht ausgerechnet einen jungen italienischen Gastarbeiter, der zwar Herz, Hoffnung und Temperament mitbrachte, aber noch keinen sicheren Platz in dieser Welt hatte.
Das verletzte und ärgerte mich oft. Vor allem dieses Denken in Schubladen, in die man gesteckt wurde, bevor man überhaupt richtig Guten Tag gesagt hatte. Viele ältere Menschen hatten eine schwere, unsichere Zeit erlebt; ihre Vorsicht war nicht grundlos. Aber manchmal wurde aus Vorsicht Misstrauen, und aus Misstrauen ein Urteil. Alles, was nicht in die vertraute Ordnung passte, wurde erst einmal kritisch beäugt. Wir hingegen waren jung, verliebt, ungeschickt und überzeugt, dass sich mit ein bisschen Mut und einem Lächeln schon alles richten würde. Ganz so einfach war es natürlich nicht.
Was uns sogenannten „Gastarbeitern“ damals an Vorurteilen begegnete, war nicht immer leicht zu ertragen. Manche Worte waren hart, manche Blicke noch härter. Am Ende blieb oft nur die Wahl: den Koffer packen und zurückgehen oder die Zähne zusammenbeißen und weitergehen. Ich entschied mich für das Weitergehen. Nicht immer elegant, nicht immer ohne Stolpern – aber ich ging weiter. Und ich habe überlebt.
Dann kam mein erstes einsames Weihnachten in Deutschland.
Ich gebe es offen zu: Die Sehnsucht nach meinen Großeltern in Rom saß mir im Herzen wie ein kleiner Stein im Schuh – nicht lebensgefährlich, aber bei jedem Schritt spürbar. Am Heiligabend fuhr ich noch nach München, besuchte eine Mitternachtsmesse und verschlief den 25. Dezember beinahe vollständig. Man könnte sagen: Ich feierte Weihnachten im Energiesparmodus.
Am zweiten Weihnachtsfeiertag kehrte die Freude zurück. Das Café Harmony öffnete wieder seine Türen, die Musik spielte, und plötzlich war die Welt nicht mehr ganz so schwer. Mit Karin verbrachte ich einen wunderschönen Abend. Irgendwann fragte sie mich, ob ich vom 29. Dezember 1962 bis zum 1. Januar 1963 mit nach Südtirol fahren wolle.
Ich sagte so begeistert zu, als hätte man mir eine Reise ins Paradies angeboten – nur mit Busfahrt und wahrscheinlich weniger Engeln.
Am Samstagmorgen gegen 7 Uhr starteten wir in München-Moosach. Wenn mich meine Erinnerung nicht täuscht, waren auch „die drei lustigen Moosacher“ dabei. Schon dieser Name versprach, dass der Silvesterabend nicht in stiller Andacht enden würde. Sie sollten für Stimmung sorgen – und sie taten es mit der Sicherheit von Menschen, die genau wussten, wie man einen Saal zum Schunkeln bringt.
Die Fahrt führte über die Inntalautobahn bis Innsbruck und dann weiter über die alte Brennerstraße nach Italien. Die Europabrücke war damals noch nicht fertiggestellt; der Weg über die Berge hatte deshalb noch etwas Abenteuerliches, als würde man nicht nur eine Grenze, sondern gleich ein kleines Stück Weltgeschichte überqueren.
In Matrei bat der Busfahrer alle Reisenden, Pässe oder Kennkarten bereitzuhalten. Da ging plötzlich eine Frau ganz blass nach vorne und gestand, dass sie weder Pass noch Kennkarte bei sich hatte. Für einen Moment wurde es still im Bus. Die Grenze lag vor uns, die Dokumente fehlten, und die Stimmung bekam einen sehr amtlichen Unterton.
Der Busfahrer aber blieb erstaunlich ruhig. Er sagte ihr, sie solle sich erst einmal beruhigen, man werde schon eine Lösung finden. Und tatsächlich: Etwa einen Kilometer vor dem Brennerpass hielt er auf dem letzten Parkplatz an und bat die Frau, sich im Gepäckraum des Busses zu verstecken. Sobald wir über der Grenze seien, würde er sie wieder herausholen. Zusätzlich gab er ihr noch genaue Anweisungen für den Notfall.
Das war keine gewöhnliche Reiseleitung mehr – das war Operette mit Zollkontrolle.
Alles ging gut. Die italienischen Finanzieri und Carabinieri bemerkten nichts, und unsere geheime Mitreisende konnte nach der Grenze wieder ans Tageslicht. Für die Rückfahrt war vorgesehen, dass sie am Aufenthaltsort bei der örtlichen Polizei eine Verlustanzeige wegen ihres Passes erstattete. So konnte sie später ganz offiziell und unbehindert zurückreisen – diesmal hoffentlich auf einem Sitzplatz und nicht zwischen Koffern.
In Bozen kamen wir an der Seilbahn nach San Genesio, also Jenesien, an und fuhren gruppenweise hinauf. Oben erwartete uns das Hotel Schönblick – ein altes, wunderschönes Holzhotel mit umlaufendem Balkon und einem Blick, der seinen Namen wirklich verdiente: Bozen lag unter uns, dahinter die Dolomiten und die Seiser Alm, als hätte jemand eine Postkarte zum Leben erweckt.
Nachdem Menschen, Koffer und Instrumente wohlbehalten oben angekommen waren, schafften wir es sogar noch rechtzeitig zum Mittagessen.
Am Nachmittag fuhren wir mit Pferdeschlitten zu verschiedenen Hütten rund um den Salten, dieser herrlichen Hochebene mit ihren Latschenkiefern und der klaren Winterluft. Überall wurde ein kleiner Umtrunk gereicht, und so kamen wir gegen 16:30 Uhr wohlgelaunt ins Hotel zurück.
Nur ich hatte plötzlich ein Problem: Beim Bezahlen bemerkte ich, dass mein Geldbeutel fehlte.
In meiner Erinnerung sah ich ihn noch ganz deutlich beim letzten Halt – nicht in meiner Tasche, wo er hingehört hätte, sondern auf einem Fensterbrett, wo er überhaupt nichts zu suchen hatte. Der Kutscher überlegte nicht lange, bat Karin und mich wieder Platz zu nehmen, und wir fuhren zurück.
Und tatsächlich: Der Geldbeutel wartete noch dort, als hätte er sich nur kurz die Landschaft ansehen wollen. Aus Dankbarkeit spendierte ich dem Kutscher ein Gläschen Schnaps. So kehrten wir erleichtert zurück – ich mit Geldbeutel, der Kutscher mit Schnaps und Karin vermutlich mit der Erkenntnis, dass das Leben mit mir nie ganz langweilig werden würde.
Der Silvesterabend wurde wunderbar. Es gab ein festliches Dinner, das Trio brachte den Saal zum Beben, und um Mitternacht knallten die Korken. Für einen Augenblick war alles leicht: die Musik, das Lachen, das neue Jahr, das vor uns lag. Man dachte nicht an Sorgen, nicht an Vorurteile, nicht an Heimweh. Man war einfach da – jung, lebendig und bereit für das, was kommen sollte.
Am nächsten Tag fuhren wir gegen 13 Uhr zurück nach München. Ich war glücklich und zufrieden nach einem Jahreswechsel, der schöner kaum hätte sein können.
Wenn ich heute daran denke, sehe ich nicht nur den Bus, die Berge, das Hotel und diese wunderbare Mischung aus Musik, Schnee und jugendlicher Unbekümmertheit vor mir. Ich sehe auch den jungen Mann, der ich damals war: voller Sehnsucht nach der Heimat, voller Hoffnung auf ein neues Leben, manchmal etwas tollpatschig, aber immer bereit, dem Schicksal die Hand zu geben – auch wenn es in jenem Winter offenbar im Gepäckraum mitfuhr.
Vielleicht war genau das die Lehre jener Tage: Das Leben fragt selten nach Papieren, Plänen oder perfekter Vorbereitung. Es steigt einfach ein, setzt sich neben einen – oder versteckt sich zwischen den Koffern – und nimmt einen mit.